sabato 23 maggio 2020

Diario felino - Giocare

Caro diario,
io voglio giocare!
Ho quasi completato la distruzione del giochino di Aki, sto rapidamente portando all'estinzione le lucertole del giardino e inseguo con entusiasmo mosche e farfalle, ma non mi basta.


Aki continua a rifiutarsi di giocare con me, al massimo mi tira due o tre zampate, ma niente di più. Allora ci provo con gli umani.
Stamattina verso le cinque e mezza ho recuperato un foglio appallottolato, il bidone della carta straccia è sempre un posto molto interessante, e l'ho portato di sopra. L'ho proposto prima a lui, ma non gli interessava. Allora sono andato da lei e ho iniziato a giocare con la palla di carta proprio sopra la sua gamba. Lei si è svegliata e mi ha salutato, poi ha allungato la mano per controllare con cosa stavo giocando, ha preso la palla, ha verificato che non fosse un documento importante e me l'ha rilanciata. Io l'ho assalita con tutta la ferocia necessaria, ne ho strappato qualche pezzetto con i denti e poi l'ho riportata vicino alla sua mano. Lei me l'ha lanciata di nuovo. Sono partito come un razzo e l'ho presa al volo, ne ho strappato ancora un pezzo, tanto perché fosse chiaro chi comanda, e l'ho riportata di nuovo. Siamo andati avanti a lanci, assalti e riporto per almeno un quarto d'ora, alla fine della palla era rimasto pochino, in compenso il letto era tutto pieno di pezzettini di carta.
Mi sono divertito tantissimissimo a fare il gatto da riporto!
Dopo mi sono addormentato sul letto, ma più tardi mi è tornata la voglia di giocare. Gli umani ormai si erano alzati e mi hanno aiutato un po'.


Adesso vado in giardino, lì ci sono sempre tante cose con cui giocare. Bru!

 Fergus

lunedì 18 maggio 2020

Qualcuno da odiare

Abbiamo bisogno di qualcuno da odiare, qualcuno su cui riversare i nostri rancori e la nostra meschinità, qualcuno a cui sentirci superiori: ci serve un nemico.


Credo che sia una cosa normale, entro certi limiti, perché tutti abbiamo una certa dose di aggressività da sfogare. Trattenerla non è sempre un bene perché può accumularsi fino a un punto di rottura catastrofico, sfogarla su se stessi può generare bassa autostima o addirittura forme patologiche di autolesionismo, per cui la cosa più semplice è incanalarla in forma di odio verso qualcun altro.
Questo odio può essere abbastanza innocuo quando si manifesta solo in pensieri ostili, oppure concretizzarsi con effetti anche devastanti.

Ricordo di aver coltivato forme astratte di odio fin dalle elementari, scegliendo di volta in volta un bersaglio su cui indirizzare i pensieri cattivi quando ero arrabbiata: la bambina antipatica che mi prendeva sempre in giro per il mio nome strano (Camilla, non Mia 😮), il professore mediocre e arrogante, l'atleta della squadra avversaria che si comportava in modo scorretto, l'arbitro non imparziale, la ragazzina di cui avevo saputo che parlava male di me, un tizio che mi aveva accusato ingiustamente... Un odio tutto privato, che si esprimeva per lo più nella fantasia di vedere il destinatario pubblicamente condannato per le sue malefatte e coperto di vergogna. Asfaltato, si direbbe oggi.
Credo che questo tipo di odio non sia pericoloso, perché non ha nessuna manifestazione esteriore e nella maggior parte dei casi il destinatario non saprà mai di esserne oggetto. Merita però un po' di riflessione e auto-analisi, perché di solito è sintomo di insoddisfazione più che altro verso se stessi. In fondo, non odiavo la bambina perché mi prendeva in giro, odiavo me stessa perché non riuscivo a reagire in modo efficace a quelle provocazioni.
Con il tempo l'ho capito, ma ho capito anche che questi pensieri ostili possono essere una valvola di sfogo utile per scaricare il nervosismo senza far danni. In fondo non è male immaginare il proprio avversario umiliato e messo alla berlina. 😈
Però bisogna fare attenzione, perché possono anche diventare una palude in cui si resta invischiati alimentando ancora di più la tensione in un circolo vizioso. Tirare mentalmente qualche insulto e magari anche un augurio di disgrazie al maledetto bastardo che ci ha fatto tanto arrabbiare è normale, magari fa anche bene, se aiuta a liberarsi dal malessere che quella persona ci ha provocato. Invece è pericoloso e nocivo lasciar sobbollire il rancore per giorni, mesi o anni, alimentandolo continuamente fino a restare impantanati e soffocati dai suoi miasmi tossici.
Possiamo accettare che l'odio astratto faccia parte della nostra vita, ma dobbiamo governarlo e delimitarlo per fare in modo non ci divori.

Esiste però anche l'odio concreto, quello che si manifesta in parole e azioni ostili e in questo periodo prospera in modo particolare sui social network.
Sembra che il nuovo sport nazionale sia creare nemici su cui indirizzare tonnellate di letame mediatico, spesso attraverso notizie false, sensazionalismi infondati e fantasiose teorie del complotto.
I bersagli di questo odio possono essere personaggi noti (Silvia Romano, Bill Gates, Conte, Salvini...) oppure intere categorie (migranti, politici, scienziati, abitanti di una zona...) su cui vengono riversati fiumi di insulti e minacce, aggressioni verbali e talvolta anche fisiche.
Spesso queste manifestazioni d'odio non sono spontanee, ma astutamente progettate dai professionisti dell'information disorder, creatori di contenuti confezionati ad arte per ottenere condivisioni e like facendo leva sulla paura, l'ignoranza e l'egoismo al fine di guadagnare visibilità e consenso ma anche, più prosaicamente, introiti pubblicitari dai click su pagine piene di pubblicità.

È inquietante vedere quanti ci cascano.
È impressionante vedere le fake news più assurde condivise da chi dovrebbe possedere tutti gli strumenti intellettuali e pratici per capire che sono campate in aria e invece non spende nemmeno tre secondi per una ricerca su Google che sarebbe sufficiente a smascherare il falso.
È preoccupante vedere soggetti con ruoli sociali importanti (insegnanti, amministratori pubblici, medici, dirigenti, genitori...) che abboccano a panzane incredibili, dimostrando un'assoluta incapacità di valutare l'attendibilità delle fonti di informazione.
È spaventoso vedere persone che dovrebbero condividere almeno i più elementari valori morali e civili vomitare critiche e insulti gratuiti contro chi non ha fatto loro nessun torto.

Tenersi fuori da questi fiumi di odio non è sempre facile.
Anche se evito di condividere messaggi ostili e fake news, troppo spesso non riesco a trattenermi dal rispondere a chi li diffonde. Dovrei imparare a starne alla larga, ma ogni volta che leggo una falsità, il mio spirito di giustizia si ribella e si innescano discussioni talvolta accese e spesso inutili, perché è inutile argomentare con chi è accecato da ideologie e pregiudizi.
Anche se cerco di presentare solo fatti dimostrabili, non opinioni, e mantengo sempre il confronto su toni assolutamente civili, a volte finisco per accumulare un carico di rabbia che mi fa stare male.
Alla fine rischio di cadere anch'io nella palude dell'odio, nel mio caso verso gli spargitori seriali di letame di bufala.

Non va bene. Nella mia vita è già arrivato letame più che a sufficienza, non devo andare a cercarne altro. Adesso più che mai ho bisogno di cose che mi facciano stare bene, di sorrisi, di pensieri felici e mi sto attrezzando per procurarmene una bella dose: stay tuned!


Sapete che detesto i video, ma c'è una canzone di Roberto Vecchioni, tratta da un disco di qualche anno fa (ho appena realizzato che è di 27 anni fa 😨) che sembra scritta apposta per questo post. Si intitola Tornando a casa (nostalgia di odiare).


venerdì 8 maggio 2020

Oltre il ponte

Il tuo cammino è stato troppo breve e troppo faticoso, ma sono onorata di averne condiviso una parte.
Sono sicura che oltre il ponte c'era la Gioiuta ad aspettarti e adesso i vostri cuori sono di nuovo insieme.
Ciao Sara, mi mancherai.


venerdì 1 maggio 2020

Andate pure avanti

In tanti stanno invocando la riapertura generale, alcuni per motivazioni economiche, altri semplicemente perché vogliono uscire.

Capisco la difficoltà delle attività produttive, commerciali e di servizio, la capisco benissimo.
Non sognatevi nemmeno di venirmi a dire che non so di cosa parlo, so perfettamente cosa significa non avere reddito perché non si può lavorare. Non dimenticate che ho (anche) un lavoro dipendente solo dal 2016, prima ero (solo) una libera professionista.
La prima volta che mi sono ammalata, non esisteva l'indennità di malattia per i professionisti iscritti alla gestione separata, solo la diaria di ricovero ospedaliero: sono stata tre mesi senza lavorare e altri tre a orario ridotto e l'INPS mi ha riconosciuto in tutto ben 359,71 euro. Lordi: ho dovuto pagarci sopra non solo l'IRPEF e le addizionali, ma anche il 19% di contributi previdenziali... indovinate a chi? Appunto, all'INPS.
Quando ho avuto la prima recidiva, sono stata completamente ferma per 8 mesi. OTTO MESI. E a mezzo servizio per altri tre. Stavolta l'INPS mi ha riconosciuto anche i day hospital per la radioterapia, quindi ho ricevuto un totale di 1.352,17 euro. Sempre lordi, solo che nel frattempo l'aliquota contributiva era salita al 24%.
Per finire, è vero che negli ultimi quattro anni ho ricevuto sempre lo stipendio e mantenuto il posto di lavoro, nonostante i tantissimi mesi di assenza (e devo ringraziare i miei datori di lavoro, che sono Signori con la "S" maiuscola, per questa e per altre cose), ma è anche vero che ho un part-time e che la mia attività professionale, che nel 2016 costituiva i due terzi del mio reddito, si è praticamente azzerata.
Davvero, capisco chi è in ansia perché la sua attività è ferma.

Capisco molto meno invece quelli che invocano la tana libera tutti solo perché sono stufi di stare a casa, vogliono andare al bar e al ristorante, a fare la gita fuori porta e la partita di calcetto. Tanto muoiono solo vecchi e malati, chissenefrega, e al diavolo questo Governo che li priva della loro libertà di infettarsi e diffondere il contagio.


Io non resto a casa perché me lo impone il Governo, ci rimango per non infettarmi. E temo che dovrò restarci ancora per un bel pezzo.
Perché al virus non gliene frega niente dei problemi economici, e nemmeno delle aspirazioni sociali e ricreative: non aspetta altro che la ripresa dei contatti per avere un bel serbatoio di persone da infettare. E lo farà, solo che non sappiamo in quale misura, per questo è meglio andare per gradi, in modo da riuscire a fare marcia indietro prima della catastrofe se la curva tende a impennarsi di nuovo.

Si sono fatti passi avanti nella comprensione della malattia e nel trattamento delle complicanze, ma non abbiamo ancora una terapia efficace. Non abbiamo un vaccino, non è nemmeno certo che sia possibile svilupparlo, perché non si sa ancora se chi supera la malattia sviluppa immunità e per quanto tempo. Non sappiamo nemmeno quale sia realmente la diffusione del contagio, perché finora i tamponi non sono stati fatti su campioni statisticamente significativi, ma soltanto a chi manifestava sintomi o era stato esposto al contagio. Forse i test sierologici riusciranno a identificare con precisione chi è già entrato in contatto con il virus, anche senza manifestare sintomi, e avremo un quadro più chiaro della situazione. Adesso no.
Probabilmente dovremo imparare a convivere con questo virus, abbiamo già imparato alcune cose, ma nessuno ancora sa esattamente come gestirlo.
In questo momento, aprire tutto è un salto nel buio, eppure in tanti stanno invocando proprio questo.
Uscite pure, andate avanti. Io aspetto a casa.

giovedì 16 aprile 2020

Chiedere aiuto.

Ci sono tante cose che non posso fare da sola. Ce ne sono altre che riesco a fare solo con molta fatica e per le quali devo dosare attentamente le energie.
Salire e scendere le scale, ad esempio, è molto impegnativo, quindi cerco di organizzarmi per farlo il minor numero di volte possibile, concentrando tutte le attività da svolgere al piano di sopra nelle mie mattine libere: martedì, giovedì e sabato. Anche la domenica mattina è libera, ma di solito non faccio niente 😊. Dopo aver dormito fino a tardi, faccio la mia sessione di ginnastica, 30-40 minuti, e poi, se serve, mi fermo su per altre incombenze: mettere ordine, pulire e spolverare quel poco che riesco, scansionare, fotocopiare e archiviare documenti... Spesso scendo solo quando è già ora di pranzo.
Stamattina il programma era molto fitto di attività faticose: ginnastica, pulizia a fondo del piatto doccia, spolvero, doccia, lavaggio e asciugatura capelli. Dovevo stare bene attenta a non esagerare, per conservare energia sufficiente a scendere le scale in sicurezza.

Ho optato fin dall'inizio per una sessione di ginnastica ridotta, perché sapevo che le altre faccende sarebbero state impegnative: niente esercizi in ginocchio, già necessari per pulire la doccia, e nemmeno lavoro con pesi sulla gamba, che sarebbe stata già molto sollecitata per spolverare.
Dopo meno di dieci minuti ho dovuto fermarmi e chiedere a gran voce aiuto a Renato.


Stanca? No!
Bloccata? No!
Caduta? No!
Difficoltà ad alzarmi da terra? No!
Dolore? No!

C'era soltanto Aki che si aggirava per le camere con un enorme ramarro (vivo) in bocca!


Il ramarro è stato spazzato fuori ed è riuscito a fuggire, Aki è stato riempito di complimenti e coccole.
Io ho finito la mia sessione breve di allenamento, ho pulito il piatto e lo sgabello da doccia, ma sono riuscita a spolverare solo due stanze su cinque, poi ho dovuto chiedere aiuto a Renato anche per quello, altrimenti mi sarei stancata troppo e non sarei riuscita a fare la doccia e lavare i capelli. E mi rode, mi rode sempre.

lunedì 13 aprile 2020

Parliamo di BRU

BRU è un miagolio fusante, una fusa miagolosa, un miao con la erre. Non è esattamente un brrgneu, è più breve, solo BRU.
BRU è il verso preferito di Fergus, il suo saluto, la sua richiesta di coccole.
Quando incrocia Aki, Fergus fa BRU e si mette naso contro naso con lui. Quando ha voglia di giocare con lui, fa BRU per chiamarlo (e Aki di solito fa finta di non sentire).
Qualche minuto prima della fine del mio orario di lavoro, verso le 12:25 o le 17:25 se lavoro di pomeriggio, Fergus zompa sul divano, si piazza davanti alla tastiera del computer e fa BRU per ricordarmi che è ora di smettere.
Quando rientra da una scorribanda in giardino, fa BRU per salutarci. Quando lo accarezzo mentre dorme, fa BRU per ringraziare. Quando vuole una grattata di pancia, si spanciotta e fa BRU.


In questi giorni lo sentiamo poco, perché con la bella stagione passa un sacco di tempo all'aperto, a giocare in giardino oppure a dormire nel cestino sul portico.
Da quando ha imparato a usare la gattaiola, esce sempre più spesso: è nato in campagna, non è un gatto d'appartamento e gli piace l'aria aperta. Come tutti i nostri gatti, appena ha avuto a disposizione il giardino ha smesso di usare la lettiera, spostando la toilette all'esterno e liberandoci da tutti i relativi oneri di gestione: acquisto, pulizia, odori sgradevoli. Bravo piccoletto!
La stagione di caccia è aperta: Aki l'ha inaugurata un paio di settimane fa con il primo topolino e sta viaggiando al ritmo di due a settimana.
Fergus non vuole essere da meno: due giorni fa ha preso la sua prima lucertola, stamattina un'altra. Se imparano a cacciare insieme, come minimo ci portano un cinghiale.


Anch'io oggi ho fatto una gita fuori porta. Fuori dalla porta, per la precisione: una breve passeggiata sulla strada di casa, una cinquantina di metri all'andata e altrettanti al ritorno. Ne avevo fatta una anche la settimana scorsa e mi ero resa conto conto di essere terribilmente fuori allenamento con le stampelle, che in casa uso pochissimo, praticamente solo per salire le scale, prediligo il deambulatore perché è più sicuro, soprattutto per andare in bagno.
Quando sono uscita la prima volta mi sentivo come una ladra, anche se non stavo violando alcuna regola. Per strada non c'era assolutamente nessuno, a parte me e Renato, e sono rimasta davvero entro pochi metri da casa, tuttavia mi sembrava di fare qualcosa di proibito.
Invece è necessario: ho decisamente bisogno di una sgambata ogni tanto, perché il movimento con le stampelle è diverso da quello con il deambulatore, richiede più fiato e una migliore gestione dell'equilibrio. Inoltre dentro casa riesco a fare solo pochi metri, mentre all'esterno ho la possibilità di allenarmi su tratti più lunghi, anche se sono ancora lontanissima dai 350/400 metri che riuscivo a fare prima dell'amputazione. Bisogna che mi dia da fare per recuperare... e anche per smaltire troppe cose buone che preparo in questo periodo!

In senso orario: sua maestà la carbonara, club sandwich, braciola di maiale con cipolle caramellate, risotto speck porri e mele, gateau di polenta, pizza, chicken pie, uova sulle nuvole, tagliatelle con sugo di spezzatino, plumcake mirtilli e yogurt. 

E adesso vado a preparare la pizza per stasera!

giovedì 2 aprile 2020

Fine del 41 bis

Noi non eravamo semplicemente in quarantena: siamo stati per diverse settimane al 41 bis.
Renato ha lavorato fino a 15 giorni fa in fabbrica con centinaia di colleghi, avrebbe potuto entrare in contatto con il virus  e voleva proteggermi, quindi, fino a ieri, distanza di sicurezza e contatti ridotti al minimo indispensabile anche in casa.
Certo non è stato un isolamento assoluto: viviamo in una casa 🏡, non in un castello 🏰 di cinquanta stanze, mangiamo alla stessa tavola, accarezziamo gli stessi gatti. Se il virus c'era, qualche possibilità di trasmissione l'ha avuta. Ma ormai sono trascorse più di due settimane dagli ultimi contatti esterni significativi senza nessun sintomo di malattia, siamo abbastanza sicuri che non ci sia stato contagio, quindi stamattina ci siamo potuti di nuovo abbracciare dopo - credo - quattro settimane. E quanto mi era mancato quel contatto!


Abbiamo fatto e stiamo facendo tutto il possibile per evitare il contagio, anche se in verità la nostra speranza è di aver già preso il virus in forma così lieve da non essercene nemmeno accorti. Poco probabile, ma sarebbe bello.
Perché c'è una cosa su cui hanno ragione i sostenitori del "contagio libero": in assenza di un vaccino, la cui messa a punto, ammesso che sia possibile, richiederà molti mesi, il virus non si fermerà fino a che non saranno stati contagiati quasi tutti e il rischio continuerà ancora per molto tempo. Sempre ammesso che quelli che l'hanno già avuto sviluppino un'immunità permanente o almeno molto lunga, altrimenti rischiamo di ritrovarcelo ciclicamente da qui all'eternità, come il raffreddore o l'influenza.

Cessato finalmente l'isolamento domestico, manteniamo quello sociale: esce solo Renato per fare la spesa 🛒, una volta alla settimana, massimo due se c'è da andare in più di un negozio, sempre con la mascherina 😷 (grazie Mila!) e tenendo le distanze.
Io esco solo per metà: metto la carrozzina 🦽 sulla soglia della porta finestra sul retro per prendere un po' di sole 🌞, perché l'ultima densitometria non era per niente buona e ho bisogno di vitamina D per fissare il calcio nelle mie povere ossa 🦴, che hanno pagato duramente l'allettamento prolungato e le carenze nutrizionali dell'anno scorso.
Durante la giornata lavoro 💻 - sempre con un pensiero di gratitudine ai miei colleghi che vanno fisicamente in ufficio e in centrale elettrica 🏭, permettendo il proseguimento del servizio - cucino🍝, gioco 👾, coccolo i gatti 😺, guardo la TV 📺, leggo 📚. Come prima, insomma.
Ci manca molto una cena di sushi 🍣, il resto lo sopportiamo senza troppe difficoltà. Anche perché la pizza 🍕 la faccio io oppure ce la facciamo portare a casa! 😉