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venerdì 4 luglio 2014

Ciao zia!

Io non sono credente e non lo so se c'è un "dopo".
Ma se c'è, sono sicura che adesso la Maria sta facendo gli onori di casa, dandosi un gran daffare ad accogliere, a presentare, a spiegare come funzionano le cose lì. E che sta aiutando la nuova arrivata - sua sorella - a sentirsi meno sola e meno triste per la separazione.

Ciao, dolce zia Nelia.

mercoledì 27 febbraio 2013

Ancora una e dopo basta

Come al solito, parto da lontano e la prendo larga. Ma davvero larga, quindi se volete sapere dove andrò a parare, armatevi di pazienza.

Pur non essendo credente, non ho nulla contro le suore, anzi di solito le trovo simpatiche.
Sarà che ne ho una in famiglia che è un eccellente esempio di carattere equilibrato ed efficienza professionale, sarà che la maggior parte di quelle che ho conosciuto sono persone gradevoli e serene e non di rado dotate di apertura mentale e tolleranza ben superiori a quelle di tanti intellettuali "illuminati", tanto ingabbiati dalle loro ideologie anticlericali quanto lo sono certi fondamentalisti religiosi.
Da ragazzina sono rimasta molto perplessa nello scoprire che diversi coetanei ritenevano le suore portatrici di sfortuna, tanto che dalle nostre parti era prassi comune - vedendone una - cercare di scaricare la presunta iella sulla persona più vicina, toccandole una spalla e pronunciando la formula scaramantica "Suora tua!". Ho sempre accettato di buon grado di essere vittima di questi rituali antisfiga, che per me non avevano alcun valore, ma servivano evidentemente agli altri per sentirsi meglio.

Sicuramente la mia opinione positiva sulle suore è stata influenzata dalle esperienze infantili e per ricostruirne l'origine bisogna andare indietro di una quarantina d'anni e spostarsi a Battaglia Terme, alle pendici dei Colli Euganei, nello stabilimento termale INPS in cui mia madre, la Maria, ha lavorato per molti anni.

Era uno stabilimento enorme, degno antenato dei moderni resort, dotato di tutti i servizi e in grado di ospitare parecchie centinaia di assistiti, che si avvicendavano durante tutto l'anno, ad eccezione del periodo natalizio, con turni di due settimane interamente a carico dell'INPS, che rimborsava anche le spese di trasporto, arrivando persino a fornire il "cestino" con il pranzo al sacco per il viaggio di ritorno (capite ora che non c'è da stupirsi se poi l'INPS si è trovato con i conti in rosso...).

Naturalmente c'era il reparto cure S. Elena, con vasche di fanghi termali alimentate da una sorgente di acqua calda, una straordinaria grotta naturale, postazioni per bagni e inalazioni.

La struttura residenziale comprendeva camere da letto e bagni, la sala da pranzo, due grandi sale comuni con televisore e tavolini, il bar di Ilario con il bilardo, un piccolo bazar e addirittura una cappella, in cui l'anziano don Valente veniva ogni giorno a celebrare Messa.


Nel corpo centrale si trovavano anche gli ambulatori in cui la mamma svolgeva il suo lavoro insieme ai medici  e alle altre infermiere, gli uffici e addirittura un laboratorio di analisi e una piccola radiologia. Per il personale sanitario e amministrativo c'era una sala da pranzo separata con una piccola cucina; i pasti arrivavano con un montacarichi dalla cucina principale, ma Franco, l'addetto al servizio di sala, era sempre disponibile per preparare uno spuntino fuori orario quando le esigenze di servizio impedivano a qualcuno di sedersi a tavola all'orario consueto. Figuriamoci se la Maria non si infilava ogni tanto in cucina a preparare qualche manicaretto... E anche qualche scherzo: ricordo che una volta presentò ai colleghi pesche con la maionese, sostenendo, con perfetta faccia di bronzo, che si trattava di una specialità di alta cucina francese: le fecero anche i complimenti!
La gigantesca cucina principale era gestita con competenza e pugno di ferro dalla altrettanto gigantesca capo cuoca Armida, un donnone rubicondo con mani grandi come badili (chissà se era davvero così mastodontica oppure è solo il mio ricordo di bambina?).

All'epoca non c'erano cooperative o società di servizi esterni, quindi nel seminterrato dello stabilimento (che i dipendenti chiamavano "sotterranei"), oltre ai locali tecnici (caldaia, centrale elettrica), c'erano la lavanderia, la stireria, il guardaroba, il magazzino, la dispensa, l'officina dei manutentori e addirittura una piccola falegnameria.
Il giardino... no, non era un giardino, ma un vero e proprio parco, amorevolmente curato da un piccolo drappello di giardinieri, e comprendeva giardini all'italiana con aiole geometriche sempre piene di fiori colorati ed una fontana di acqua calda, zone alberate, un grande prato e un meraviglioso viale contornato da enormi magnolie.

Ho tanti ricordi di quello stabilimento: da bambina sono andata innumerevoli volte a trovare la mamma al lavoro e lì mi conoscevano tutti. Ho passato ore a giocare nel parco, a esplorare i sotterranei, a usare la macchina per scrivere in segreteria (ecco, ho scoperto l'altarino, ora sapete da dove è nata la mia velocità di battitura...), a "mettere in ordine" le confezioni dei farmaci nell'ambulatorio della mamma, ovviamente secondo criteri tutti miei, basati fondamentalmente su dimensione e colore delle scatole, a correre per i corridoi, approfittando dei pavimenti in marmo trattati a cera per "pattinare".
Ho voluto ricordare queste cose non solo per un accesso di nostalgia senile, ma anche perché di tutto questo non è rimasto niente. Lo stabilimento è chiuso dal 1993, abbandonato e ormai in rovina ed è davvero un peccato che una struttura così notevole non venga utilizzata in qualche modo. Cercando le foto per questo post, ho trovato un video su YouTube che ne descrive la desolazione e ci sono rimasta davvero male.

Che c'entrano le suore? Ora ci arrivo.
All'interno dello stabilimento, in un appartamento all'ultimo piano, risiedeva una piccola comunità di suore, appartenenti all'Ordine delle Figlie di San Giuseppe, che si occupavano con precisione e competenza di alcuni servizi: Suor Stefana amministrava con assoluto rigore la segreteria, Suor Gerolama - poi trasferita alla Casa Madre di Roma e sostituita da Suor Domenichina - era responsabile della dispensa e degli acquisti alimentari, Suor Ermelinda gestiva il magazzino, Suor Ida il guardaroba... Le suore mi erano affezionatissime (e io a loro); la mia condizione di "orfana di fatto" (mio padre era vivo, ma abitava dall'altra parte del mondo e non si è mai occupato di me) era per loro fonte di grande dispiacere e di incessanti preghiere.
Quando andavo a trovare la mamma, le suore dividevano con me il loro pasto. E finalmente arriviamo al punto: Suor Ernestina.
Avete presente il film Sister Act? Vi ricordate di Suor Maria Patrizia, quella grossa e sempre allegra e sorridente? Ecco, suor Ernestina era proprio così: una enorme, straripante inesauribile sorgente di buonumore.

A volte capitava che a tavola ci fosse qualche particolare leccornia, come le ciliegie o le patatine fritte. Le altre suore rinunciavano volentieri alla loro parte per lasciarne un po' di più per me.
Questi "fioretti" però erano troppo per il vorace appetito di Suor Ernestina: mettevamo il piatto in mezzo tra noi due e ci servivamo a turno. Ad ogni ciliegia - o patatina - Suor Ernestina doveva fare i conti con un pizzico di senso di colpa per non riuscire a resistere alle tentazioni della gola e diceva "Ancora una e dopo basta!"... e naturalmente il "basta" arrivava davvero solo quando il piatto era vuoto.

Quel modo di dire mi è tornato in mente qualche giorno fa, insieme a tutta l'ondata di ricordi che ho rovesciato su questa pagina, quando ho tirato fuori un vecchio pigiama che mi era stato regalato più o meno vent'anni fa, e ho deciso di utilizzarlo per l'ultima volta prima di buttarlo.
Ancora una e dopo basta.

sabato 28 luglio 2012

Ragione io, ragione tu

Avevi ragione tu: sul fornello di destra l'acqua si scalda più velocemente che su quello di sinistra

Avevo ragione io: le mutande si piegano meglio iniziando dalla parte centrale

Avevi ragione tu: due contorni, o anche tre, per lo stesso pasto non sono troppi

Avevo ragione io: quella vecchia maglietta stinge ancora

Avevi ragione tu: collutorio si scrive con una sola "t"

Avevo ragione io: la lavastoviglie consuma meno acqua di te per lavare i piatti

Avevi ragione tu: alcuni di quei vecchi vestiti che conservavi sono tornati di moda

Avevo ragione io: noi però alla taglia 42 non ci saremmo mai potute tornare

Avevi ragione tu: nemmeno i conduttori televisivi sono più capaci di parlare italiano

Avevo ragione io: le discussioni delle cause a Forum sono recitate da attori

Avevi ragione tu: gli spaghetti aglio, olio e peperoncino sono ottimi

Avevo ragione io: non si possono mangiare spaghetti aglio e olio prima di una riunione di lavoro

Quanto abbiamo bisticciato e discusso... Però abbiamo anche riso, tanto, spesso e volentieri.
Buon compleanno, mamma.


venerdì 13 gennaio 2012

Imbarazzanti retaggi infantili

I messaggi che i genitori ci trasmettono nei primi anni di vita possono rimanere scolpiti per sempre nella nostra psiche.
Fin dalla mia più tenera infanzia, mia madre mi ha ripetuto innumerevoli volte una cosa che aveva a sua volta sentito dire da suo nonno quando era bambina: se le scarpe scricchiolano, significa che non sono state pagate.
Lo so che non è vero, ma da qualche parte dentro di me c'è ancora qualcosa di quella bambina che, come tutti i bambini, credeva incondizionatamente a tutto quello che diceva la mamma.

Ieri ho approfittato dei saldi per comprare un bel paio di scarponcini pesanti, quelli da taglialegna con la suola in gomma spessa, comodi e caldi, per sostituire quelli che si erano irrimediabilmente rotti l'anno scorso.
Li ho pagati, giuro, ho lo scontrino per dimostrarlo.
Ma non vi dico che imbarazzo a sentirli scricchiolare... 

venerdì 23 dicembre 2011

Ricorrenze

Detesto le feste comandate, gli anniversari, le ricorrenze... Non mi piace l'idea che ci siano giorni particolari per fare qualcosa o per ricordare qualcuno.
Sono così poco sensibile agli anniversari, che quello mio e di Renato di solito viene "celebrato" qualche giorno dopo, con uno scambio di battute simile a questo:
- Uh, che giorno è oggi?
- Martedì?
- No, non il giorno della settimana, il numero.
- Boh... 28? 29?
- Ah, ecco, ce ne siamo dimenticati anche quest'anno. 

Ecco perché oggi non c'è stato un post dedicato alla Maria: non ho bisogno di guardare il calendario per ricordarla, è nei miei pensieri ogni giorno. E mi piace ricordare la sua vita, non la sua morte.

Però ringrazio di cuore chi oggi ha voluto essermi particolarmente vicina.

sabato 1 ottobre 2011

Le mamme che lavorano

Ho sempre avuto tanta stima e rispetto per le mamme che lavorano.
Non me ne vogliano le donne che non hanno figli né le mamme casalinghe, ma conciliare maternità e lavoro è un'impresa davvero straordinaria, soprattutto quando il lavoro impegna fuori casa per sei-otto ore al giorno (o anche di più) e c'è più di un figlio da gestire, magari senza il supporto dei nonni.
Osservando alcune amiche che vivono questa condizione, ho elaborato alcune considerazioni.

Le mamme che lavorano sono sempre a spasso
Al mattino accompagnano i bambini a scuola, all'asilo o al nido... oppure in tutti e tre i posti, organizzando i percorsi con l'abilità dei migliori rappresentanti di commercio. Lasciano i più grandicelli davanti al cancello, insieme agli altri bambini e alle loro mamme, quelle che hanno il tempo di restare fino al suono della campanella e che le guardano con disapprovazione perché non si fermano fino all'arrivo delle maestre.
Poi corrono al lavoro, pregando di non trovare tutti i semafori rossi, perché all'orologio dell'ufficio o della fabbrica non importa proprio niente né dei tuoi figli, né del traffico, e se timbri un minuto dopo, ti scala un quarto d'ora dalla giornata.
All'uscita dal lavoro, altro giro per recuperare la prole, pregando di nuovo il dio dei semafori, perché se arrivano un minuto dopo l'orario di chiusura, trovano la maestra o la bidella inferocite per essere dovute rimanere con il bambino fino al loro arrivo; oppure trovano il pargolo che le aspetta sconsolato sulle scale, che fa ancora più male. Se il loro orario di lavoro finisce dopo la chiusura della scuola/asilo/nido, il recupero va fatto presso la baby-sitter, dai nonni o da qualche altra mamma che gentilmente ha accettato di tenersi a casa il bimbo per qualche ora. Ma dato che i figli hanno età diverse, è possibile che uno sia all'asilo, uno dai nonni e l'altro a casa di un amichetto.
Quando finalmente hanno finito di raggruppare le creature, è già ora di smistarle di nuovo: uno va a nuoto, l'altra a danza oppure a musica. Se tutto va bene, mentre i figli sono a lezione le mamme riescono a fare la spesa, ma di solito gli orari sono incastrati in modo tale che tra uno e l'altro restano 10-15 minuti che non bastano nemmeno per arrivare al negozio e allora si va dopo, tutti insieme, cercando di mantenere la lucidità mentre pilotano il carrello tra gli scaffali, con una che si lamenta che è tardi e deve fare i compiti e l'altro che frigna perché vuole la merenda.

Le mamme che lavorano sono ipertecnologiche
Quando finalmente le mamme che lavorano arrivano a casa è ormai tardo pomeriggio.
Aiutano i figli a fare i compiti.
E intanto preparano la cena.
E intanto caricano la lavatrice.
E intanto annaffiano le piante.
E intanto controllano la posta.
E intanto fanno la lista della spesa.
E intanto apparecchiano la tavola.
E intanto si fanno raccontare dai bambini quello che hanno fatto oggi. E li ascoltano.
I computer di nuova generazione riescono ad eseguire più di operazioni contemporaneamente, ma in confronto alle mamme che lavorano, sono dei dilettanti.

Le mamme che lavorano fanno spesso le ore piccole
Alla sera, le mamme che lavorano lavano i figli, li mettono a letto e leggono loro una storia.
Poi sistemano la cucina, raccolgono i giocattoli, stirano, attaccano un bottone al grembiulino, preparano il pranzo da portarsi in ufficio il giorno dopo, le cartelle per i bambini e la presentazione per la riunione di lavoro. A volte riescono anche a scambiare qualche parola con il padre dei loro figli prima di crollare addormentate, molto dopo la mezzanotte. E al mattino dopo alle sei e mezza sono in piedi per stendere i panni, preparare la colazione, svegliare e vestire i bambini.

Le mamme che lavorano giocano tutto il giorno.
Le mamme che lavorano giocano tutto il giorno a rincorrersi con il tempo.
E giocano a fare i puzzle, per incastrare le ferie con i giorni di chiusura di scuole e asili.
E siccome sono mamme, trovano anche il tempo di giocare con i loro bambini.

Le mamme che lavorano fanno un sacco di sport
- Corsa ad ostacoli con il passeggino su strade e marciapiedi che sembrano campi minati.
- Salto del giocattolo che ci si trova tra i piedi nei posti più impensati.
- Sollevamento pesi: bambini +  borse della spesa.
- Tuffi, per prendere al volo il pargolo (o un oggetto fragile) prima che cada.
- Equitazione; la mamma è il cavallo.
- Lotta libera, per lavare e vestire i figli.
- Arrampicata sugli specchi, per giustificare i ritardi e le assenze alle riunioni scolastiche (che sono sempre, rigorosamente, in orario di lavoro).
- Ginnastica artistica, per trovare l'equilibrio fra tutti gli impegni.
- Pallacanestro, per centrare il cesto della biancheria sporca dalla porta della lavanderia.
- Apnea, per trattenere il fiato e non far uscire quel "ma vaff..." che nasce spontaneo quando l'amica senza figli (e stronza) dice: "Dovresti proprio venire anche tu in palestra, ti farebbe tanto bene!"

Le mamme che lavorano si godono il weekend
Nel fine settimana, le mamme che lavorano fanno le pulizie.
E dato che il sabato e la domenica sono gli unici giorni in cui si riesce a pranzare a casa, preparano qualcosa di speciale.
E dal momento che non devono andare al lavoro, potranno ben andare a salutare i genitori e/o i suoceri, che ma-insomma-non-ti-si-vede-mai!
E il sabato è anche l'unico giorno in cui non lavorano e i negozi sono aperti, quindi vanno a fare le spese per i figli, che hanno sempre bisogno di qualcosa, e li portano a tagliarsi i capelli.
E siccome la domenica è l'unico giorno in cui si può fare qualcosa tutti insieme, portano i bambini in gita.

Le mamme che lavorano...
Hanno una mano sul mouse e l'altra sul biberon.
Hanno una macchia di pappa sul tailleur o un giocattolo che sbuca dalla tasca del camice da officina.
Hanno le foto dei figli come sfondo sul desktop del computer e i loro disegni appesi in ufficio o in reparto.
Hanno un vagone di pazienza sempre in tasca.
Hanno una vita così piena che non si accorgono nemmeno di non avere nemmeno un secondo da dedicare a se stesse.
Hanno sempre mille sensi di colpa perché vorrebbero fare di più.
Non hanno più visto l'estetista dal giorno del loro matrimonio e vanno dal parrucchiere due volte l'anno, ma...
Le mamme che lavorano sono sempre bellissime


Per Catia e Maria Cristina: sì, sto parlando anche di voi. Soprattutto di voi.



AGGIORNAMENTO
Ho scoperto che più di qualcuno ha frainteso questo post, interpretandolo come una critica alle mamme casalinghe oppure ai papà.
Mi dispiace, non pensavo che un elogio per qualcuno potesse essere letto come un'offesa per altri.
In realtà volevo solo evidenziare la differenza tra me che lavoro, oltretutto con molta flessibilità, ma non sono mamma e le donne che lavorano, anche con orari molto più rigidi dei miei, e che in più sono mamme attente e presenti con i loro figli e per questo hanno tutta la mia più sincera ammirazione.

giovedì 28 luglio 2011

Navigando nella notte...

Ho tirato tardi stasera, pensavo ad Anna Lisa, in questi giorni torno continuamente sul suo blog in cerca di notizie. E navigando qua e là il tempo è passato ed è già domani, è già il 28 luglio.
Buon compleanno, mamma.

lunedì 4 luglio 2011

Definitivamente

È periodo di scadenze fiscali: dichiarazioni dei redditi e tasse da pagare.
Mi avevano raccomandato di verificare il CUD della mamma, perché anche se lei non aveva altro reddito che la sua pensione, era possibile che ci fossero alcune imposte residue da versare.
Di solito il CUD arrivava a marzo, ma non avendolo ancora ricevuto all'inizio di maggio, sono andata all'INPS, dove l'ho potuto ritirare solo dopo aver insistito a lungo con l'impiegata, che è riuscita a stamparlo soltanto dopo vari tentativi e giustificazioni più o meno assurde, da "Qui non risulta: evidentemente si tratta di una pensione sociale..." (Signora, mia madre ha lavorato trentacinque anni proprio per l'INPS, può controllare, ma le assicuro che NON aveva la pensione sociale!) passando per "Se qui non lo vedo, significa che non è previsto" (Certo che è previsto, l'abbiamo sempre ricevuto!) per finire con il classico "Sarà un errore del sistema" (O__O).
Alla fine ho ottenuto quel benedetto documento, dove però per qualche motivo a me incomprensibile, le addizionali IRPEF sono certificate come trattenute sulla pensione, ma c'è anche una lettera allegata che dice che in realtà non sono state trattenute e devono essere versate dagli eredi nel caso in cui non venga presentata la dichiarazione dei redditi. Poi però ho scoperto che compilando la dichiarazione dei redditi con i dati del CUD, come indicato nelle istruzioni, risulta che non c'è nulla da pagare e la cosa mi è parsa sospetta: possibile che se presento la dichiarazione non pago nulla e se invece non la presento devo sborsare qualche centinaio di euro?
Per chiarire questo mistero fiscale, ho perso inutilmente un paio d'ore all'ufficio locale dell'Agenzia delle Entrate, dove mi sono trattenuta a stento dal mandare a quel paese un paio di impiegate che, incapaci di rispondere ai miei dubbi, mi hanno suggerito di "provare", che tanto se sbagliavo poi mi sarebbe arrivata la sanzione. Poi ho perso un'altra oretta per cercare di prendere la linea con il Call Center dell'Agenzia delle Entrate dove, dopo tre chiamate a vuoto e una lunga attesa musicale, ho finalmente trovato una persona che mi ha chiarito la situazione, confermando che le addizionali IRPEF sono effettivamente ancora da versare e che per l'eventuale dichiarazione dei redditi bisogna considerare a zero i relativi importi.

Insomma, ai primi di giugno ero ragionevolmente certa di quanto e come dovevo pagare. Mi sono messa una nota ben visibile sullo schermo del PC, però continuavo a rinviare.
Una volta perché non avevo tempo, un'altra volta perché dovevo verificare se potevo fare il pagamento per via telematica, poi perché ormai era vicina la scadenza per i versamenti della mia dichiarazione dei redditi e  tanto valeva fare tutto insieme...
Erano scuse, ma me ne sono accorta solo due giorni fa, quando mi sono finalmente decisa a compilare il modello F24.
Ho digitato il codice fiscale della mamma, me lo ricordo ancora a memoria dato che per circa trent'anni ho curato tutte le sue pratiche, ma mi sono resa conto che questa era davvero l'ultima.
Ci ho messo un bel po' prima di riuscire a premere INVIO.

Nel periodo immediatamente successivo alla sua morte, ho gestito tutte le pratiche funerarie e di successione ma avevo attivato il pilota automatico, facevo quello che era necessario quasi meccanicamente, senza pensarci. In passato a volte mi ero chiesta come sia possibile organizzare il funerale di una persona cara proprio nel momento in cui il dolore è più schiacciante, mi pareva quasi crudele costringere chi è in lutto ad occuparsi di aspetti pratici e burocratici. Quando è successo a me, mi sono resa conto che in realtà avere qualcosa da fare mi aiutava a superare quei primi, durissimi giorni; le incombenze pratiche mi costringevano a distogliere almeno un po' l'attenzione dal mio dolore, mi impedivano di chiudermi completamente nel lutto, facevano passare il tempo un poco più in fretta.
Ma con il passare delle settimane e dei mesi mi è diventato sempre più difficile affrontare tutte quelle attività che in qualche modo confermano che lei non c'è più: non ho ancora finito di sistemare i suoi armadi, di smistare la grande mole di vestiti e oggetti che lei continuava ad accumulare perché potrebbero servire.
E quando mi sono trovata a scrivere ancora una volta i sedici caratteri del suo codice fiscale, ho realizzato che non c'è altro, che con quest'ultimo atto ufficiale, lei cessa di esistere per lo Stato.
Scrivere quella stringa è stato come mettere la parola FINE.

mercoledì 16 febbraio 2011

Questasanità e l'altrasanità

Questasanità ha mandato una lettera alla mamma, con la richiesta di pagamento del ticket per una prestazione usufruita il 17 dicembre nel reparto di oncologia a Portogruaro.
Mi ricordo benissimo quel giorno, non ho nemmeno avuto bisogno di consultare l'agenda, ma ho controllato per scrupolo nel raccoglitore dove ci sono ancora tutti i suoi referti di visite ed esami: era venerdì, l'ultima volta che siamo state al day hospital oncologico. Le avevano fatto l'infusione di albumina e un prelievo di sangue e l'oncologa aveva stabilito di aumentare le dosi dei farmaci che servivano a contrastare il gonfiore addominale.
Stamattina sono andata allo sportello ticket dell'ospedale a chiedere spiegazioni: l'impiegata, tutta sussiegosa, mi ha detto che a questasanità risultava un'impegnativa per una visita e un'iniezione, senza esenzione. Ho risposto che quell'impegnativa non sapevo da dove venisse, non l'avevamo portata noi, al day-hospital dopo la prima visita ci avevano detto che non serviva più nessuna impegnativa perché l'avevano presa in carico come paziente del reparto, facevano tutto loro. In più, la mamma aveva l'esenzione dal ticket per le prestazioni oncologiche. Niente da fare: a questasanità risultava un'impegnativa senza esenzione.
Ma forse c'era una soluzione.
"La signora non supera il limite di reddito per l'esenzione, vero?"
"No, la signora non supera niente. La signora è morta."
Due secondi di silenzio con temperatura prossima allo zero assoluto.
"Basta che mi faccia una firma qui e siamo a posto."


L'altrasanità è quella di là da l'aghe, quella oltre il confine della regione. Che non vuol mica dire andare lontano, saranno venti chilometri, con l'autostrada è un attimo, a volte ci metto di più ad arrivare all'ospedale che è dalla parte opposta del paese rispetto a casa mia.
Pare che l'altrasanità abbia un ottimo servizio di epatologia ed è lì che mi ha indirizzato la mia dottoressa, perché è vero che dalla TAC non sono risultati segni di recidiva né di metastasi, ma quella steatosi epatica, che era stata rilevata qualche volta in passato e classificata come lieve o moderata, adesso è diventata "avanzata degenerazione steatosica". E allora andiamo dall'epatologo.
Ho chiamato il CUP regionale (sì, l'altrasanità ha il CUP regionale!), ho selezionato la provincia che mi interessava e immediatamente mi ha risposto un'operatrice gentilissima.
L'altrasanità aveva già i miei dati in archivio, mi hanno chiesto solo la data di nascita per assicurarsi che fossi proprio io e verificato che il numero di telefono che avevo lasciato come riferimento fosse corretto.
"Avrei bisogno di una visita epatologica"
"Allora all'ospedale di XXX, vero?"
"Sì, esatto."
"Prima visita o controllo?"
"Prima visita."
"Mi può leggere la prescrizione completa del medico, per favore?"
"Visita epatologica. Steatosi epatica in esiti di liposarcoma retroperitoneale operato, con chemio"
"Grazie. Adesso avrei bisogno del numero della ricetta, quello in alto a destra che comincia con una specie di S"
"S 0 5 0 1 0..."
"Subito sopra al timbro del medico, verso destra, ci sono quattro caselle..."
"Sì, ho capito. È barrata la casella D"
"Oh, allora è una prestazione con priorità, da fare entro 30 giorni. Mi dispiace, ma il CUP non può accettare prenotazioni con priorità da fuori regione. Dovrebbe andare direttamente all'ospedale..."
"Accidenti! Ma... aspetti un attimo: mi potrebbe dire quali sono i tempi standard, senza considerare la priorità?"
"Sì, ora guardo: magari riesco comunque a darle la prenotazione in tempo, anche senza farla andare fino in ospedale... Ecco, effettivamente ci sarebbe posto giovedì prossimo, il 24, oppure il 1° marzo. Però devo chiederle di confermarmi che rinuncia alla priorità in modo che rimanga archiviato nella registrazione della telefonata."
"Rinuncio, rinuncio! Che meraviglia, il 24 pomeriggio ho un impegno di lavoro lì vicino, così faccio un solo viaggio. "
"Bene, sono contenta che siamo riuscite a combinare al meglio. Allora giovedì 24 alle 10,30."
Questa è l'altrasanità.

martedì 1 febbraio 2011

Cose nuove

- la notte prima della TAC dormire saporitamente e senza fare sogni strani, svegliarsi tre quarti d'ora prima della sveglia e riaddormentarsi come un sasso invece di stare a rigirarsi pensando a come andrà
- fare colazione la mattina della TAC
- andare a fare la TAC da sola
- trovare posto nella prima corsia di un parcheggio strapieno
- entrare dal nuovissimo e luminoso ingresso del CRO (e poi fare i giri dell'oca per arrivare alla radiologia perché ci sono ancora lavori in corso per l'apertura della nuova ala)
- guardare senza la minima traccia di invidia (anzi, trattenendo a stento un sogghigno soddisfatto) gli altri pazienti che vanno a farsi infilare l'ago nel braccio e/o tracannano il beverone pre-contrasto prima della TAC o RMN
- fare la TAC in sette minuti netti, compreso il tempo per svestirmi e rivestirmi
- sentirmi dire "può andare" immediatamente, anziché dopo una o due ore di osservazione post-contrasto
- pranzare a casa da sola, salando la ricotta con una lacrima, perché le altre volte trovavo la mamma ad aspettarmi

domenica 23 gennaio 2011

Per sempre libera

Il sole l'ha voluta salutare ancora una volta.
Stamattina c'era freddo, ma il cielo era azzurro e l'aria limpidissima, dal mare si riuscivano a vedere le montagne innevate.
Siamo usciti con la barca messa gentilmente a disposizione da alcuni amici; da Trieste soffiava la bora, il mare era agitato e non ci si poteva allontanare troppo, ma non importa, non c'era bisogno di raggiungere un posto in particolare, il mare non ha confini.
Ha voluto essere se stessa fino alla fine, originale e anticonformista: niente tomba, niente fiori. Il suo spirito doveva rimanere libero come era sempre stato, non poteva essere costretto nei confini di un cimitero, il suo ricordo doveva rimanere nel cuore di chi l'ha conosciuta, non essere legato ad una lapide.
È scivolata via, catturata da una corrente forte che la porterà lontano e che si è mescolata alle mie lacrime.
Libera fino in fondo, libera per sempre.

mercoledì 19 gennaio 2011

Malinconia

Pomeriggio salato, condito con le lacrime. Un po' perché ho iniziato a sistemare alcune cose sue, un po' perché evadendo la posta arretrata mi sono passate sotto gli occhi tante parole intense di emozioni con cui è stata ricordata.
Quando arrivano le lacrime le lascio scorrere, non ha senso cercare di respingere il dolore e la nostalgia, li accetto sapendo che il tempo darà loro la patina più dolce dei ricordi.
Oh, non fatevi venire strane idee: non mi sono trasformata in un salice piangente, anzi! Ci sono stati e ci saranno ancora tanti momenti di allegria.
Ad esempio, ho deciso di dedicare quasi un'intera settimana ai festeggiamenti per il mio quarantaduesimo compleanno, iniziati lunedì sera con le torte per gli amici del Club, proseguiti ieri con un regalo speciale arrivato da Anna Lisa, un invito a pranzo da parte della mia amica Chiara e un aperitivo a base di tramezzini e bibite alla scuola di musica; domani si prosegue con un'altra torta per gli amici del teatro e il gran finale sarà la festa di sabato sera.
Ma oggi va così...

venerdì 31 dicembre 2010

Così parlò la Maria - ultimo

Ho avuto una buona vita
(Maria Gonella - 28/07/1934 - 23/12/2010)

giovedì 30 dicembre 2010

Così parlò la Maria - 9

Preferisco una bella morte, piuttosto che una brutta vita.

mercoledì 29 dicembre 2010

L'ultimo saluto

L'abbiamo salutata lunedì.
È arrivato per primo il sole a dirle addio, per ringraziarla di averlo portato sempre con sé e di averlo regalato a tante persone, con il suo sorriso.
Sono stata con lei al mattino, per guardarla ancora un po', per dirle grazie, per un'ultima carezza. Sapevo che non era più là, che quel corpo adagiato sul raso era solo il suo ricordo, che ormai se n'era già andata, lasciando su quel volto ancora l'ombra di un sorriso. Ma mi sono aggrappata all'illusione di poter condividere ancora quelle poche, ultime ore, di poterla salutare un'ultima volta.
L'avevano ricomposta, con l'abito nero che avevo trovato sul tavolino della sua camera il giorno dopo il ricovero, evidentemente lasciato in piena vista proprio per questo scopo, dato che non lo indossava da tempo. E la sua wiphala, la coloratissima sciarpa delle Ande. Tra le mani qualcuno le aveva messo un rosario, io ci ho aggiunto un fiore, un'orchidea che le avevano regalato gli amici del Club qualche giorno prima.
Le ore passavano troppo in fretta, come in quell'ultimo pomeriggio in unità coronarica in cui sapevo che se ne stava andando e non potevo fare nient'altro che cercare di renderle più dolce l'ultimo tratto di strada, riscaldando le sue mani con le mie.
Ma ormai non c'era più nulla da scaldare e quando l'addetto delle pompe funebri si è avvicinato per dirmi che era il momento di chiudere la bara, il pensiero è stato "No! Non ancora, non sono pronta!". Perché non importa quanto il distacco fosse previsto e accettato: quando il momento arriva, l'unico pensiero è "NO".
Lo è stato anche alle 2:30 di giovedì, quando è suonato il telefono e ho sperato contro ogni speranza che mi annunciassero che si era ripresa o anche solo che la trasferivano in un'altra stanza dove avrei potuto starle vicino. E quando la voce dall'altra parte ha detto "Sono il dottor N.", ho cercato di rinviare, dicendo che sì, mi ricordavo di lui, perché l'aveva visitata diverse volte in ambulatorio di cardiologia. E mentre parlavo, sapevo già quali parole avrei sentito subito dopo, e pensavo "NO".
Quando il coperchio si è chiuso, una parte di me è rimasta lì, strappata per sempre dal mio cuore.

E poi sono venuti in tanti, in tantissimi.
Qualcuno sicuramente ha partecipato solo per rispetto verso di me o gli altri parenti, ma quasi tutti erano lì per lei, perché l'avevano conosciuta di persona e la ricordano con affetto.
È proprio quello che abbiamo cercato di fare: ricordare la sua allegria, la sua generosità, la sua disponibilità.
Ci hanno aiutati loro, con l'intensa emozione di voci e musica, e i nipoti della "zia Maria" e gli amici che l'hanno voluta ricordare con parole piene di affetto, di tenerezza, di simpatia.
Siamo tutti addolorati per averla persa.
Ma siamo orgogliosi e felici di averla avuta con noi.

sabato 25 dicembre 2010

Ma tu sei forte

"Ma tu sei forte".
Me lo hanno detto o scritto in tanti in questi due giorni, facendomi le condoglianze.
Come se fosse un vantaggio.
Essere forte non ti fa soffrire di meno, ti permette soltanto di sopportare sofferenze ancora più grandi.

giovedì 23 dicembre 2010

Ciao, mamma!

Questa notte alle 2:30 il grande cuore della Maria ha smesso di battere.

Il funerale sarà celebrato lunedì 27 dicembre alle 14:30 nella Chiesa Parrocchiale di San Nicolò, in Viale Pordenone 28 a Portogruaro.

Ricordate che la Maria non vuole assolutamente fiori!

Chi desidera lasciare un segno tangibile del proprio affetto, può effettuare una donazione per attività di ricerca medica e/o per l'Associazione In Famiglia di Portogruaro.

domenica 28 novembre 2010

Burocrazia sanitaria

Un malato di cancro e la sua famiglia hanno già una bella dose di problemi da gestire. Sarebbe carino se non ci si mettesse anche la sanità pubblica a complicare le cose.

Per il consulto specialistico, la mamma deve presentare tutta la documentazione, i referti e gli esami, quindi siamo andate in ospedale a richiedere la copia della cartella clinica.
Ora vorrei che qualcuno mi spiegasse perché:
1. servono DUE SETTIMANE per fare una trentina di fotocopie (e speriamo bene, perché non sono nemmeno sicuri di farcela, hanno detto di chiamare il giorno prima per verificare che siano pronte)
2. le suddette fotocopie costano 25 euro (poco meno di un euro a pagina)


In qualità di paziente oncologica, la mamma ha diritto all'esenzione dal ticket per tutti i farmaci e le prestazioni sanitarie (visite, esami, terapie) collegate alla patologia.
Sul sito della nostre USSL c'è una pagina con le indicazioni per richiedere l'esenzione: me la sono letta per bene e il giorno dopo la visita oncologica mi sono armata di certificazione rilasciata dall'oncologa dell'ospedale e tessere sanitarie della mamma, il badge con la banda magnetica, il codice a barre e il codice fiscale e la vecchia tessera di cartoncino, su cui vengono registrate le esenzioni, con l'obiettivo di utilizzare l'esenzione già per le analisi e i primi farmaci prescritti dall'oncologa.

Sono uscita di casa verso le dieci del mattino, pensando che fosse un orario "intelligente" per evitare il traffico di studenti e lavoratori. Errore.
Non so perché, ma a quell'ora del mattino per strada c'era almeno metà della popolazione locale, un traffico da esodo di agosto, un affollamento che mi fa pensare che in giro c'è un sacco di gente che non lavora oppure che lavora per strada.
Ci ho messo almeno venti minuti per fare quattro chilometri, ma alla fine sono riuscita ad arrivare alla sede degli uffici dell'USSL e ho trovato anche un buon parcheggio, all'estremità di una fila, dove è possibile aprire la portiera della macchina e uscire senza problemi, cosa che non è affatto garantita negli altri posti macchina, che sembrano dimensionati al massimo per una Smart.
Mi sono messa in coda allo sportello "anagrafe sanitaria", quello presso cui avevo ritirato a suo tempo il mio talloncino di esenzione. C'erano due persone davanti a me e l'impiegata si muoveva con l'energia di un bradipo sotto Valium, tanto che dopo dieci minuti ho iniziato a trasmetterle un messaggio telepatico: "Ok, signora, nessuno pretende che lei metta il turbo, ma almeno, per favore, TOLGA LA RETROMARCIA!".
Arrivato finalmente il mio turno, ho presentato il certificato dell'oncologa e le tessere sanitarie. Il bradipo ha dato un'occhiata e mi ha detto che dovevo rivolgermi all'ufficio esenzioni, la porta in fondo a destra, che però era chiuso, apre solo il lunedì, mercoledì e venerdì.
Ma accidenti, signora, ho guardato sul vostro sito e non c'era nessun riferimento al fatto che l'ufficio fosse aperto solo in alcuni giorni! Non potete far perdere tempo alla gente a girare inutilmente per gli uffici! E nel frattempo, me le pagate voi le prestazioni per cui la mamma avrebbe diritto all'esenzione?
Ovviamente il bradipo non sapeva nulla del sito, ha ripetuto che l'ufficio era chiuso, ma di fronte alla mia evidente alterazione ha aggiunto che avrebbe verificato se c'era la collega e se si poteva combinare lo stesso.
Altri dieci minuti di attesa, mentre scrivevo la bozza del reclamo da presentare all'USSL, poi la porta dell'ufficio si è aperta e un'altra impiegata visibilmente scocciata mi ha ribadito che il martedì è chiuso, che lei ha da fare lavoro interno e che anzi, avrebbe dovuto essere fuori sede, è stato solo un caso se l'ho trovata in ufficio, che gli orari dell'ufficio sono esposti sulla porta, che se fossi andata in banca avrei dovuto rispettare gli orari di apertura e allora perché lì pretendevo di trovare sempre aperto?
Signora, è vero che anche la banca ha i suoi orari, ma è aperta tutti i giorni per tutti i servizi, non è che il lunedì si fanno i bonifici e il martedì i mutui! Non sono mica venuta qui alle otto di sera, questo è orario di ufficio e mi aspetto di trovare gli uffici aperti, anche perché sul sito dell'USSL non c'è alcun riferimento a orari di apertura ridotti per le esenzioni ticket.
Lei ha risposto che non possono mica mettere gli orari sul sito, perché cambiano spesso, li hanno modificati anche di recente e sarei dovuta andare ad informarmi di persona.
Certo signora, come no! Perdo una mattina per venire a chiedere informazioni e un'altra per la pratica! Ma le pare?
Alla fine, sbuffando e brontolando, ha preso i documenti, li ha fotocopiati e... mi ha detto di tornare lunedì per ritirare l'esenzione.
Come, lunedì? C'è il certificato dell'oncologa con la diagnosi, perché non si può avere subito l'esenzione? E gli esami che la mamma deve fare nel frattempo me li pagate voi?
Allora ho scoperto che il certificato dell'oncologa non è sufficiente per ottenere automaticamente l'esenzione, avrebbe dovuto compilare una richiesta specifica. Così invece la pratica deve essere valutata (da chi? magari da quella stessa impiegata? e che ne sa lei di oncologia?) per verificare il diritto all'esenzione.

A questo punto ho altre due domande:
3. Perché un certificato rilasciato da un'oncologa della stessa USSL, con scritto chiaro e tondo "epatocarcinoma" non è sufficiente ad attestare il diritto all'esenzione per patologia oncologica? Cosa ci sarà mai da valutare?
4. Che bisogno c'è di un "ufficio esenzioni" per fare semplicemente due fotocopie? Non le può fare qualsiasi addetto di sportello (bradipo incluso) e poi passare la "pratica" all'ufficio esenzioni?

sabato 13 novembre 2010

Sull'orlo di una crisi di nervi

Ho smesso di ripetermi che ce la posso fare e sono passata a dire che ce la devo fare.
Adesso vado solo avanti, in silenzio.
Metto un piede davanti all'altro e faccio un passo per volta, con un sospiro di sollievo quando riesco a spuntare una voce dalla lista delle cose da fare, anzi dalle liste, perché se metto tutto insieme viene fuori un elenco così lungo da mettermi l'angoscia e allora ogni giorno prendo un foglio bianco e scrivo poche cose, solo quello che mi propongo di portare a termine entro sera, ma sempre più spesso mi ritrovo alle due del mattino con il magone, a guardare le righe ancora inevase.

La settimana prossima ho tre scadenze di lavoro molto importanti e ho ancora una valanga di documenti da esaminare e sistemare e decine di email ancora da leggere, non ho ancora preso appuntamento per il consulto oncologico per la mamma, sto cercando informazioni sui possibili trattamenti per alleviare il problema della piaga sulla gamba, devo aggiornare la contabilità, ho la scrivania coperta di documenti da archiviare, un mucchio di roba da stirare, il tagliando della macchina che avrei dovuto fare due mesi fa, la legna per il caminetto che quest'anno non si trova...

Vado avanti a testa bassa, perché se appena provo ad alzarla e a guardare avanti mi sento travolgere dal peso di troppe responsabilità che non riesco a delegare.
E naturalmente c'è sempre qualcuno che continua allegramente a rifilarmene altre. Oh, certo, si scusano per il disturbo, ringraziano per l'aiuto, ma intanto me le scaricano. (nessuno di voi si senta chiamato in causa: mi riferisco a persone che non usano il computer e non leggono il blog)

Impegni da portare a termine, scadenze da rispettare e troppe ore di sonno perse. Non vado in piscina da due settimane, gli unici esercizi di canto che riesco a fare sono in macchina mentre vado dai clienti, lavoro ogni sera fino a tardi, dormo poco e male. Quando mi metto a letto cerco di rilassarmi e liberare la mente dalle tensioni della giornata, ma c'è sempre qualche pensiero che si intrufola, così finisco per girarmi e rigirarmi rimuginando.
E poi sono nervosa e mi mordo la lingua (e anche le dita sulla tastiera) mille volte al giorno, per non distribuire troppo veleno a chi magari non se lo merita.

Sì, lo so, volete sapere come sta la mamma.
Sostanzialmente stabile.
La cosa che le dà maggiore disturbo è la piaga sulla gamba: dopo le medicazioni ha sempre forti dolori, un po' meno quando le facciamo a casa anziché all'ospedale, ma richiedono sempre un analgesico.
Per il resto sta abbastanza bene, ma ha ridotto moltissimo le sue attività. Fa ancora da mangiare, ma dedica alla cucina molto meno tempo rispetto a prima, si occupa del bucato ma ha smesso di stirare, ha dovuto rinunciare ai suoi lunghi giri in bicicletta tra negozi e supermercati a caccia di occasioni e offerte speciali e ormai esce di casa praticamente solo per andare a fare visite o esami. Dorme molto, spesso anche durante il giorno, e passa il resto del tempo tra i fornelli, la Settimana Enigmistica, i solitari con le carte e la televisione.
L'appuntamento con l'oncologo del nostro ospedale è per lunedì 22, intanto vedo di fissare anche il consulto.

venerdì 22 ottobre 2010

Ce la posso fare

È quello che mi ripeto continuamente, ossessivamente da qualche settimana a questa parte, un mantra per rassicurarmi, una diga contro l'alluvione di impegni, paure e sensi di colpa per tutto quello che non riesco a fare che rischia ogni giorno di sommergermi, un segnalibro tra le pagine di un'agenda troppo fitta di ospedali e ambulatori.
Ce la posso fare.

Abbiamo finalmente qualche risposta.

Non è un problema reumatico.
Non è una malattia autoimmune.
Non è un problema vascolare.

La TAC ha mostrato chiaramente che ci sono diverse lesioni nel fegato: una grande, di 8x7cm, un paio appena superiori al centimetro ed altre più piccole. Alla faccia delle DUE ecografie dell'addome fatte il mese scorso in cui si diceva esattamente il contrario.

Ieri mattina ha fatto la biopsia: adesso aspettiamo il risultato per capire cosa si può fare.

Ce la farò, ce la faccio sempre.

Però pesa.