mercoledì 11 luglio 2018

Fauna ospedaliera

Lunedì mattina Renato ha ricevuto una telefonata che aspettava da undici mesi: finalmente era stata stabilita la data per l'intervento per la correzione di una importante deviazione del setto nasale che stava seriamente compromettendo la sua respirazione. Operazione programmata per... mercoledì. Due giorni scarsi di preavviso, e tanti saluti al protocollo pre-operatorio di 7 giorni con antibiotico e cortisone.
Niente paura, in fondo siamo abituati allo stress, no?
La parte più impegnativa della preparazione è stata la rasatura: Renato ha dovuto tagliare completamente barba e baffi, una cosa che non faceva da sedici anni. È stranissimo vederlo senza barba, sembra un ragazzino.
Siete curiosi? Peccato: non mi ha autorizzato a pubblicare la sua foto.

Stamattina ci siamo presentati in reparto alle 7:15.
Pochi minuti dopo, Renato è stato chiamato per il ricovero. La OSS ci ha scortati in camera e gli ha indicato il suo letto ma non aveva ancora appoggiato il trolley quando è arrivata un'altra OSS dicendo che non poteva stare lì, perché quella stanza era destinata a una paziente donna. In attesa che l'equivoco fosse chiarito, ci hanno fatto tornare in sala d'attesa... per tre ore.

Mentre cercavo, senza molto successo, di trovare una posizione comoda sulla sedia rigida della sala d'attesa, mi sono dedicata al men-watching.
C'era un signore che si lamentava per il digiuno pre-operatorio e spiegava all'infermiera che lui al mattino prende sempre il caffè: possibile che non potesse farlo anche oggi?
Una comitiva: genitori e nonni che accompagnavano una ragazza per gli esami di pre-ricovero: per quale motivo possano essere necessari quattro accompagnatori, rimane per me un mistero. Sembravano in gita, mi aspettavo quasi che tirassero fuori una coperta e un cesto da pic-nic e si accampassero in mezzo al corridoio.

Un giovane uomo con un nome terribilmente antiquato e un ragazzo con un nome terribilmente new-age: probabilmente entrambi da bambini sono stati vittime di feroci prese in giro per questo e, come sempre in queste situazioni, penso che a certi genitori dovrebbe essere tolta la patria potestà per aver costretto i figli a portare nomi così pesanti.
Un'anziana in sedia a rotelle, probabilmente affetta dal morbo di Parkinson, accompagnata dal marito e da una badante dagli inconfondibili tratti dell'Est che con la mano le sosteneva il viso in modo che la mandibola non tremasse e in quel gesto c'erano cura, attenzione e affetto.
La OSS che viene a chiamare un paziente per "l'accettamento". Io un pochino mi sarei preoccupata... Soprattutto considerando che pochi minuti dopo è passata una lettiga con un cadavere.

Alle 10:15 finalmente hanno richiamato Renato e gli hanno assegnato un letto, ma non ha avuto nemmeno il tempo di sedercisi sopra: ha dovuto spogliarsi in fretta e furia e indossare il camice operatorio, perché c'era già la lettiga pronta per portarlo in sala operatoria.
L'hanno riportato in camera due ore dopo, sveglio e con il naso incerottato. Il dolore iniziale è stato rapidamente sedato dall'analgesico e il resto della giornata è passato tranquillamente, a parte una leggera emorragia che non ha destato preoccupazione e si è risolta spontaneamente.
Sono rimasta a fargli compagnia fino all'ora di cena, quando gli hanno servito un pasto "semisolido" dall'aspetto poco invitante ma di sapore accettabile.

Secondo le previsioni dovrebbe essere dimesso già domani, così potrò avere a casa entrambi i miei convalescenti.

Oltre il mito

La notte successiva all'intervento è stata dura per Gandalf. E per noi.
Quando anche l'ultimo residuo di anestesia è svanito, ha iniziato a sentire dolore; le gengive si erano erano gonfiate e dalla bocca colava un filo di bava mista a sangue. Avevamo l'analgesico in compresse, un farmaco che in altre occasioni ha dimostrato di gradire moltissimo, ma non c'è stato verso di farglielo prendere e non ce la siamo sentita di aprirgli a forza la bocca per costringerlo a mandarlo giù.
Si è acciambellato ai piedi del letto, avvilito e dolorante, ed è rimasto lì tutta la notte. Sabato mattina abbiamo tentato di nuovo di dargli l'analgesico e anche l'antibiotico, ma non voleva saperne di aprire la bocca. Alla fine l'abbiamo portato di nuovo in clinica, dove la veterinaria gli ha somministrato i due farmaci tramite iniezione.
Dopo circa un'ora, quando l'analgesico ha fatto il suo dovere, è rinato. Ha chiesto da mangiare, ha cercato di rubare il cibo a suo fratello, si è fatto coccolare. Domenica ha spazzolato allegramente i farmaci mescolati con un po' di tonno in scatola, ed è tornato al suo comportamento abituale, come se non fosse successo niente, anche se aveva ancora le guanciotte gonfie come quelle di un criceto.

Lunedì... beh, lunedì è andato oltre.
Quando Renato è tornato da lavoro, l'ha trovato in salotto, impegnato a giocare con un topo.
Renato ha fatto uscire il topo.
Gandalf l'ha ripreso e riportato in casa.
Renato ha fatto uscire il topo.
Gandalf l'ha ripreso e riportato in casa.
Renato ha fatto uscire il topo.
Gandalf l'ha ripreso e riportato in casa.
Renato ha recuperato per la quarta volta il topo e l'ha liberato lontano da casa.
Gandalf ha deciso di aver fatto abbastanza e si è riposato.
Nonostante sia completamente privo di denti, è riuscito a catturare un topo per quattro volte.
Questo gatto non è un mito... è di più!!!

venerdì 6 luglio 2018

Stress test

Lo stress test, talvolta chiamato "test della tortura", è una sollecitazione estrema di un congegno, di un organo meccanico o di un sistema per verificarne la stabilità e la resistenza allo sforzo.

Durante gli ultimi giorni della settimana scorsa mi sono resa conto di essere particolarmente irritabile, bastava il minimo contrattempo a mettermi di cattivo umore. Un chiaro indicatore di un livello elevato di stress di cui prima non mi ero resa conto.
Comprensibile, dopo tutto, chi non sarebbe stressato con la spada di Damocle di una metastasi polmonare che pende sulla testa?
Io.
Infatti non era quella l'origine della tensione e me ne sono resa conto lunedì, quando ho realizzato che stavo cercando ogni scusa possibile per rinviare la telefonata alla clinica veterinaria . Dopo essermi finalmente decisa a chiamare e prendere appuntamento per l'intervento di Gandalf, ho avuto una crisi di pianto che ha dimostrato oltre ogni dubbio quale fosse la vera origine della mia ansia.

La preoccupazione per Gandalf in questi giorni ha annullato ogni altro pensiero, persino la TAC torace di ieri, per vedere cosa combina il nodulo al polmone, è passata quasi inosservata. La tecnica di radiologia mi ha detto che con ogni probabilità il referto sarebbe stato pronto oggi pomeriggio, ma tutti i miei pensieri erano rivolti all'intervento di Gandalf.
La consapevolezza che la rimozione dei denti fosse la soluzione migliore per lui non bastava a tranquillizzarmi. Temevo che potessero esserci complicazioni, che sarebbe stato doloroso, che lui avesse paura...
Quando stamattina ho caricato il trasportino in macchina, avevo un magone terribile.

Verso le 15 ho chiamato in clinica per avere notizie. Mi hanno detto che si stava svegliando e che avrebbero richiamato più tardi per aggiornarmi. Circa un'ora e mezza dopo, il veterinario ha telefonato per dirmi che era andato tutto bene e che verso le 18 avrei potuto andare a riprenderlo.
Sono arrivata un quarto d'ora prima, con il cuore che batteva forte. Temevo di trovarlo abbacchiato e dolorante, ma è bastata un'occhiata per rassicurarmi: era furioso.
Gli hanno dovuto togliere tutti i denti. Speravano di poter salvare almeno i canini, che invece erano particolarmente sofferenti, con quasi un centimetro di colletto scoperto: chissà quanto lo hanno fatto patire, povero Patato!
Appena siamo arrivati, si è fiondato in cucina a chiedere da mangiare, ma il veterinario aveva consigliato di attendere un po' prima di dargli da mangiare, in modo che si esaurisse l'effetto dell'anestesia. Dopo circa un'ora abbiamo ceduto e gli abbiamo concesso un po' di croccantini; la velocità con cui li ha spazzolati ci ha rassicurati sul fatto che la mancanza dei denti non sarà un ostacolo per la sua alimentazione.

Nel frattempo è arrivato Renato con l'esito della mia TAC: il nodulo è sempre lì, ma non si è mosso, è praticamente invariato rispetto all'esame di maggio. E anche questa è una buonissima notizia.


sabato 23 giugno 2018

Quasi uguali

Gandalf sta abbastanza bene.
Quando sono andata a riprenderlo era arrabbiatissimo, come sempre dopo una sedazione. Continuava ad agitarsi e graffiare la griglia di chiusura del trasportino. Fastidio per l'anestetico? Dolore per il trattamento veterinario? Paura per la permanenza in clinica? Macché. Era a digiuno dalla sera prima ed era affamatissimo! Dopo aver spazzolato una quantità industriale di croccantini, si è tranquillizzato.

Gli hanno pulito le orecchie, in cui la situazione era meno grave di quanto fosse sembrato all'inizio, e applicato un gel antibiotico. Io ho appuntamento con l'otorino lunedì prossimo.
Le analisi del sangue hanno evidenziato un'ulteriore diminuzione dei globuli bianchi; ora sono davvero molto bassi, la FIV sta distruggendo le sue difese immunitarie. I miei globuli bianchi sono sempre al di sotto del livello normale.
Per fortuna il livello di emoglobina è ancora buono. Ha la glicemia appena un po' più alta del normale (come me), la bilirubina lievemente alterata e il colesterolo un po' basso (quello io mai), tutti gli altri valori sono a posto.
La situazione della bocca invece non è buona, le gengive sono molto arrossate e sanguinanti e in alcuni punti si sono ritirate, lasciando scoperta la base dei denti. Gli hanno somministrato di nuovo cortisone per ridurre l'infiammazione e il dolore, ma è solo un palliativo, peraltro con effetti collaterali non trascurabili. È arrivato il momento di intervenire in modo drastico: bisogna togliere i denti. Può sembrare un trattamento crudele, ma in realtà è l'unica cura efficace per questa patologia.
Il sistema immunitario indebolito non riesce a gestire i batteri normalmente presenti nella bocca, che si concentrano proprio tra denti e gengive, e l'estrazione riduce drasticamente questo problema, talvolta anche fino alla completa guarigione. Il gatto mastica pochissimo ed è in grado di mangiare anche senza denti, anzi questa soluzione paradossalmente facilita l'alimentazione, riducendo l'infiammazione e le lesioni dolorose all'interno della bocca. Il veterinario ha suggerito di aspettare due o tre settimane, in modo che l'effetto del cortisone si attenui un po', ma non di più, per evitare che l'infiammazione torni a livelli troppo elevati.

Povero Patato...
Si dice spesso che gli animali domestici finiscono per assomigliare agli umani con cui vivono, ma io non avrei mai voluto che ci fossero così tante analogie fra lui e me.
Deve fare i conti con una patologia molto grave. Come me.
Deve sopportare trattamenti pesanti e fastidiosi. Come me.
Faremo tutto il possibile perché abbia la migliore qualità di vita possibile per il tempo che gli rimane, poco o tanto che sia. Come me.


giovedì 21 giugno 2018

Ma come fate?


Come fate ad aspettare fuori dalla sala in cui stanno operando vostro figlio? Come riuscite a continuare a respirare mentre la paura vi stringe in un abbraccio soffocante, nell'attesa che qualcuno venga a dirvi che è andato tutto bene?
Come fate a tornare a casa dopo l'orario di visita mentre il vostro compagno è in ospedale? Come fate ad aspettarlo fuori dal day hospital durante la chemioterapia?
Non vi chiedo come fate a stare vicino a chi amate quando sta male, questo lo so, ma vorrei sapere come fate a stare lontano, ad aspettare fuori tutte le volte che non si può entrare, a lasciarlo quando è ora di andare; come fate a sopportare l'idea che sia solo con la sua paura e la sua sofferenza.

Perché stamattina Gandalf è di nuovo in clinica perché la stomatite si è riacutizzata e ora ha anche l'otite, e bisogna sedarlo per ispezionare la bocca e forse togliere un altro dente e pulire le orecchie.
E io sono a casa che aspetto, incapace di concludere qualsiasi cosa, con l'ansia di saperlo solo e spaventato, con la nausea che mi blocca lo stomaco e il respiro, con le lacrime sull'orlo degli occhi.
È "solo un gatto". Ma non riesco a sopportare la paura che ho letto nei suoi occhi quando ho consegnato il trasportino nelle mani dell'assistente. Non riesco a distogliere il pensiero dal suo dolore, dalla sua solitudine. In queste ore di attesa, non riesco a vivere altro che l'attesa stessa.

Una volta di più mi inchino a tutti gli eroi che assistono i loro cari malati per giorni, mesi, anni. A tutti i genitori, coniugi, compagni, fratelli, sorelle, nonni, zii, cugini e amici che camminano a fianco di chi amano lungo i sentieri più impervi, che aiutano e sostengono, che aspettano fuori quando non possono entrare, che sopportano un dolore e un'angoscia spesso più grandi del malato stesso.
Grazie, a tutti voi.



Intanto Aki, per consolarmi, mi ha portato un topo.

martedì 19 giugno 2018

Scacco matto

«Tocca a te».
Giorgio si era appoggiato allo schienale, un gesto che aveva ripetuto centinaia, no, migliaia di volte nei precedenti… quanti anni? Maurizio aveva fatto rapidamente il calcolo a mente: quarantacinque e qualche mese.
Si erano incontrati il primo ottobre del 1969, quando ancora le scuole iniziavano il giorno di San Remigio. Erano in prima media, entrambi un po' spaesati, Maurizio per la sua timidezza e Giorgio perché si era appena trasferito e non conosceva ancora nessuno. Si erano ritrovati vicini di banco e si erano studiati per un po', diffidenti, prima di scoprire di avere in comune la passione per gli scacchi. Una partita dopo l'altra, era nata una solida amicizia. Inseparabili anche al liceo, all'Università si erano divisi solo per seguire le lezioni, Giorgio a Medicina e Maurizio a Statistica, condividendo lo stesso appartamento, le stesse feste e per qualche settimana, senza saperlo, anche la stessa ragazza. Ognuno dei due aveva fatto da testimone di nozze all'altro; il matrimonio di Giorgio era naufragato dopo una decina d'anni, quello di Maurizio sarebbe durato tutta la vita.
Quel giorno tra di loro non c'era la scacchiera, ma la scrivania di un ambulatorio. E non si stavano sfidando nell'ennesimo torneo; questa volta giocavano entrambi dalla stessa parte, contro l'avversario più temibile che avessero mai affrontato.
All'inizio non era sembrata una partita complicata. Un'apertura semplice, quasi banale, le prime mosse prevedibili e relativamente facili da gestire, sacrificando solo pochi pedoni: qualche assenza dal lavoro, una piccola cicatrice. Tra ambulatorio e sala operatoria, in pochi mesi avevano dato scacco al re. Ma l'avversario aveva rialzato la testa e la partita si era fatta più difficile. Un altro intervento, più impegnativo: via un alfiere. La radioterapia: via una torre. Sei cicli di chemioterapia: via un cavallo. Un'altra recidiva, di nuovo in sala operatoria e poi altri quattro cicli di chemio: via l'altro alfiere e l'altro cavallo.
A ogni mossa, Giorgio studiava nuove strategie, ne discutevano insieme e si impegnavano con tutte le loro forze per metterle in atto, ma sembrava che l'avversario riuscisse sempre ad anticiparli. Metastasi al fegato e ai polmoni: via la regina.
Toccava a Maurizio, adesso.
Giorgio gli aveva spiegato le possibilità. C'era un protocollo sperimentale per pazienti con malattia metastatica avanzata. Oppure le cure palliative.
Maurizio aveva cercato di nuovo rifugio nei numeri: «Quante probabilità ho?»
Giorgio si mordicchiava il labbro inferiore, indeciso sulla risposta da dare, ma si conoscevano troppo bene, non sarebbe stato capace di mentire. E Maurizio aveva il diritto di sapere.
«Sopravvivenza a due anni inferiore al cinque per cento».
«Le cure palliative possono migliorare questo dato?»
«Il loro scopo è il mantenimento della migliore qualità di vita possibile, più che il prolungamento della vita stessa. Però ci sono buone evidenze del fatto che i pazienti sottoposti a cure palliative vivano un po' più a lungo».
«Mi pare ragionevole: se stai molto male, ti passa anche la voglia di vivere. E il protocollo sperimentale?»
Giorgio era a disagio di fronte a quelle domande lucide e dirette che l'amico gli poneva con un distacco quasi inumano. Sapeva che Maurizio era così: analizzava i dati e traeva conclusioni. Era questo che faceva di lui un eccellente statistico e giocatore di scacchi. Ma qui non si trattava di un torneo né della distribuzione dei profili assicurativi tra le diverse regioni, stavano parlando della sua vita o, più probabilmente, della sua morte. Come poteva affrontarla con tanta freddezza? O forse era solo una forma di difesa, un tentativo di nascondere la situazione dietro un muro di dati, una negazione della realtà?
«È… sperimentale. Nessuna garanzia, nessun dato statistico disponibile».
«Potrebbe salvarmi?»
«Io… non lo so. Può darsi. Forse.»
Maurizio era implacabile: «Modifico la domanda: tu ritieni che potrebbe salvarmi?»
«Mi metti in difficoltà, Maurizio…»
Maurizio aveva accennato una risata, forzata e amara: «Tu sei in difficoltà? Vuoi che facciamo cambio?»
«Io non…»
«Ok, scusa. Scusa. Capisco che è difficile anche per te, ma io devo fare delle scelte e ho bisogno di informazioni più complete. Non posso muovere, se non vedo tutta la scacchiera».
«Hai ragione. No, io non credo che quel protocollo possa guarirti. Inoltre, è probabile che abbia effetti collaterali pesanti. Aspetta», Giorgio aveva alzato una mano per fermare la reazione dell'amico. «Però potrebbe aumentare la tua aspettativa di vita. E forse può cambiare il destino di altri malati che verranno dopo di te».
 «Intendi dire che anche se non ci sarà nessun beneficio per me, potrebbe essere utile ad altri?»
«Esattamente. Se decidi di fare quella mossa, non giochi più solo per te stesso».
«E se invece scelgo le cure palliative?»
«Le prospettive sono quelle che ti ho già indicato. Da sei mesi a due, massimo tre anni. Comunque una cosa non esclude l'altra: puoi tentare il protocollo e, se non funziona, passare alle cure palliative».
«Quindi, secondo te, dovrei continuare a giocare anche sapendo che perderò?»
Ora erano di nuovo su un terreno familiare e Giorgio si sentiva più a suo agio: «Tu non sei mai stato uno di quelli che fanno cadere il re sulla scacchiera. E, in questo caso, non mi pare opportuno stringere la mano all'avversario per comunicare la resa».
Maurizio aveva riso di nuovo, ma questa volta la risata sembrava sincera: «Touchè. Sai bene dove colpire per farmi reagire!»
L'atmosfera si era alleggerita, come se la cappa di tensione che li aveva soffocati fino a quel momento si fosse sciolta all'improvviso e avevano riso insieme.
Poi Maurizio era tornato serio: «Devo parlarne con Rachele e con i ragazzi».
«Sicuro, naturalmente! Qualunque strada sceglierai, la dovrete percorrere insieme. La percorreremo insieme. Io ci sono, lo sai, vero?»
«Certo che lo so, Lask».
Giorgio aveva faticato a trattenere le lacrime sentendo il suo vecchio soprannome. Veniva da un campione di scacchi del passato, Lasker, che aveva una straordinaria capacità di disturbare il gioco degli avversari con mosse scomode. Una cosa che Maurizio aveva sempre trovato estremamente fastidiosa… e che naturalmente Giorgio faceva apposta, per metterlo in difficoltà.
Qualche giorno dopo, Maurizio era di nuovo nell'ambulatorio di Giorgio, questa volta insieme alla moglie. «Abbiamo deciso di tentare il protocollo sperimentale», aveva annunciato.
«D'accordo».
Giorgio aveva stampato un documento che spiegava i dettagli del protocollo e il modulo per il consenso informato. Anche se ne avevano già parlato, voleva rivedere punto per punto l'iter con Maurizio e Rachele, per essere certo che fosse tutto chiaro.
«Partiamo subito».
Cinque giorni dopo, Maurizio era di nuovo in day hospital, con l'ago della flebo infilato nel port sottopelle, a brindare con un nuovo cocktail di farmaci, come diceva lui. La partita continuava.
I sei mesi successivi erano stati durissimi: gli effetti collaterali della nuova chemioterapia avevano ridotto Maurizio all'ombra di se stesso. Aveva perso anche l'ultima torre, ormai sulla scacchiera erano rimasti soltanto il re e pochi pedoni. Più di una volta aveva avuto la tentazione di rinunciare, ma le parole di Giorgio gli risuonavano ancora nella mente: Tu non sei mai stato uno di quelli che fanno cadere il re sulla scacchiera. Era vero, non avrebbe mollato. Poteva accettare la sconfitta, ma non la resa.
La sua tenacia era stata premiata: la TAC eseguita un mese dopo la fine della terapia aveva mostrato una notevole riduzione delle aree metastatiche su fegato e polmoni. Quei pochi pedoni erano tosti, si erano mangiati i cavalli avversari e uno era riuscito ad arrivare dall'altra parte della scacchiera, trasformandosi in regina. Aveva vinto almeno un po' di tempo, che aveva deciso di dedicare a ciò che amava di più: la famiglia, gli amici, gli scacchi.
Undici mesi dopo, la malattia aveva ripreso vigore.
Erano di nuovo nell'ambulatorio di Giorgio.
«Come funzionano le cure palliative?» Maurizio sembrava più curioso che preoccupato, mentre Rachele cercava faticosamente di mostrarsi forte. Giorgio si sentiva spaccare il cuore davanti a quel dolore così pieno di dignità.
«È un lavoro d'equipe, che si costruisce di volta in volta per far fronte alle esigenze che possono manifestarsi. Ci sono medici, infermieri, fisioterapisti, e psicologi che potranno aiutarvi a gestire ogni difficoltà. Si può organizzare l'assistenza a domicilio oppure in hospice, come preferite».
Giorgio aveva letto la domanda inespressa negli occhi di Rachele: «Non preoccuparti, Rachele. L'associazione di cui vi ho parlato fornisce tutte le attrezzature necessarie per l'assistenza domiciliare: il letto, il deambulatore, la carrozzina…»
«Devo pensarci su», aveva risposto Maurizio. «Da un lato preferirei restare a casa, finché posso, dall'altro non voglio trasformarla in un ospedale, ho paura che condizionerebbe troppo la vita dei ragazzi».
«Puoi decidere in qualsiasi momento. Inizieremo con l'assistenza domiciliare e poi vedremo. Una mossa per volta, giusto?».
«Giusto, Lask. Tanto abbiamo visto che con questo avversario non ha senso impostare strategie a lungo termine».
Sei mesi dopo, Giorgio aveva richiesto l'attivazione dell'assistenza domiciliare. Dopo altri tre mesi, Maurizio aveva scelto l'hospice.
«Voglio che la mia famiglia ricordi la nostra casa come il posto in cui sono vissuto, non quello in cui sono morto», aveva spiegato.
Sembrava sereno. Aveva sistemato le cose al lavoro in modo che potessero andare avanti senza di lui e chiuso tutte le questioni in sospeso. Aveva salutato parenti e amici, chiedendo a tutti di lasciargli trascorrere le ultime settimane con la sua famiglia e poche altre persone che gli erano particolarmente care, senza assillarlo con visite e telefonate. Scacco al re.
«Sai, Lask, a volte credo che per voi sia peggio», aveva detto un giorno a Giorgio. «Per te, intendo, per Rachele e i ragazzi, per mia madre…»
«Ma che dici?»
«Sì, davvero. Io posso ancora muovere qualche pedone, decidere qualcosa, anche solo di iniettarmi un'altra dose di morfina», aveva spiegato, indicando il pulsante che gli consentiva di chiedere un supplemento di analgesico. «Voi, invece, potete soltanto restare a guardarmi e aspettare la fine della partita. Penso che sia terribile».
Giorgio aveva annuito senza rispondere. Maurizio aveva capito perfettamente la profondità del senso di impotenza che li attanagliava tutti in quegli ultimi giorni.
Quando i dolori e le difficoltà respiratorie erano diventati insostenibili, Maurizio aveva chiesto la sedazione profonda, per arrivare alla fine con dignità. Aveva guardato per l'ultima volta l'amico di una vita, mentre i farmaci che l'avrebbero addormentato scorrevano lungo il tubo della flebo.
«Questa volta è scacco matto, Lask».
«No, amico mio», aveva risposto Giorgio, mentre le lacrime gli rigavano le guance. «Hai giocato con onore fino in fondo, esci a testa alta. Sei stato grande. Non potevi vincere, ma non sei mai stato sconfitto. È patta».

________________________

Primo classificato nella sezione racconti Pazienti al concorso nazionale Gim, paladino di un sogno, promosso dalla Fondazione Tempia di Biella, VI edizione 2017/2018

domenica 17 giugno 2018

Piemonte (post mooooolto lungo)

Su le dentate scintillanti vette
salta il camoscio, tuona la valanga...

Ah, no, non era quello di cui volevo parlare. Tra l'altro, al liceo avevamo saltato a piè pari Carducci, perché all'insegnante di italiano non piaceva.
Armatevi di pazienza, ho avuto parecchie ore di viaggio per pensare ai contenuti di questo post e il risultato è logorroico al punto che l'ho diviso in paragrafi. Se vi sembra troppo lungo e non avete voglia di leggerlo... beh, fatene a meno, non ve l'ha ordinato il medico. E se per caso l'avesse fatto, cambiate subito medico.

Date sul calendario
Mi capita spesso di evidenziare qualche data sul calendario, almeno virtualmente, dato che utilizzo solo calendari digitali. Sono gli appuntamenti importanti, gli eventi a cui tengo particolarmente. Può trattarsi di controlli medici, rappresentazioni teatrali, scadenze di lavoro, viaggi o altre situazioni che mi coinvolgono molto emotivamente, talvolta al punto da riempire i miei sogni nei giorni precedenti.
Queste date diventano punti di riferimento nella scansione del mio tempo, pietre miliari rispetto a cui ci sono un prima e un dopo in cui vanno inserite le altre cose da fare. Fissare le ferie dopo gli esiti della TAC. Preparare quel report prima della certificazione. Valutare l'acquisto di una nuova auto dopo la visita di revisione dell'invalidità. Riordinare lo studio prima del ricovero.
Mi rendo conto che concentrandomi sulle date in evidenza potrei rischiare di consumare i giorni intermedi in attesa di qualcosa che verrà, anziché riempire il mio tempo di ciò che c'è qui e ora. In passato, talvolta, è stato così, ma ora non più. L'età ha imposto ai miei occhi lenti progressive, con cui basta un lieve movimento del capo per spostare la messa a fuoco dalle cose vicine a quelle lontane, o viceversa, e mi sono bastati pochi secondi per imparare a usarle. L'esperienza ha insegnato la stessa cosa alla mia mente e lanciare frequenti occhiate al futuro non mi impedisce di vivere pienamente il presente.
Da oltre un mese, sul mio calendario c'erano due date evidenziate alla metà di giugno. Il 15 la premiazione del concorso letterario Gim, paladino di un sogno, a Biella, e il 16 l'incontro con Rita.

Prima di partire
Sono dovuta partire da sola, perché Renato non era riuscito a prendere nemmeno un giorno ferie. E tanti saluti al progetto di un giretto in Piemonte.
Nei giorni precedenti avevo avuto forti dolori alla gamba, probabilmente legati al tempo ballerino, che mi avevano reso davvero difficilissimo camminare, ma non ero particolarmente preoccupata per il viaggio. Nelle ultime settimane, i dolori, benché frequenti e talvolta intensi al punto da richiedere un analgesico, mi sono sembrati più gestibili, perché erano sempre legati al movimento o alla postura. Come sempre, ciò che mi mette in difficoltà non è tanto il problema fisico, quanto il non riuscire a individuarne l'origine. Se riesco a capire la causa del dolore, lo posso affrontare. Guidare la mia auto non mi crea particolari problemi, perché ho un buon punto di appoggio per la gamba destra, che mi consente una posizione comoda, senza stressare muscoli e legamenti, quindi ritenevo di poter affrontare una trasferta di oltre 400 chilometri.
Al momento di chiudere il trolley, ho avuto un moto di ilarità. Dovevo rimanere fuori solo una notte, abiti e biancheria di ricambio occupavano pochissimo spazio, ma il trolley era pieno... di scarpe. Tre paia, oltre a quelle che avevo ai piedi, più le ciabatte. Pareva il trolley di un millepiedi. Tante per chiunque, un'enormità per una che proclama da sempre di avere così poco interesse per scarpe e borse da dubitare della propria identità di genere. Infatti il motivo non era modaiolo, ma pratico: volevo avere a disposizione tutte le opzioni possibili nel caso in cui mi si fosse gonfiato il piede, ipotesi tutt'altro che remota, soprattutto in questa stagione. Ecco allora i sandali comodi-ma-bruttini per il viaggio, quelli eleganti e sbirluccicosi per la premiazione, quelli carini con il velcro per adattarsi anche alla zampazampogna, casomai non fosse stato possibile infilare quelli eleganti, e le sneakers che non-si-sa-mai-dovesse-piovere.
Prima di uscire di casa, ho riempito di coccole Gandalf, che era molto preoccupato, dato che la sua infallibile sensibilità felina aveva colto i segnali di una partenza imminente. L'ho lasciato spalmato sul divano, apparentemente addormentato... Solo per ritrovarmelo, tre secondi dopo, sul sedile dell'auto, perfettamente sveglio e determinato a non lasciarmi allontanare da sola. Gli ho lasciato per qualche minuto l'illusione di aver raggiunto il suo obiettivo, mentre sistemavo a portata di mano il necessario per il viaggio, bottiglia d'acqua e CD musicali, e impostavo il navigatore, poi l'ho preso in braccio e coccolato ancora un po', prima di lasciarlo in giardino, sconsolato, a guardarmi partire.


Autostrada e musica
Il tempo era splendido, cielo sereno e limpido, con le montagne che scorrevano maestose sullo sfondo alla mia destra. Traffico non particolarmente intenso; il movimento maggiore era nella direzione di marcia opposta rispetto alla mia. 
Un po' di radio, poi un CD, L'infinitamente piccolo di Angelo Branduardi (capolavoro!). Ancora un po' di radio e una brevissima sosta prima di Verona per sgranchirmi le gambe e verificare la situazione della caviglia: niente gonfiore, molto bene. Cambio CD e si riparte con Bark at the moon di Ozzy Osbourne (capolavoro!) e un sorriso tra me e me al pensiero che i miei gusti musicali sono talmente variegati da far pensare a un disturbo bipolare.
Qualche fastidio dopo Brescia per via di un furgone bianco: non mi piaceva averlo davanti perché mi ostruiva completamente la visuale e non teneva una velocità costante, ma continuavo a ritrovarmelo lì. L'ho sorpassato due, tre volte, ma dopo un po' accelerava e mi si rimetteva davanti, per poi rallentare nuovamente. Poco prima della barriera di Milano, mi sono fermata in autogrill, una sosta di una decina di minuti per andare alla toilette, acquistare una Viacard e togliermi dai piedi il furgone bianco, prima di affrontare l'ultima parte del viaggio.
In tangenziale a Milano ho trovato qualche rallentamento e... ancora il maledetto furgone bianco, sempre lo stesso (ormai avevo imparato a riconoscere la targa), di nuovo davanti a me, ancora più fastidioso perché quando si è in coda, è particolarmente utile riuscire a vedere cosa succede più avanti, per reagire in anticipo alle variazioni di velocità. Pazienza, per fortuna è uscito prima di imboccare l'autostrada verso Torino.

  

Riso e cicogne
A Carisio ho lasciato l'autostrada per dirigermi a nord-ovest lungo la strada provinciale, costeggiata, nel primo tratto, dal verde degli steli ancora giovani del riso, immersi per metà nell'acqua. Che belle, le risaie! Guarda, là in mezzo ci sono due aironi! Piccolini, probabilmente sono quelli chiamati guardabuoi. Invece lassù ce n'è uno grande in volo. Grandissimo! No, non è un airone. Guardo meglio e... non ci posso credere: è una bellissima, enorme, maestosa cicogna!
Prima dell'arrivo a Biella ne ho avvistate altre due, una in volo e l'altra con le zampe a mollo nell'acqua di una risaia: che spettacolo! E il giorno dopo, sulla stessa strada, ho avvistato anche una coppia di ibis bianchi.
Sono arrivata con qualche ora di anticipo rispetto all'inizio della cerimonia, così ho avuto il tempo di fermarmi in un centro commerciale per un po' di shopping nell'ultimo negozio rimasto in Italia del mio principale fornitore di abbigliamento on-line. Mi aspettavo di trovare un ampio assortimento e speravo di poter toccare con mano e provare alcuni abiti che avevo visto sul sito, ma non ne avevano nemmeno uno, c'era ben poco rispetto al catalogo web, ho trovato soltanto un paio di pantaloni. Peccato.
Mi sono fermata a mangiare un toast e una macedonia in uno dei locali del centro commerciale, poi sono andata in albergo per rinfrescarmi, riposare un po' e cambiarmi d'abito - e di scarpe, ricordate? - per la cerimonia di premiazione.


Premiazione
Il bando di concorso non faceva riferimento a premi, quindi mi aspettavo qualcosa tipo diploma, stretta di mano e grazie, invece quando sono entrata nella sala convegni dell'Ospedale degli Infermi di Ponderano c'era un tavolo coperto di cose dall'aria molto interessante: sciarpe di cachemire, cofanetti viaggio, libri... Wow!
Dopo le introduzioni di rito, la cerimonia ha alternato letture di estratti delle opere premiate, di cui la voce di Gigi Mosca ha saputo rendere al meglio la straordinaria intensità, e intermezzi musicali di alto livello con Max Tempia. Ci sono stati momenti di grande commozione nel ricordo di alcuni protagonisti dei racconti in concorso che non ci sono più. Mi ha colpito in particolare il racconto di Monica Terranova, una lettera d'amore per il marito in cui lo ringrazia per le attenzioni di cui l'ha colmata e ricorda la paura e il dolore che ha sopportato durante il percorso di malattia della moglie. Ho rivisto Renato nella descrizione di quell'uomo e del suo grande amore.

Ero curiosa di conoscere la motivazione del mio premio e sono stata accontentata. Ve la anticipo, così alimento la vostra curiosità per il racconto, che pubblicherò qui sul blog nei prossimi giorni (devo recuperare il file dal disco fisso di un PC defunto) e che è già contenuto nell'antologia del concorso.


Fra tutte le meraviglie che avevo visto sul tavolo, il mio premio, benché di grande valore, non è quello che avrei scelto. Una serigrafia su tela di un famoso artista biellese, Omar Ronda, scomparso alla fine dello scorso anno. Bellina, lei, ma... verde. Decisamente verde. Io odio il verde.


Dopo la cerimonia, ho avuto modo di conoscere alcune delle altri concorrenti al buffet: una carica di energia, di speranza, di vita.


Rita e Mauro
Non so con certezza quale delle due giornate evidenziate sul calendario mi abbia regalato più emozioni, ma sospetto che sia stata la seconda.
Rita è da anni una lettrice e commentatrice di questo blog, da anni amica su Facebook, da anni mittente e destinataria di messaggi e telefonate, da anni principale istigatrice delle mie esperienze di scrittura narrativa. Ma non ci eravamo mai incontrate. Non potevo perdere questa occasione.
Sono arrivata a Vercelli ieri verso metà mattina. Rita e Mauro, suo marito, mi hanno accolto con un calore che mi ha fatto sentire subito a casa. Talvolta si dice che i contatti virtuali sono finti, perché dietro lo schermo ognuno può scegliere di mostrare o nascondere ciò che vuole, e di apparire diverso da come è in realtà. Può essere vero, ma quando da entrambe le parti c'è sincerità, i contatti virtuali valgono quanto quelli reali e nel nostro caso è stato così. Rita è esattamente come l'ho conosciuta qui sul blog, su Facebook e al telefono: gentile, schietta, ironica, loquace, divertente, empatica, energica.

(ma guardateci: separate alla nascita!)

E Mauro, che conoscevo solo attraverso le sue poesie, è stato una bellissima scoperta. Due persone piacevolissime, con cui la giornata è passata in un attimo.
Mi hanno scarrozzato a visitare brevemente la città, nei limiti consentiti dalle mie difficoltà di deambulazione, poi Mauro ha messo in tavola una straordinaria selezione di piatti tipici vercellesi, dagli affettati alla panissa, dal vitello tonnato (che era tacchino, ma il principio è lo stesso) alla lingua salmistrata con il bagnetto verde piemontese,  dalla toma ai bicciolani, i deliziosi biscotti speziati. Mi sono tuffata con entusiasmo in quel tripudio di sapori, mettendo da parte ogni pensiero relativo a bilancia e colesterolo.

  

  

  

Nel tardo pomeriggio è arrivato il momento di partire. Rita e Mauro si erano offerti di ospitarmi per la notte, temendo che due viaggi in due giorni potessero essere troppo faticosi per me, ma non è stato necessario: la gamba non aveva patito il viaggio di andata né avrebbe patito il ritorno. Ho lasciato Vercelli carica di regali, ma soprattutto di gioia e gratitudine per avere incontrato sul mio cammino persone così speciali.