Grandi emozioni al concerto di Roberto Vecchioni, domenica scorsa.
Avevo saputo quasi per caso di questo evento a pochi chilometri da casa mia, grazie a un manifesto appeso all'ingresso della
piscina di San Vito, a cui sono adesso felicemente abbonata, e non mi sono lasciata scappare l'occasione.
Ho scoperto Vecchioni nel 1982, avevo tredici anni e la canzone
Dentro gli occhi mi era piaciuta al punto da farmi decidere di acquistare
Hollywood Hollywood, il vinile a 33 giri, un investimento notevole per me, perché il prezzo di un LP a quei tempi era ben superiore alla mia paghetta mensile.
Negli anni successivi, poco per volta, mi sono procurata altri album: un paio avuti in prestito per qualche giorno e registrati su musicassetta, altri acquistati su CD, Blumùn chiesto e ricevuto come regalo di laurea. Ora le vecchie musicassette e sono state sostituite da CD, in totale ne ho una ventina, e diversi brani sono inseriti nella playlist che ho chiamato Masterpieces, capolavori.
Renato aveva il turno di pomeriggio fino alle 22 e comunque non ama quel genere musicale: mi ha accompagnato la mia amica Chiara.
Nonostante fossimo arrivate con largo anticipo, abbiamo faticato un po' a trovare parcheggio e quando abbiamo raggiunto l'area del concerto, i posti a sedere, un migliaio, erano già tutti occupati: l'evento gratuito ha attirato tantissimi spettatori.
Non vedendo un'area per le carrozzine, ho chiesto ai ragazzi dello staff dove potevo sistemarmi senza dare disturbo: gentilissimi, hanno spostato una sedia e ci hanno dato i posti in prima fila, una posizione bellissima da cui ho potuto apprezzare appieno lo spettacolo e anche una stella che brillava in fondo, dietro al palco.
Vecchioni appartiene al piccolo gruppo di cantautori "non professionisti", insieme a Enzo Jannacci, medico, e Paolo Conte, avvocato: lui è stato a lungo insegnante di lettere al liceo classico e ora, a 79 anni, è in pensione, ma tiene ancora corsi all'università.
L'impronta della sua professione si sente in diversi testi, ispirati a personaggi storici, letterari o mitologici, ma anche nel suo dialogo con il pubblico durante il concerto, in cui dimostra una grande capacità di trasmettere concetti e un'assoluta padronanza della lingua italiana: ascoltare i suoi racconti è piacevole quanto sentire le sue canzoni.
Il concerto era incentrato soprattutto sull'album più recente, L'infinito, ma non sono mancati brani di altri dischi, anche se è ovviamente impossibile condensare in due ore cinquant'anni di carriera. Non ho avuto la fortuna di ascoltare alcune delle canzoni che amo di più, come Figlia o Euridice, ma tanti altri brani splendidi, tra cui Le rose blu, la straziante preghiera di un padre perché al figlio malato di sclerosi multipla sia concesso di realizzare i suoi sogni: quel dolore è così vivo che è stato impossibile per lui trattenere le lacrime, e anche per me.
Altre lacrime mi sono arrivate inattese.
Le mie ragazze è un pezzo che ho ascoltato decine di volte e mai mi aveva fatto piangere. Ma quel giorno sì. Perché il concerto era a Rivignano, il paese di
Sara. E la canzone finisce così:
Una me la ricordo più di tutte:
che strano, è proprio quella che non c'è;
manca una luce sola questa notte;
però la vita, che gran cosa è!
E quella luce manca, manca sempre tanto.