lunedì 31 dicembre 2012

Modalità "no via..."

Il Ciccio oggi è inquieto.
Ne avevo già parlato in altre occasioni: sembra che soffra di una specie di sindrome da abbandono, il terrore di essere lasciato solo, e non ce ne spieghiamo il motivo. Non è stato separato troppo presto da mamma gatta né è mai stato abbandonato. Per la verità non è mai nemmeno rimasto a casa da solo per più di una notte. Eppure si agita appena coglie - o pensa di cogliere - anche solo un vago segnale di partenza da parte nostra ed entra in quella che noi chiamiamo modalità "no via...", corrispondente a: "Per piacere, non andate via, non lasciatemi qui tutto triste, solo e abbandonato!"

Stamattina, ad esempio, si è insospettito semplicemente vedendomi sistemare negli armadi un paio di pantaloni e qualche maglia: probabilmente collega la piegatura degli abiti con l'attività - pericolosissima dal suo punto di vista! - di fare le valigie.
Non c'è stato modo di fargli capire che non avevamo in programma nessuna partenza, nessun viaggio, nemmeno di uscire per fare la spesa. È rimasto agitato fino a metà pomeriggio, cercava continuamente di attirare la nostra attenzione; e poi... è andato praticamente in panico.

Renato infatti ha deciso di risistemare la sua attrezzatura informatica, spostando computer, videoregistratore ed altri marchingegni dalla credenza in salotto alla scrivania della cameretta. Questo ha richiesto un certo andirivieni su e giù per le scale e un discreto traffico di apparecchi e cavi, generando uno stato di puro terrore felino.
Ormai convinto di una nostra imminente partenza, si è lanciato in una serie di assalti all'arma bianca (=artigli e zanne), prima contro il divano (metodo infallibile per attirare la mia attenzione), poi contro uno dei suoi giocattoli e infine contro la mia mano. Ritengo sia stato il suo modo per farmi capire quali sarebbero state le conseguenze di un eventuale abbandono.
Dato però che è un abile negoziatore, come ogni felino domestico, si è premurato anche di farci sapere quanto si sarebbe sentito solo senza di noi...

...a quale straordinaria carica di tenerezza gattesca avremmo rinunciato se ci fossimo separati da lui...

...e quanto era disposto a fare per tenerci vicini.

Che Ciccio...

martedì 11 dicembre 2012

Conto alla rovescia

Mancano solo dieci giorni.
Li spunto dal calendario, in un'attesa quasi spasmodica che mi ricorda l'apertura delle finestrelle del Calendario dell'Avvento di quando ero bambina.
Il 21 dicembre si avvicina, inesorabile...

La profezia dei Maya?
Sciocchezze!
Il loro calendario finisce; e allora?
Il mio finisce tutti gli anni e non è una catastrofe: ne inizia semplicemente un altro.
E poi, a ben guardare, la stessa civiltà Maya è finita millecinquecento anni prima del loro calendario, quindi come profeti non valevano poi molto...

L'allineamento dei pianeti?
È una bufala: per quella data non sono previsti allineamenti e in ogni caso non sarebbe così straordinario: negli ultimi dieci anni si sono già verificate due grandi congiunzioni.

L'inversione dei poli magnetici?
Anche questa ipotesi non è supportata da evidenze scientifiche e comunque non sarebbe una situazione nuova: è già successo più volte durante la vita del nostro pianeta.

La tempesta solare?
Questa potrebbe costituire un problema, nel nostro mondo basato sull'elettricità. Però il picco è previsto tra qualche mese, nel 2013.

L'arrivo di un meteorite?
Sveglia, gente! Mancano dieci giorni: se ci fosse un meteorite in arrivo ormai l'avrebbero visto anche i bambini che giocano con il telescopio.

L'avvento dell'era dell'Acquario?
(ops, non intendevo questo...)

Bah! Anche qui nessun fondamento scientifico: dal punto di vista astronomico, mancano ancora 600 anni. E a quel punto sarei proprio curiosa di vedere come se la caveranno gli astrologi, dal momento che il fenomeno della precessione degli equinozi sposta progressivamente gli allineamenti tra i corpi celesti, per cui già oggi non c'è più corrispondenza tra il segno zodiacale del proprio giorno di nascita con l'allineamento del sole alla relativa costellazione.
I segni zodiacali comunque sono solo una convenzione. Seriamente: se a qualcuno di voi guardando questa costellazione viene in mente un acquario, vi consiglio di smettere subito di bere e sospendere immediatamente l'assunzione di stupefacenti.

La fine del mondo?
Ma chissenefrega!
Il vantaggio di non credere alle previsioni catastrofiche sulla prossima fine del mondo, è che posso pigliare per i fondelli in assoluta sicurezza tutti quei gonzi che invece ci credono. Nella peggiore delle ipotesi, se loro dovessero avere ragione e io torto, nessuno di noi sarà qui a discuterne.

No, niente di tutto questo.
Il mio conto alla rovescia è legato ad un evento astronomico, ma non straordinario né tantomeno catastrofico: aspetto semplicemente il solstizio d'inverno.

Non cercate in questa mia attesa simbolismi religiosi né riti pagani o profondi significati spirituali, si tratta di un aspetto puramente pratico, che è forse la più evidente manifestazione della mia dualità.
Sono un animale notturno, l'ho sempre detto (e anche scritto).
Contemporaneamente, però, amo la luce, la adoro, non ne ho mai abbastanza.
A casa mia non ci sono tende per non lasciare fuori nemmeno un raggio di sole. Ogni lampadina ha la massima potenza che il portalampade può sopportare. La luce non mi disturba nemmeno durante il sonno: davanti alla finestra della mia camera c'è un lampione, ma solo un forte maltempo o il gelo polare possono spingermi a chiudere i balconi durante la notte.
Durante i viaggi estivi nel nord Europa ho apprezzato enormemente le tante ore di sole, anche gli estremi di Capo Nord, quando il sole tramontava alle 23 per risorgere alle 2 e si passava dal crepuscolo all'aurora senza mai toccare l'oscurità.
Mi pesano le giornate autunnali sempre più brevi, il tè del pomeriggio consumato dopo il tramonto, il buio al risveglio mattutino.
Ma dopo il 21 dicembre, finalmente le giornate ricominceranno ad allungarsi ed ognuna ci regalerà qualche minuto di luce in più della precedente. Dopo il solstizio, ogni giorno diventa una promessa.

domenica 9 dicembre 2012

L'evoluzione della specie


Il colore naturale dei miei capelli viene convenzionalmente denominato castano ma, ammettiamolo, è una definizione assolutamente riduttiva.Si può fare di meglio: una varietà di toni nella gamma del marrone, con qualche divagazione verso il rossiccio; il tutto talmente spento e opaco, che persino i capelli bianchi sono benvenuti, per creare qualche riflesso.
Per dirlo in una sola parola, i miei capelli sono color pantegana.

La colorazione fatta dal parrucchiere a fine settembre ormai se n'è andata, e mi è venuto il ghiribizzo di rifarla, però in economia, a casa.
Avevo comperato la tintura, rigorosamente non permanente, una decina di giorni fa, ma per applicarla avevo bisogno, contemporaneamente, di:
  1. un po' di tempo libero (merce rara in questo periodo!);
  2. abbastanza caldo in casa da poter restare in maglietta e con i capelli umidi per i venti minuti di posa;
  3. la schiena sufficientemente in forma da sopportare di rimanere chinata sul lavabo per il tempo necessario ad applicare e poi risciacquare la crema colorante.
Oggi finalmente sono riuscita a fare in modo che si verificassero tutte queste condizioni e mi sono organizzata per portare a termine l'impresa:
  • caminetto acceso e temperatura equatoriale in salotto
  • confezione di tintura senza ammoniaca, completa di guanti
  • un vecchio asciugamano da mettere intorno al collo per evitare di macchiare la maglietta e una molletta da bucato per tenerlo fermo
  • una pinza per capelli, per tenerli sollevati durante la posa
  • fazzolettini di carta per pulire eventuali sbavature e macchie
La parte più fastidiosa dell'operazione di tintura sono i venti minuti di attesa tra applicazione e risciacquo.
In teoria, quei venti minuti si potrebbero impiegare con un libro o le parole crociate, davanti al PC oppure alla TV. Il problema è che in quell'intervallo di tempo non posso mettere gli occhiali, altrimenti le stanghette si macchierebbero con la tintura. E io, senza occhiali, sono una talpa.

Sono miope, non vedo - letteralmente - ad un palmo dal mio naso: senza lenti correttive, tutto ciò che è più lontano di  25/30 cm dai miei occhi, per me è avvolto nella nebbia.
Oggi però avevo un vantaggio: su Sky trasmettevano la trilogia completa del Signore degli Anelli e ne abbiamo approfittato per rivederla per la duecentesima volta; conoscendo i film praticamente a memoria, potevo anche perdermi senza troppi rimpianti venti minuti di immagini.
Però mi annoiavo ad ascoltare e basta, così nel frattempo ho impostato al massimo ingrandimento lo schermo del PC e mi sono fatta qualche partitina con i videogames. Quando Renato mi ha visto con il naso a venti centimetri dal monitor, è partita la domanda geniale: "Non ci vedi senza occhiali?"
Ma secondo te?

Il risultato finale della colorazione è stato forse un po' più scuro di quanto mi aspettassi, ma decisamente positivo.
La pantegana è sparita, al suo posto ora c'è un delizioso Havana Brown. Una bella evoluzione, no?

Dopo diversi giorni di pasti arrangiati in fretta tra mille impegni, oggi mi sono finalmente dedicata un po' alla cucina.
Da qualche tempo sto facendo esperimenti con la pizza, per valutare possibili alternative rispetto alla mia tradizionale ricetta con l'impasto alto e soffice, in realtà più simile ad una focaccia.
Oggi con la stessa dose con cui di solito preparo una teglia ho realizzato tre pizze tonde, più sottili: una piccante per Renato con mozzarella, pomodoro e 'nduja (un insaccato calabrese piccantissimo), una fresca con mozzarella, pomodoro, stracchino di bufala e rucola e la terza bianca e saporita, con ricotta, mozzarella, stracchino di bufala, porcini e salame di cinghiale. Gnam!
 
Come?
State dicendo che ho descritto tre pizze ma ci sono solo due foto?
Sono sicura che se rileggete con attenzione le descrizioni, capirete quale pizza manca e come mai non l'ho fotografata.
Volete un indizio? Non ho fatto in tempo...

Ieri mi hanno regalato una zucca, un ortaggio solitamente poco presente nelle mie ricette perché lo trovo troppo dolce. Ma se è dolce... allora usiamolo per fare qualcosa di dolce!
Una ricerca in rete mi ha fornito un paio di ricette interessanti, per le quali avevo in casa tutti gli ingredienti necessari: et voilà ciambella alla zucca e muffin di zucca!


Non ho ancora assaggiato la ciambella, ma i muffin sono meravigliosi. E sono sicura che c'entra qualcosa la presenza nell'impasto di due cucchiai del miele di un'apina molto speciale...

sabato 8 dicembre 2012

Bird watching stradale

Riepilogo di 170 km di autostrada percorsi ieri:
- tre poiane


- due aironi bianchi

- un airone cinerino

- due fagiani

- un gheppio in caccia

- innumerevoli corvi, cornacchie, gazze e gabbiani


PS: giuro che guido sempre con la massima attenzione verso la strada e gli altri veicoli, ma le autostrade che ho percorso ieri erano così poco frequentate, che qualche occhiata in giro si poteva dare e i volatili erano davvero vicinissimi, l'airone cinerino mi ha addirittura volato davanti all'auto.

mercoledì 5 dicembre 2012

Psycho

Le persone si possono suddividere in due grandi gruppi: quelli che preferiscono fare la doccia alla sera, prima di andare a letto, e quelli che invece la fanno al mattino, appena svegli.
Ripensandoci... c'è anche un terzo gruppo: quelli che preferiscono non fare la doccia, ma lasciamoli perdere.

Io prediligo decisamente la doccia serale.
Potrei dire che è un modo simbolico per togliersi di dosso la fatica e le tensioni della giornata, che amo la sensazione di pulito sulla pelle quando mi infilo sotto le lenzuola o che mi aiuta a rilassarmi per prendere sonno più facilmente. Tutte cose sensate, ma la verità è che anticipare anche solo di pochi minuti la sveglia mattutina per avere il tempo di farmi la doccia è fuori discussione. Non se ne parla nemmeno, non esiste proprio.

Dunque, l'altra sera ero lì, nella mia dolce casetta...

Mi trovavo sotto la doccia, nel microscopico bagno della mia camera.
Il vetro smerigliato della cabina doccia e il vapore generato dall'acqua calda mi impedivano di vedere chiaramente quello che succedeva. Un po' contribuiva anche il fatto di essere senza occhiali, situazione che avvolge nella nebbia tutto quello che si trova a più di trenta centimetri dal mio naso.
Si può capire quindi che intravvedere improvvisamente un'ombra silenziosa, in movimento, all'esterno della cabina doccia abbia destato qualche preoccupazione...

Scappare? Impossibile.
Chiamare aiuto? Nessuno mi avrebbe sentito e comunque sarebbe stato troppo tardi.

Ho raccolto tutto il mio coraggio e ho deciso di affrontare il pericolo a viso aperto.
Facendo finta di niente, ma con tutti i sensi all'erta, ho aperto le porte scorrevoli della cabina doccia, pronta a tutto.
... E mi sono trovata di fronte uno sguardo inquietante.

Per dovere di cronaca, segnalo che l'intruso si è poi spanciottato sul tappetino del bagno, costringendomi a contorsioni acrobatiche per indossare l'accappatoio, asciugarmi, vestirmi e lavarmi i denti senza pestarlo.

venerdì 30 novembre 2012

L'imperatore del male

L'altroieri ho finito di leggere un libro.
Sai che notizia... Io leggo continuamente, quindi è abbastanza normale che ogni tanto finisca anche qualche libro, non è certo un evento che meriti un post.
La cosa insolita è che si trattava di un saggio, e io leggo quasi esclusivamente romanzi, letteratura di evasione, preferibilmente poco impegnativa. Non per niente, il mio genere preferito è il fantasy e tra elfi, maghi, orchi ed altre creature più o meno fatate, ci sguazzo felice come una paperella nello stagno (o come un tornado in un parcheggio di roulottes, per citare Cricchetto in Cars).

Avevo deciso di comperare questo saggio dopo aver letto una serie di recensioni assolutamente entusiastiche da parte dei lettori, che di solito sono molto più affidabili dei critici professionisti e delle giurie dei premi letterari. Davo comunque per scontato che il mio giudizio da non-lettrice-di-saggi non sarebbe mai arrivato a quei livelli di apprezzamento; considerata la mia scarsissima propensione verso le letture impegnate, sarebbe già stato un successo arrivare in fondo senza dedicarmi, nel frattempo, anche a qualche romanzo più leggero.
Invece la lettura di questo saggio mi ha appassionato al punto che non mi è nemmeno passato per l'anticamera del cervello di iniziare un altro libro fino a quando non l'avessi finito. Non posso dire di averlo divorato a morsi di cento pagine per volta come Harry Potter, però mi sono ritrovata spesso ad aprirlo anche quando potevo dedicargli solo pochi minuti, il tempo di un paio di pagine, con il piacere di apprezzare una buona prosa e la curiosità di sapere come sarebbe andato a finire.
Ho scoperto tante cose che non sapevo e trovato approfondimenti su altre di cui avevo soltanto sentito vagamente parlare; ho letto notizie buone e notizie cattive, mi sono incuriosita, esaltata, preoccupata.

L'imperatore del male è una storia lunga più di quattromilacinquecento anni, che parte dall'antico Egitto e attraversa l'impero persiano, la Grecia e Roma, e poi l'Europa e l'America fino ad arrivare ai giorni nostri.
È un viaggio nel tempo e nella medicina, in cui si alternano storie di malattia e di guarigione, di speranze e di delusioni, di ricerche e di scoperte, raccontate in uno stile quasi romanzesco, con un linguaggio sempre comprensibile, nonostante alcuni argomenti siano davvero impegnativi.
È la storia del cancro e delle persone che hanno cercato di combatterlo.

Non è una storia a lieto fine, o almeno non ancora. La scienza è sempre più vicina alla comprensione dei meccanismi biologici che sono alla base delle patologie oncologiche e se da un lato questa conoscenza permette di elaborare terapie sempre più mirate ed efficaci, come i farmaci a bersaglio molecolare, dall'altro evidenzia che le cellule tumorali hanno meccanismi di sopravvivenza straordinariamente efficaci ed in costante evoluzione, e che sono capaci di reagire, di adattarsi in modo da contrastare gli attacchi, rendendo necessario elaborare continuamente nuove strategie.
Nella guerra contro il cancro, conclude l'autore, forse dovremo ridefinire il concetto di vittoria: non eliminare la morte, ma prolungare la vita.

Il libro è frutto di un lavoro immane di ricerca, una vera miniera di informazioni storiche sull'oncologia, in cui ogni capitolo è supportato da intere pagine di riferimenti bibliografici.
Ma soprattutto è frutto della passione di un medico che ogni giorno è al fianco dei pazienti che lottano per guarire, o almeno per sopravvivere; di un uomo che ha accompagnato uomini, donne e bambini nei loro viaggi verso la vita o verso la morte.
È un libro davvero straordinario.

mercoledì 21 novembre 2012

La fatica, e poi...

Giornate intense, di lavoro e non solo.
Faticose, da farmi crollare addormentata sul divano prima di cena e poi sforzarmi di aprire gli occhi per affrontare gli impegni serali: riunioni, corsi, prove di teatro.
Da un doloroso pizzicare alla base del naso che sussurra di sinusite.
Da non accendere il PC a casa nemmeno per scaricare la posta elettronica per due giorni consecutivi.
Da fare il conto dei giorni che mancano fino alla prossima mattina libera, in cui poter dormire fino a tardi.
Da risvegliare il dolore alla schiena fino a zoppicare; da sentire il cuore in gola, che accelera per compensare la pressione bassa.
Da chiedermi se queste poche energie e questa stanchezza sempre dietro l'angolo siano figlie dell'età, della menopausa o del cancro.

E poi...
La prima scadenza importante di lavoro superata brillantemente e la consapevolezza che non è stato un caso, ma il frutto di un lavoro ben impostato.
Il dolore alla schiena che piano piano si attenua, senza antinfiammatori, solo con attenzione e qualche esercizio leggero leggero, ripetuto tante volte nel corso della giornata.
I pezzi del lavoro con il nuovo cliente che cominciano ad incastrarsi e in pochi giorni passano da un'accozzaglia di idee e bozze ad un sistema.
Una mattina scintillante, con i campi intorno all'autostrada che brillano immersi in una cascata di luce e una poiana sulla rete a lato della strada.
La tavolozza dei colori autunnali del Carso, che entrando in autostrada, quasi quasi invece di tornare a casa viene voglia di girare a destra, verso l'altipiano, di salire in mezzo al rosso dell'edera e del sommacco per arrivare in quel punto, dopo Padriciano, in cui la strada si affaccia sul Golfo di Trieste, che da lì, al tramonto, sembra oro fuso.
Il sole del pomeriggio che inonda la campagna di rosa e arancio e un'altra poiana vicino all'autostrada; o forse è la stessa di stamattina che si è spostata.
Un sorso di serenità da una tazza di tè al gelsomino e, finalmente, un po' di tempo per il mio blog.

domenica 4 novembre 2012

Non è il caso

Sono tutta inzuccata.
E mi gocciola il naso
E mi fa male il collo.
E mi fa male la faccia.
E mi fa male la schiena.
E le orecchie mi fischiano come un treno a vapore.
E mi lacrimano gli occhi.

E non iniziate a compatirmi, che ho solo il raffreddore e faccio già abbastanza la vittima di mio: non è proprio il caso di darmi corda.

domenica 28 ottobre 2012

Giorni da suocere ed esperimenti culinari

Ieri è stato giorno da suocere.
Per chi non lo sapesse, io ho ben due suocere, pur non essendo mai stata sposata: la mamma di Renato e la mamma del mio ex, con cui ho sempre conservato ottimi rapporti (sia con l'ex che con la suocera).
Entrambe le mie suocere sono carissime persone sempre piene di attenzioni e gesti affettuosi verso di me, e io cerco di ricambiare. Ieri ho dedicato a loro buona parte del pomeriggio: prima sono andata a trovare la ex suocera (la signora M.), che venerdì aveva compiuto gli anni, poi la suocera attuale (la signora R.), che è ricoverata in ospedale per la riabilitazione dopo un intervento di protesi al ginocchio.

Venerdì avevo telefonato alla ex suocera per farle gli auguri, anticipandole che sarei passata sabato o domenica per portarli di persona. Per il compleanno, avevo scelto il regalo con cura: le ho preso una cornice d'argento, con l'ordine preciso di riempirla con un'immagine dei due nipoti, perché ricordavo che in casa non ne aveva. È stata contentissima. Abbiamo preso il tè insieme e al momento di salutarci è arrivata la frase consueta: "Ti ho preparato un po' di verdura, la vuoi?"
Dovete sapere che la signora M. non ha semplicemente il pollice verde, ha tutte le dieci dita delle mani verdi, e forse anche quelle dei piedi: è in grado di far prosperare qualunque forma di vita vegetale. La sua casa ed il giardino sono un'esplosione di colori, credo che saprebbe a far fiorire anche un ramo secco. Il suo orto non è da meno: produce forniture sufficienti per un esercito e ogni volta che vado a trovarla mi regala una cospicua scorta di verdure e spesso anche un mazzo di fiori raccolti dalle sue aiole.
Ieri non ha fatto eccezione. "Ti ho preso un po' di spinaci e qualche zucchina.", mi ha detto presentandomi una sporta piena, accompagnata da tre profumatissime rose color lilla e alcuni tralci di gelsomini.
Ho sollevato la borsa: pesava mezzo quintale. "Solo spinaci e zucchine?", ho chiesto tra il sospettoso e il divertito, dato che la conosco da troppi anni per lasciarmi ingannare. "Eh, sono gli spinaci che pesano..." ha risposto vaga.
Ovviamente, nella borsa c'erano:
- spinaci
- zucchine con il fiore
- insalata
- radicchio
- finocchi
- prezzemolo
- rucola
- ravanelli
- broccoletti
- uova fresche delle sue galline

Dopo il rifornimento vegetale sono andata in ospedale con una buona scorta di creme idratanti per la cicatrice della signora R., a cui hanno appena tolto i punti, e mi sono intrattenuta per quasi un'ora con lei e le sue compagne di stanza, chiacchierando del più e del meno.

Stamattina ho approfittato del cambio dell'ora per dedicare un po' di tempo alla cucina.
I fiori di zucchine della signora M. chiedevano a gran voce la pasta fresca... e anch'io. Adoro la pasta fresca senza uova, quella fatta solo con acqua e farina che al supermercato si trova nel banco frigo e costa una cifra, considerando che i due ingredienti di cui è composta sono decisamente economici. Dato che di recente non ne avevo trovata in offerta, in casa non ne avevo e infilarsi al centro commerciale nel weekend è poco meno di un suicidio.

Era finalmente l'occasione buona per mettere alla prova alcuni accessori speciali di quel meraviglioso oggetto che è il Kenwood, il mio fedele, adorabile, insostituibile aiuto-chef. Un oggetto così meraviglioso da farmi sentire come la Barbie: io amo il mio Ken!
(ok, lo so, la somiglianza finisce qui, non c'è bisogno di infierire...)

Per prima cosa, mi sono infilata nel ripostiglio per tirare fuori il torchio per la pasta e le trafile in bronzo, poi ho studiato le ricette per trovare il giusto dosaggio di acqua e farina.
Quella del ricettario in dotazione con l'apparecchio era improponibile: farina doppio zero, acqua e un sacco di olio. Ma quando mai? È evidente che sono stranieri e di pasta ne sanno poco: l'olio non c'entra niente e almeno metà della farina, se non tutta, deve essere di grano duro.
C'erano anche un sacco di raccomandazioni sull'impasto, che non doveva essere liscio ed uniforme come quello per la pasta all'uovo che si fa a mano, ma granuloso, per non intasare il torchio.
Ho chiesto lumi a San Google, scoprendo alcune cose utili e altre terrificanti: molti dicevano che la ricetta Kenwood non andava bene, addirittura una signora raccontava che, con quelle dosi, la pasta era venuta troppo umida e aveva provocato la rottura del torchio. Panico! Non solo il Ken è una presenza irrinunciabile sul piano di lavoro della mia cucina, ma costa pure un botto e la sola idea di romperlo... Non posso nemmeno pensarci!

Alla fine ho trovato una ricetta che mi pareva sensata, con metà farina di grano tenero e metà semola di grano duro e circa 1/3 di acqua rispetto al peso della farina.
Versate le farine nella ciotola ho avviato l'impastatrice, aggiungendo l'acqua un poco per volta, con una certa apprensione: e se ne avessi messa troppa? O troppo poca? Come doveva essere esattamente un "impasto granuloso"?
Preoccupazione inutile: in realtà mi sono accorta facilmente di quando l'impasto ha raggiunto la giusta consistenza, ho montato il torchio e la trafila per i tortiglioni e ho iniziato a riempirlo piano piano, controllando che la spirale non si intasasse.
Che soddisfazione veder uscire i primi tortiglioni!

All'inizio li ho tagliati in modo un po' irregolare, alcuni più corti e altri più lunghi, poi ho preso il ritmo e sono diventati più uniformi.
In breve ho riempito un intero canovaccio.

Pochi minuti di cottura e finalmente ho servito la mia prima pasta fresca artigianale, con un buon sughetto di zucchine, fiori e curcuma.

C'è qualche aggiustamento da fare, la prossima volta proverò ad usare soltanto semola di grano duro e  a ridurre un po' il tempo di cottura, ma l'esperimento mi pare riuscito molto bene e si è rivelato anche  economico, sia in termini di costo che di tempo: credo di averci impiegato molto di più a cercare la ricetta e la frusta per impastare acqua e farina (non mi ricordavo dove l'avevo messa...) che per la preparazione vera e propria.