venerdì 17 agosto 2018

Dalla cima del monte Elmo


A volte basta cambiare punto di vista per capire qualcosa che sembrava incomprensibile.
Ieri, sui tabelloni vicino alla funivia della Croda Rossa, leggevo i nomi delle cime delle Dolomiti di Sesto: Tre Scarperi, Paterno, Baranci, Tre Cime di Lavaredo, Croda Rossa, Croda dei Toni… e poi una serie di numeri: Cima Nove, Cima Dieci, Cima Undici, Cima Dodici, Cima Una... 

Mi sono chiesta se gli abitanti del luogo avessero esaurito la fantasia, un po’ come è successo con le stelle: quelle conosciute fin dall'antichità hanno nomi evocativi e ricchi di significato, mentre per le scoperte più recenti si utilizzano fredde combinazioni di numeri e lettere.
Però mi pareva strano. La montagna è qualcosa che non si può ignorare, incute rispetto e soggezione, non credo che si possa vivere sotto la sua ombra considerandola solo un anonimo pezzo di roccia.


Stamattina siamo saliti sul monte Elmo, da cui si ammira un panorama straordinario. A pochi passi dalla stazione della funivia, la vista si apre sulle Dolomiti di Sesto e tutto è diventato chiaro.
Cima Nove, Dieci, Undici, Dodici e Una sono il quadrante del più straordinario orologio del mondo: la Meridiana di Sesto. Durante la mattina, il sole illumina in sequenza queste cime, ciascuna nell'ora corrispondente al nome.

 
Anche oggi ho affrontato una passeggiata, breve e facile; un sentiero per famiglie, che si può percorrere anche con i passeggini. Anche oggi abbiamo proceduto a passo di formica, il mio, con tante soste per riposare la gamba. E alla fine ero davvero tanto stanca.
Il sentiero non era di quelli che avrei scelto quindici anni fa, troppo affollato e rumoroso. Ma guardiamolo da un altro punto di vista...


Dalla cima del monte Elmo, circondata da cespugli di erica e mirtillo, mentre guardavo il cielo attraverso i rami di un larice, ho ricordato che esattamente due anni fa, il 17 agosto alle 13:30, stavo affrontando una seduta di radioterapia, in preparazione all'intervento chirurgico di ottobre, dopo il quale non era affatto scontato che avrei potuto camminare ancora. O che avrei avuto ancora entrambe le gambe.
Se lo guardo da questo punto di vista, quel sentiero così facile per tutti e tanto impegnativo per me, è un traguardo straordinario.



giovedì 16 agosto 2018

Nella salute e nella malattia


Ho sempre pensato che chi sceglie il rito matrimoniale cattolico dimostri grande incoscienza. 
Secondo me, moltissimi sposi non valutano realmente la portata della formula matrimoniale, la pronunciano perché è bella e suggestiva, o magari solo perché “si usa così”, ma senza capire davvero quanto sia profonda e impegnativa.
Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia 
e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita
Tutti i giorni della vita significa sempre, in ogni caso. Amare anche se l’altro ti abbandona, essere fedele anche se tradisce, onorare anche se si comporta male. Come si può fare una simile promessa? Mi stupisce sempre che qualcuno abbia il coraggio di pronunciarla, per di più davanti al proprio Dio.


Ma c’è anche chi non fa promesse e non si nasconde dietro parole altisonanti ma vuote. Chi cammina al mio fianco da sedici anni, nella salute e nella malattia, soprattutto nella malattia, adattando il suo passo al mio, con infinita pazienza.
Oggi abbiamo fatto una bellissima passeggiata ai Prati di Croda Rossa. Un percorso molto breve e molto facile. Piano, pianissimo, con la mia andatura da formica. Probabilmente ci abbiamo messo almeno il doppio rispetto agli escursionisti più lenti. Nei tratti in discesa, lui teneva stretta la cinghia del mio marsupio, per sostenermi se avessi perso l’equilibrio.

A un certo punto gli ho chiesto se non gli pesava dover procedere così lentamente. 
Ha risposto, semplicemente: “Siamo in due”.


mercoledì 15 agosto 2018

Un grande regalo (post lungo)


Alla fine di giugno, in occasione di una cena con alcuni dei miei numerosi zii e cugini, si parlava di vacanze estive.
Noi, niente. Renato sarebbe stato in ferie soltanto la settimana di Ferragosto e io il 14 avevo la TAC. Se anche avessimo trovato un hotel disposto a darci una camera solo per 3 o 4 notti nella settimana più gettonata dell’anno, avremmo dovuto affrontare una spesa proibitiva per ritrovarci in mezzo a una folla di turisti. No, grazie.
Ma a quel punto è arrivato un regalo del tutto inaspettato.
Uno dei miei cugini, Carlo, durante l’inverno fa l’istruttore di snowboard a San Candido, in Alto Adige, mentre d’estate gestisce una scuola di windsurf a Bibione. La sua compagna, Erika, ci ha offerto la possibilità di utilizzare il loro appartamento di San Candido, che durante l’estate rimane vuoto: un’occasione da non perdere!

La prospettiva di qualche giorno nel mio amatissimo Alto Adige mi ha coinvolto al punto da oscurare quasi completamente il pensiero della TAC imminente. Nei giorni scorsi sono stata concentrata esclusivamente sul lavoro e sui preparativi per questa mini vacanza, con le mie solite liste: cose da fare e da vedere, cose da portare, posti in cui mangiare.
La nostra gentilissima vicina di casa anche questa volta si è resa disponibile per occuparsi dei gatti, che abbiamo cercato di tenere all’oscuro dei nostri progetti di partenza più a lungo possibile. Gandalf, in particolare, si agita sempre molto quando capisce che stiamo per uscire – e di solito lo capisce prima che iniziamo a prepararci: lui sa! – quindi, per non farlo preoccupare, abbiamo rinviato la preparazione delle valigie all’ultimo momento. Alla fine, a preoccuparsi è stato Aki. Gandalf dormiva pacificamente sul tettuccio della mia auto, in garage, e non si è accorto dei preparativi, mentre Aki è arrivato in camera proprio mentre riempivo la valigia e ha iniziato ad aggirarsi sul letto, agitatissimo. Povero piccolo!
Alla fine anche Gandalf ha capito cosa stava succedendo e sono rimasti tutti e due sul vialetto di casa a guardarci partire, sconsolati.

Avevo messo a tal punto in secondo piano l’idea della TAC che ieri mattina, impegnata a riempire la valigia, avevo dimenticato di prendere uno dei farmaci necessari per la preparazione al mezzo di contrasto e me ne sono resa conto soltanto quando sono arrivata all’accettazione della radiologia e ho consegnato il modulo di consenso in cui era indicato che avevo fatto la premedicazione. Mortificata, ho segnalato il problema all’infermiera che inserisce le agocannule per l’infusione del mezzo di contrasto, una persona gentilissima, che ormai mi conosce da anni e non manca mai di chiedermi come stanno i miei gatti. Poco male: è un farmaco che va preso poco prima dell’esame, quindi me l’ha dato lei e abbiamo ritardato di circa un’ora la TAC perché avesse il tempo di fare effetto.
Dopo la TAC, erano ormai passate le 14, siamo scesi a mangiare un panino al bar dell’ospedale, poi di nuovo in radiologia per togliere l’ago, che mi fanno tenere sempre per almeno mezz’ora dopo l’esame per via dell’allergia al mezzo di contrasto, che potrebbe provocare reazioni ritardate, poi finalmente siamo partiti.

Non avevamo fretta, così abbiamo scelto di evitare l’autostrada e attraversare la Valcellina: Montereale, Barcis, Cimolais, Erto e Casso e infine la diga del Vajont, un monumento all’arroganza e all’avidità, che si affaccia su Longarone, la nuova Longarone, perché la vecchia è stata spazzata via il 9 ottobre di 55 anni fa da quell’ondata d’acqua che in pochi minuti ha spento quasi 2000 vite.
Dopo Longarone il paesaggio cambia: le valli si fanno più larghe e luminose, la roccia grigia e ripida delle Dolomiti friulane lascia spazio a quella più chiara del Cadore, che il sole accende di riflessi rosa, trasformando le cime frastagliate in delicati merletti.
Avevo pensato di attraversare Cortina e da lì il passo di Carbonin-Schluderbach, il cui doppio nome già racconta il passaggio dal Veneto all’Alto Adige, per arrivare a Dobbiaco, invece Google Maps suggeriva come strada più veloce quella che attraversa Pieve di Cadore e poi il Comelico. Ci siamo fidati… e non è stata una buona idea. Anziché un solo passo, ne abbiamo dovuti superare due, Sant’Antonio e Monte Croce Comelico, con abbondanza di tornanti e tratti ripidi che mi mettono a disagio (ne avevo parlato anni fa qui). La valorosa Yaris di Renato ha superato brillantemente anche questa prova, ma abbiamo deciso che la prossima volta che affronteremo la montagna, sarà con un’auto ibrida e con il cambio automatico.
Arrivati a San Candido, Google Maps ha di nuovo dato i numeri, facendoci girare in tondo fino a che ho preso in mano la situazione e ho individuato da sola la strada più breve per la nostra destinazione, che abbiamo finalmente raggiunto verso le 17:30.

L’appartamento di Erika e Carlo è delizioso, con un meraviglioso solarium, da cui sto scrivendo in questo momento, che si affaccia sui boschi e sulla cima del monte Elmo.

Dopo esserci sistemati e riposati un po’, abbiamo cenato in un ristorante poco distante, una struttura in legno molto caratteristica, in perfetto stile tirolese. Abbiamo scelto un antipasto - carpaccio di cervo con burro ai mirtilli e rucola - un primo – tris di canederli - e un secondo – rosticciata tirolese - oltre alle insalate dal buffet e siamo riusciti a malapena a finire tutto, declinando la proposta di dolci, che pure sembravano molto invitanti. Normale, direte voi: antipasto, primo e secondo sono più che abbastanza per un pasto! Già, solo che noi abbiamo preso UN antipasto, UN primo e UN secondo. In due. Le porzioni erano decisamente generose, oltre che buone. Ci torneremo anche stasera per assaggiare qualche altra prelibatezza locale.
Volevo evitare di mettermi a letto con la cena ancora in fondo alla gola, ma non ho resistito a lungo: alle 22:30 avevo già gli occhi a mezz’asta e ho ceduto a un lungo sonno, favorito dalla temperatura finalmente fresca, dopo settimane di afa di pianura.

Al risveglio, questa mattina, la cappa grigia di pioggia che ci aveva accompagnato per tutto il pomeriggio di ieri era sparita e nel cielo si inseguivano soffici nuvole bianche con cui il sole ha giocato a nascondino per tutta la giornata, regalandoci una temperatura gradevolissima.

Ci siamo alzati tardi, con tutta la calma che si addice alle vacanze, e siamo andati a fare colazione in centro, ammirando il curioso affollamento di chiese nel centro di San Candido, dove a pochi metri di distanza si trovano la chiesa barocca di San Michele e la splendida architettura romanica della Collegiata.
Abbiamo incontrato per un aperitivo Claudia, una cara amica che vive qui e che non vedevo da tempo, poi, in auto, ci siamo diretti verso il lago di Braies. La strada è ad accesso limitato, ma grazie al mio contrassegno di disabile abbiamo potuto arrivare fino ai parcheggi più vicini al lago. Lungo il tragitto abbiamo raccolto una vulcanica signora francese che faceva l’autostop, straordinariamente allegra e loquace: in pochi chilometri ci ha raccontato mille cose, un po’ in inglese e un po’ in italiano, per poi salutarci con tantissimi ringraziamenti e abbracci.

Il lago di Braies è un gioiello, uno smeraldo incastonato fra le Dolomiti.

C’era moltissima gente, ma il giorno di Ferragosto non ci si poteva aspettare niente di diverso. Un turismo comunque educato e rispettoso dell’ambiente e delle altre persone. E tanti, tantissimi cani. Cani grandi e piccoli, cuccioli giocherelloni e anziani dai movimenti lenti, vivaci terrier, husky eleganti, allegri barboncini, pincher minuscoli… Tutti felici di essere insieme ai loro padroni. Un beagle, forse, più felice di tutti e sicuramente molto amato. L’abbiamo incrociato con la sua famiglia umana sul sentiero che gira intorno al lago, trotterellava verso di noi, con le zampe anteriori allegramente in movimento e le posteriori, inerti, assicurate a un carrellino con ruote che gli permetteva di muoversi nonostante la sua menomazione. Uno spettacolo bellissimo.

Mi sarebbe piaciuto fare il giro del lago, una passeggiata semplicissima di circa 2 chilometri e mezzo, ma mi sono presto resa conto che sarebbe andata oltre le mie attuali possibilità, sia per la distanza, sia per la presenza di un paio di passaggi in pendenza, così ci siamo limitati a costeggiare la riva per un breve tratto, prima in una direzione e poi nell’altra, molto lentamente, con il supporto dei bastoncini da nordic walking.

Mi dispiace costringere Renato a questa andatura lentissima a cui io stessa fatico ad adattarmi. Io che ho sempre camminato con falcate lunghe e decise, ora sono costretta a muovermi poco e piano, a passettini piccoli piccoli, per evitare i crampi alla coscia e le fitte all’inguine che partono subito se solo mi distraggo un attimo e allungo appena appena l’andatura. Mi pesa, ma questo è il meglio che sono in grado di fare ora. Alle prime avvisaglie di fastidio siamo tornati alla macchina: non volevo rischiare di rovinarmi il resto della giornata, o addirittura della vacanza, per aver esagerato. Forse domani riuscirò a fare qualche passo in più, oppure no, non importa.
Sulla via del ritorno, ci siamo fermati in pasticceria per due fette di torta, un tè per me e un caffè per Renato. Una merenda in anticipo o un pranzo in ritardo, come preferite: i nostri pasti, in vacanza, raramente seguono gli orari e le strutture canoniche, ma è proprio la libertà dagli schemi consueti che rende tale una vacanza.

Ci godiamo questa occasione di relax, questo regalo inatteso e tanto gradito, che dimostra come i doni più grandi non siano necessariamente i più costosi.


PS: il post è lungo, sapete che amo raccontare i miei viaggi e in vacanza ho tutto il tempo di farlo.

mercoledì 11 luglio 2018

Fauna ospedaliera

Lunedì mattina Renato ha ricevuto una telefonata che aspettava da undici mesi: finalmente era stata stabilita la data per l'intervento per la correzione di una importante deviazione del setto nasale che stava seriamente compromettendo la sua respirazione. Operazione programmata per... mercoledì. Due giorni scarsi di preavviso, e tanti saluti al protocollo pre-operatorio di 7 giorni con antibiotico e cortisone.
Niente paura, in fondo siamo abituati allo stress, no?
La parte più impegnativa della preparazione è stata la rasatura: Renato ha dovuto tagliare completamente barba e baffi, una cosa che non faceva da sedici anni. È stranissimo vederlo senza barba, sembra un ragazzino.
Siete curiosi? Peccato: non mi ha autorizzato a pubblicare la sua foto.

Stamattina ci siamo presentati in reparto alle 7:15.
Pochi minuti dopo, Renato è stato chiamato per il ricovero. La OSS ci ha scortati in camera e gli ha indicato il suo letto ma non aveva ancora appoggiato il trolley quando è arrivata un'altra OSS dicendo che non poteva stare lì, perché quella stanza era destinata a una paziente donna. In attesa che l'equivoco fosse chiarito, ci hanno fatto tornare in sala d'attesa... per tre ore.

Mentre cercavo, senza molto successo, di trovare una posizione comoda sulla sedia rigida della sala d'attesa, mi sono dedicata al men-watching.
C'era un signore che si lamentava per il digiuno pre-operatorio e spiegava all'infermiera che lui al mattino prende sempre il caffè: possibile che non potesse farlo anche oggi?
Una comitiva: genitori e nonni che accompagnavano una ragazza per gli esami di pre-ricovero: per quale motivo possano essere necessari quattro accompagnatori, rimane per me un mistero. Sembravano in gita, mi aspettavo quasi che tirassero fuori una coperta e un cesto da pic-nic e si accampassero in mezzo al corridoio.

Un giovane uomo con un nome terribilmente antiquato e un ragazzo con un nome terribilmente new-age: probabilmente entrambi da bambini sono stati vittime di feroci prese in giro per questo e, come sempre in queste situazioni, penso che a certi genitori dovrebbe essere tolta la patria potestà per aver costretto i figli a portare nomi così pesanti.
Un'anziana in sedia a rotelle, probabilmente affetta dal morbo di Parkinson, accompagnata dal marito e da una badante dagli inconfondibili tratti dell'Est che con la mano le sosteneva il viso in modo che la mandibola non tremasse e in quel gesto c'erano cura, attenzione e affetto.
La OSS che viene a chiamare un paziente per "l'accettamento". Io un pochino mi sarei preoccupata... Soprattutto considerando che pochi minuti dopo è passata una lettiga con un cadavere.

Alle 10:15 finalmente hanno richiamato Renato e gli hanno assegnato un letto, ma non ha avuto nemmeno il tempo di sedercisi sopra: ha dovuto spogliarsi in fretta e furia e indossare il camice operatorio, perché c'era già la lettiga pronta per portarlo in sala operatoria.
L'hanno riportato in camera due ore dopo, sveglio e con il naso incerottato. Il dolore iniziale è stato rapidamente sedato dall'analgesico e il resto della giornata è passato tranquillamente, a parte una leggera emorragia che non ha destato preoccupazione e si è risolta spontaneamente.
Sono rimasta a fargli compagnia fino all'ora di cena, quando gli hanno servito un pasto "semisolido" dall'aspetto poco invitante ma di sapore accettabile.

Secondo le previsioni dovrebbe essere dimesso già domani, così potrò avere a casa entrambi i miei convalescenti.

Oltre il mito

La notte successiva all'intervento è stata dura per Gandalf. E per noi.
Quando anche l'ultimo residuo di anestesia è svanito, ha iniziato a sentire dolore; le gengive si erano erano gonfiate e dalla bocca colava un filo di bava mista a sangue. Avevamo l'analgesico in compresse, un farmaco che in altre occasioni ha dimostrato di gradire moltissimo, ma non c'è stato verso di farglielo prendere e non ce la siamo sentita di aprirgli a forza la bocca per costringerlo a mandarlo giù.
Si è acciambellato ai piedi del letto, avvilito e dolorante, ed è rimasto lì tutta la notte. Sabato mattina abbiamo tentato di nuovo di dargli l'analgesico e anche l'antibiotico, ma non voleva saperne di aprire la bocca. Alla fine l'abbiamo portato di nuovo in clinica, dove la veterinaria gli ha somministrato i due farmaci tramite iniezione.
Dopo circa un'ora, quando l'analgesico ha fatto il suo dovere, è rinato. Ha chiesto da mangiare, ha cercato di rubare il cibo a suo fratello, si è fatto coccolare. Domenica ha spazzolato allegramente i farmaci mescolati con un po' di tonno in scatola, ed è tornato al suo comportamento abituale, come se non fosse successo niente, anche se aveva ancora le guanciotte gonfie come quelle di un criceto.

Lunedì... beh, lunedì è andato oltre.
Quando Renato è tornato da lavoro, l'ha trovato in salotto, impegnato a giocare con un topo.
Renato ha fatto uscire il topo.
Gandalf l'ha ripreso e riportato in casa.
Renato ha fatto uscire il topo.
Gandalf l'ha ripreso e riportato in casa.
Renato ha fatto uscire il topo.
Gandalf l'ha ripreso e riportato in casa.
Renato ha recuperato per la quarta volta il topo e l'ha liberato lontano da casa.
Gandalf ha deciso di aver fatto abbastanza e si è riposato.
Nonostante sia completamente privo di denti, è riuscito a catturare un topo per quattro volte.
Questo gatto non è un mito... è di più!!!

venerdì 6 luglio 2018

Stress test

Lo stress test, talvolta chiamato "test della tortura", è una sollecitazione estrema di un congegno, di un organo meccanico o di un sistema per verificarne la stabilità e la resistenza allo sforzo.

Durante gli ultimi giorni della settimana scorsa mi sono resa conto di essere particolarmente irritabile, bastava il minimo contrattempo a mettermi di cattivo umore. Un chiaro indicatore di un livello elevato di stress di cui prima non mi ero resa conto.
Comprensibile, dopo tutto, chi non sarebbe stressato con la spada di Damocle di una metastasi polmonare che pende sulla testa?
Io.
Infatti non era quella l'origine della tensione e me ne sono resa conto lunedì, quando ho realizzato che stavo cercando ogni scusa possibile per rinviare la telefonata alla clinica veterinaria . Dopo essermi finalmente decisa a chiamare e prendere appuntamento per l'intervento di Gandalf, ho avuto una crisi di pianto che ha dimostrato oltre ogni dubbio quale fosse la vera origine della mia ansia.

La preoccupazione per Gandalf in questi giorni ha annullato ogni altro pensiero, persino la TAC torace di ieri, per vedere cosa combina il nodulo al polmone, è passata quasi inosservata. La tecnica di radiologia mi ha detto che con ogni probabilità il referto sarebbe stato pronto oggi pomeriggio, ma tutti i miei pensieri erano rivolti all'intervento di Gandalf.
La consapevolezza che la rimozione dei denti fosse la soluzione migliore per lui non bastava a tranquillizzarmi. Temevo che potessero esserci complicazioni, che sarebbe stato doloroso, che lui avesse paura...
Quando stamattina ho caricato il trasportino in macchina, avevo un magone terribile.

Verso le 15 ho chiamato in clinica per avere notizie. Mi hanno detto che si stava svegliando e che avrebbero richiamato più tardi per aggiornarmi. Circa un'ora e mezza dopo, il veterinario ha telefonato per dirmi che era andato tutto bene e che verso le 18 avrei potuto andare a riprenderlo.
Sono arrivata un quarto d'ora prima, con il cuore che batteva forte. Temevo di trovarlo abbacchiato e dolorante, ma è bastata un'occhiata per rassicurarmi: era furioso.
Gli hanno dovuto togliere tutti i denti. Speravano di poter salvare almeno i canini, che invece erano particolarmente sofferenti, con quasi un centimetro di colletto scoperto: chissà quanto lo hanno fatto patire, povero Patato!
Appena siamo arrivati, si è fiondato in cucina a chiedere da mangiare, ma il veterinario aveva consigliato di attendere un po' prima di dargli da mangiare, in modo che si esaurisse l'effetto dell'anestesia. Dopo circa un'ora abbiamo ceduto e gli abbiamo concesso un po' di croccantini; la velocità con cui li ha spazzolati ci ha rassicurati sul fatto che la mancanza dei denti non sarà un ostacolo per la sua alimentazione.

Nel frattempo è arrivato Renato con l'esito della mia TAC: il nodulo è sempre lì, ma non si è mosso, è praticamente invariato rispetto all'esame di maggio. E anche questa è una buonissima notizia.


sabato 23 giugno 2018

Quasi uguali

Gandalf sta abbastanza bene.
Quando sono andata a riprenderlo era arrabbiatissimo, come sempre dopo una sedazione. Continuava ad agitarsi e graffiare la griglia di chiusura del trasportino. Fastidio per l'anestetico? Dolore per il trattamento veterinario? Paura per la permanenza in clinica? Macché. Era a digiuno dalla sera prima ed era affamatissimo! Dopo aver spazzolato una quantità industriale di croccantini, si è tranquillizzato.

Gli hanno pulito le orecchie, in cui la situazione era meno grave di quanto fosse sembrato all'inizio, e applicato un gel antibiotico. Io ho appuntamento con l'otorino lunedì prossimo.
Le analisi del sangue hanno evidenziato un'ulteriore diminuzione dei globuli bianchi; ora sono davvero molto bassi, la FIV sta distruggendo le sue difese immunitarie. I miei globuli bianchi sono sempre al di sotto del livello normale.
Per fortuna il livello di emoglobina è ancora buono. Ha la glicemia appena un po' più alta del normale (come me), la bilirubina lievemente alterata e il colesterolo un po' basso (quello io mai), tutti gli altri valori sono a posto.
La situazione della bocca invece non è buona, le gengive sono molto arrossate e sanguinanti e in alcuni punti si sono ritirate, lasciando scoperta la base dei denti. Gli hanno somministrato di nuovo cortisone per ridurre l'infiammazione e il dolore, ma è solo un palliativo, peraltro con effetti collaterali non trascurabili. È arrivato il momento di intervenire in modo drastico: bisogna togliere i denti. Può sembrare un trattamento crudele, ma in realtà è l'unica cura efficace per questa patologia.
Il sistema immunitario indebolito non riesce a gestire i batteri normalmente presenti nella bocca, che si concentrano proprio tra denti e gengive, e l'estrazione riduce drasticamente questo problema, talvolta anche fino alla completa guarigione. Il gatto mastica pochissimo ed è in grado di mangiare anche senza denti, anzi questa soluzione paradossalmente facilita l'alimentazione, riducendo l'infiammazione e le lesioni dolorose all'interno della bocca. Il veterinario ha suggerito di aspettare due o tre settimane, in modo che l'effetto del cortisone si attenui un po', ma non di più, per evitare che l'infiammazione torni a livelli troppo elevati.

Povero Patato...
Si dice spesso che gli animali domestici finiscono per assomigliare agli umani con cui vivono, ma io non avrei mai voluto che ci fossero così tante analogie fra lui e me.
Deve fare i conti con una patologia molto grave. Come me.
Deve sopportare trattamenti pesanti e fastidiosi. Come me.
Faremo tutto il possibile perché abbia la migliore qualità di vita possibile per il tempo che gli rimane, poco o tanto che sia. Come me.