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sabato 20 febbraio 2016

Tutto è relativo

Sto ragionevolmente bene.
Questa è la risposta che do in questi giorni a chi chiede notizie sulla mia salute, perché mi sembra la più corretta.
Dire che sto bene in senso assoluto sarebbe eccessivo: sto bene per quanto possibile, considerato quello che ho passato. Il mio fisico sta recuperando con un ritmo davvero eccellente, ne sono anche un filino orgogliosa, ma è pur sempre stato sottoposto a un formidabile stress, quindi il mio "bene" è piuttosto diverso da quello di un atleta o anche solo di una qualsiasi persona in buona salute.

La ferita principale si è rimarginata molto bene; ho avuto qualche problema con il foro del drenaggio, che fatica a chiudersi, ma ora è a buon punto anche quello e conto di poter fare una doccia completamente senza cerotti entro la fine della prossima settimana.
Mi muovo ogni giorno un po' meglio, l'andatura da bradipo zoppo ha lasciato il posto prima a quella da bradipo sano, poi a un dignitoso passo da persona anziana.
Ho ancora bisogno della fascia addominale quando non sono distesa, ma posso farne a meno per qualche minuto quando mi alzo, senza più quella sensazione di oddio-adesso-esce-tutto.
Sono completamente autonoma nel lavarmi, riesco a cucinare qualche piatto non troppo elaborato, posso lavorare per qualche ora alla scrivania, caricare la lavatrice e poi stendere i panni, andare a teatro... Oggi ho anche pulito i sanitari del bagno.
Riesco a fare praticamente qualsiasi cosa, a parte sollevare pesi, ma solo per poco. Poi ho bisogno del divano o del letto, perché crollo.

La stanchezza non è l'unico limite.
Tossire o starnutire sono ancora attività difficili da gestire, anche se non più drammatiche come i primi giorni, e anche gli sbadigli sono fastidiosi.
Ho qualche dolore intorno alla parte superiore del taglio chirurgico, dove per qualche motivo a me ignoto i muscoli hanno sofferto particolarmente per l'intervento: il primo ricordo che ho del risveglio in terapia intensiva è proprio una serie di crampi dolorosissimi in quel punto.
Complessivamente comunque sono piuttosto soddisfatta della situazione: i tempi di recupero sono in linea con le previsioni più ottimistiche.

Lunedì sono tornata al lavoro, per ora solo quello part-time da dipendente. È stato impegnativo, ogni mezza giornata di ufficio ne richiedeva altrettanta di divano per recuperare le forze, ma ce l'ho fatta.
Molti mi hanno chiesto se non avrei potuto restare a casa almeno un'altra settimana. Sì, avrei potuto; qualsiasi medico mi avrebbe firmato il prolungamento della malattia. Ma visto che mi sentivo abbastanza in forze e che non faccio lo scaricatore di porto per 12 ore al giorno, ma un lavoro d'ufficio per 20 ore a settimana, non ho intenzione di trasformare un diritto in un privilegio.

Tra l'altro, l'azienda che all'inizio di quest'anno mi ha assunto - e sottolineo assunto, pur sapendo che mi sarei a breve assentata per alcune settimane di malattia - mi sta offrendo alcune opportunità formative su cui mi butto a pesce.
Dopo quasi vent'anni di formazione pagata di tasca mia, a centinaia o migliaia di euro per volta, quasi non mi pare vero di avere la possibilità di imparare qualcosa gratis, o quasi. Qualche corso mi richiede di fermarmi al lavoro oltre il mio orario, ma è un prezzo che pago volentieri a fronte di un miglioramento delle mie competenze.

Nei miei anni da professionista ho avuto spesso a che fare con la formazione, sia come allieva che come docente, e ho incontrato le situazioni più disparate.
Professionisti come me, per i quali ogni corso è un investimento importante di tempo e denaro, determinati a ricavarne quanto più possibile in termini di conoscenze e competenza.
Lavoratori dipendenti interessati e motivati a migliorare la qualità del proprio lavoro; uno addirittura aveva preso una settimana di ferie e pagato di tasca propria una quota di iscrizione di oltre mille euro per un corso a cui teneva particolarmente.
Ma ho visto anche allievi, quasi sempre dipendenti pubblici, che consideravano la formazione un fastidio, anziché un'opportunità. Sempre lamentosi e distratti, con l'occhio sull'orologio, pronti a scappare allo scoccare del loro orario di lavoro anche se la lezione durava ancora mezz'ora, perché "Mica mi pagano lo straordinario". Ho sviluppato il massimo disprezzo per loro.

Sul fronte oncologico avrò qualche aggiornamento dopo la visita fissata per il 1° marzo.
In realtà mi avevano proposto l'appuntamento per il 23 febbraio ma... quel giorno ho un corso di formazione che mi interessa particolarmente, così ho chiesto di spostare la visita, a cui in un altro momento avrei probabilmente dato la massima priorità. Ma è tutto relativo.

mercoledì 16 settembre 2015

Io ci provo

Talvolta il cambiamento è salutare.
Non fa bene fossilizzarsi nelle proprie abitudini, sprofondare troppo a lungo nel trantran: se il cervello non è stimolato, si addormenta. Al contrario, i nuovi stimoli mantengono la mente elastica e reattiva.
Chi si ferma è perduto, soprattutto in ambito lavorativo, e i liberi professionisti lo sanno bene. Bisogna continuamente tenersi aggiornati, restare al passo con l'evoluzione del proprio settore professionale, possibilmente anche estendere le proprie competenze in nuovi ambiti, altrimenti si rischia di essere tagliati fuori dal mercato.
Per una felice combinazione di professionalità e fortuna, in oltre sedici anni di attività da libero professionista sono sempre riuscita a mantenere una buona continuità lavorativa proprio grazie al cambiamento: nuovi incarichi quando i precedenti si concludevano, nuove tipologie di servizio da offrire ai clienti.

Ora mi è stata offerta l'opportunità di un grande cambiamento: tornare a lavorare come dipendente, sia pure part-time, in un settore per me completamente nuovo. Una sfida stimolante e una possibilità di crescita professionale, ma anche un salto nel buio.
Sarò capace di svolgere i compiti richiesti?
Sarò all'altezza delle aspettative del nuovo datore di lavoro? E soprattutto delle mie aspettative, dato che sono un datore di lavoro severissimo con me stessa?
Ce la farò a mantenere adeguati livelli di prestazione nell'attività professionale?
Sarò in grado di sostenere, fisicamente e mentalmente, un significativo aumento del carico di lavoro?
Riuscirò a riadattarmi ai ritmi poco flessibili del lavoro dipendente?
Potrò coltivare ancora i miei interessi extra lavorativi?

Spero di sì.
Dovrò cambiare ritmo, rinunciare a qualcosa, organizzarmi in modo efficiente, dire qualche "no".
Io ci provo.

martedì 21 luglio 2015

Ci si ingegna

L'ecodoppler si è rivelata una precauzione inutile: nessuna sofferenza venosa, il problema è esclusivamente linfatico.
Però... indovinate cosa mi ha prescritto il medico?
Ecco, appunto: calze elastiche classe II, compressione forte.

Non ce la posso fare.
Non dipende dal caldo, rispetto a cui peraltro il medico ha mostrato una certa umanità, dicendo che dovrei portarle almeno d'inverno. Semplicemente io non tollero le calze, nemmeno quelle normali, figuriamoci quelle compressive. Mi è assolutamente impossibile portarle sotto ai pantaloni, le sopporto a malapena con la gonna (cioè più o meno tre volte l'anno) e solo per poche ore.

Bisogna quindi trovare altre strategie.
I massaggi, certo, ma servono per curare, non per prevenire. E non posso mica portarmi Renato nello zaino per avere sempre il massaggiatore a disposizione.
Quando lavoro a casa riesco a gestire bene la cosa, perché tengo spesso la gamba sollevata, quindi ieri, in ufficio, ho cercato di organizzare la mia postazione di lavoro.
I normali poggiapiedi da scrivania si sono rivelati insufficienti, quindi con il prezioso aiuto di una gentilissima collega, Senka, abbiamo adattato un contenitore come poggiapiedi, con tanto di superficie imbottita.
Il risultato è poco ortodosso, ma assolutamente confortevole ed efficace: dopo nove ore di lavoro il gonfiore era davvero minimo.


Certo che non posso pensare di dover gestire il problema della zampazampogna da qui all'eternità, se non altro perché non posso mettere i sandali anche d'inverno. Ma ci penseremo più avanti.

sabato 2 maggio 2015

Lavoratori della domenica

Oggi è il primo maggio, festa dei lavoratori, e come accade ormai praticamente in ogni festività, è un fiorire di proteste contro le aperture festive di negozi e centri commerciali, con l'accusa di sacrificare i diritti dei lavoratori sull'altare del profitto e del consumismo.

Sarà che sono una libera professionista, sarà che sono figlia di un'infermiera, ma per me il lavoro festivo non è mai stato un tabù, però capisco che altri lo possano considerare sbagliato o addirittura scandaloso, per motivi familiari, etici o religiosi.
Quello che non capisco - e non accetto - è che tutti questi strenui difensori dei "lavoratori della domenica" mostrino tutta la loro indignazione soltanto per il personale di negozi e centri commerciali.
E tutti gli altri?
Ci sono migliaia di persone che lavorano abitualmente nei giorni festivi e per i quali nessuno parla dai palchi del sindacato, si mobilita su Facebook, organizza raccolte di firme o espone striscioni di solidarietà.

Lasciamo da parte i servizi indispensabili come sanità, sicurezza, viabilità, vigili del fuoco, telecomunicazioni, distribuzione di energia elettrica, acqua e gas, che devono essere sempre garantiti. Possiamo considerare essenziali anche i trasporti e l'informazione, benché si possa tranquillamente sopravvivere per un giorno a settimana anche senza treni o telegiornali. Ammettiamo anche come inevitabile il lavoro festivo per alcune attività che per motivi tecnici non possono essere interrotte, come fonderie, vetrerie, allevamento, ecc.

Ma avete mai sentito qualcuno tuonare contro l'apertura domenicale di bar, ristoranti, pizzerie, cinema, teatri, stadi, alberghi, discoteche o stabilimenti balneari? Lamentarsi se le reti radiofoniche e televisive trasmettono anche di domenica? Se il primo maggio si fanno spettacoli e concerti? Piuttosto accade il contrario: si protesta se nei giorni festivi questi servizi non sono disponibili. Eppure non sono certamente essenziali e sono consumistici e volti al profitto, non meno dei negozi.

Perché voi paladini dei diritti festivi dei lavoratori non vi ergete in difesa di questo esercito di cuochi, camerieri, addetti alle pulizie, tecnici di palco, truccatori, parrucchieri, operatori video, musicisti, speaker, receptionist, arbitri...?
Forse perché anche voi oggi siete andati in gita, al bar, in pizzeria, alla sagra di paese. Qualcuno addirittura ha fatto un salto al centro commerciale ("ma era un'emergenza!"). E avete potuto inserire i vostri post di protesta su Facebook grazie a qualche tecnico informatico che ha lavorato anche il primo maggio.
Io rispetto la vostra opinione, ma mi aspetto che siate coerenti: abbiate la stessa considerazione per tutti i lavoratori e domenica non andate al centro commerciale, ma nemmeno al ristorante, al museo, al cinema, in edicola; non guardate la televisione, non ascoltate la radio, non navigate su Internet. Altrimenti non siete credibili.


PS: No, io oggi non sono andata al centro commerciale. E nemmeno al ristorante o al cinema. E sono sinceramente grata agli addetti alla raccolta dei rifiuti che oggi (ma anche il lunedì di Pasquetta) hanno effettuato il consueto prelievo porta a porta.


sabato 17 maggio 2014

Tetris

Le mie giornate continuano ad avere un ritmo frenetico, tra lavoro, studio (ebbene sì, dopo la buona esperienza dello scorso anno mi sono iscritta a un altro corso di perfezionamento universitario) e teatro.
Quando va bene esco di casa al mattino poco dopo le 8 e rientro all'ora di cena, ma a volte parto anche un'ora prima e quando ho il corso di teatro torno dopo le 23. Alla sera non provo nemmeno a mettermi davanti alla TV, dopo la doccia crollo direttamente sul letto.
Negli ultimi due mesi ho pranzato quasi sempre fuori, il più delle volte rosicchiando rapidamente un paio di barrette sostitutive del pasto senza interrompere il lavoro, e in casa avrò cucinato sì e no una decina di volte; ormai Renato passa molto più tempo di me ai fornelli e io non so nemmeno cosa ci sia in frigo... ammesso che ci sia qualcosa.
La mia agenda è come lo schema di una partita di Tetris, in cui cerco di incastrare tutti i pezzi per utilizzare al meglio lo spazio disponibile, maledicendo ogni imprevisto che rischia di far saltare la configurazione studiata con tanta cura, come il virus intestinale che l'altra settimana mi ha regalato - letteralmente - un paio di giorni di m...


Lavorare tanto è faticoso, ma ha i suoi vantaggi. Si porta a casa la pagnotta, innanzitutto, e non è poco. E ai tanti impegni corrispondono anche soddisfazioni professionali e personali.
Però il tempo libero, quello da dedicare a se stessi, si riduce fino quasi ad annullarsi e questo in linea di principio non è una buona cosa. Talvolta però ritrovarsi a non avere nemmeno il tempo di pensare può essere utile; ad esempio nel periodo dei controlli di follow-up.
Otto giorni fa mi sono ritrovata a fare la radiografia al torace quasi senza accorgermene. A inizio settimana prelievi di sangue, audiometria e visita dall'otorino e poi di corsa da un cliente. Ieri ecografia addominale e risonanza magnetica al ginocchio per un dolore di origine misteriosa al legamento esterno, che mi disturba ormai da più di un mese e subito di nuovo al lavoro. Tutto così di corsa che non ho quasi avuto il tempo di preoccuparmi.
Ho detto "quasi".
Qualche pensiero malefico trova sempre il modo di fare capolino, ma non ho tempo da dedicargli, quindi lo accantono.
Alla fine, ieri mi sono ritrovata in mano il referto dell'ecografia che conferma una situazione di assoluta normalità: niente masse sospette nell'addome né altri motivi di allarme. La palla è sempre lì, invariata pure lei.
Nessuna novità nemmeno sul fronte dell'udito: sono sempre un po' sorda, ma non più dell'anno scorso.
Invece - udite udite - le analisi del sangue per la prima volta da sei anni a questa parte non hanno asterischi nella riga dei globuli bianchi: ho raggiunto la fatidica soglia di normalità di 4.000!


Mancano ancora gli esiti di RX torace e risonanza al ginocchio, che saranno disponibili alla fine della prossima settimana. Spero che non riservino brutte sorprese... non ho tempo da perdere, io!

lunedì 10 giugno 2013

Io so perché

Casomai non ve ne siate accorti, vi comunico che piove.
Riporto una citazione molto azzeccata letta su Facebook qualche settimana fa: "Non può piovere per sempre. Però ci sta provando". E con molto impegno, aggiungerei io.


Non solo: fa pure freddino.
Un'altra citazione appropriata, sempre da Faccialibro: "L'ultima volta che ho visto un maggio come questo, era novembre".
E pensare che quando ero alle superiori, il bagno al mare il primo maggio era una consuetudine. Se mi fossi azzardata, quest'anno credo che avrei potuto incontrare pinguini e orsi polari.

Mi sono ridotta a scrivere post di banalità meteorologiche, e per giunta riciclate? Ohibò!
In realtà volevo semplicemente far notare che una primavera come quella che sta per finire (e meno male...) è decisamente insolita. Inusuale. Atipica. Strana. Anomala.
Le teorie si sprecano: ambientalisti che denunciano il riscaldamento globale (ma non avevamo detto che fa freddo?), fanatici complottisti che accusano "i governi" (quali???) di modificare il clima (perché???) attraverso le scie chimiche (sono le normali scie di condensa degli aerei, ma non diteglielo altrimenti vi piantano un pistolotto infarcito di sciocchezze pseudoscientifiche e non se ne esce più).
I meteorologi sfornano tonnellate di statistiche che confrontano le temperature e le precipitazioni degli ultimi duemila anni. Immagino che ai tempi di Giulio Cesare ci fosse Caius Edmundus Bernaccus che rilevava questi dati ad uso e consumo dei posteri, perché altrimenti non mi spiego come si possano fare confronti con epoche così lontane, nelle quali - per inciso - non esistevano i termometri.

Ma io non ho bisogno di queste cose. Io conosco la verità.
Io so perché abbiamo avuto un mese di maggio così particolare.
È accaduta una cosa inaudita, eccezionale.
L'INPS mi ha mandato il verbale della visita di revisione dell'invalidità in poco più di trenta giorni.
Non solo. Invece del solito modulo prestampato, compilato a mano con grafia più o meno illeggibile, mi sono arrivati ben due documenti scritti al computer. Il primo è un certificato completo di tutte le informazioni cliniche rilevanti (ebbene sì, hanno preso nota di tutte le magagne che ho segnalato, incluse la protrusione discale e l'ipoacusia), l'altro invece riporta solo il grado di invalidità riconosciuto e una motivazione sintetica e rispettosa della privacy, in modo da poter dimostrare la condizione di disabilità senza far sapere i fatti miei a chiunque.
Ora ditemi se dopo queste mirabolanti novità non c'era da temere qualche evento insolito.
Io penso che sia una fortuna se ce la caviamo solo con un paio di mesi di pioggia: mi aspettavo come minimo un'invasione degli alieni o uno tsunami nel fosso dietro casa.

Se il ricevimento del certificato è stato una sorpresa, il suo contenuto è più o meno quello che mi aspettavo: mi hanno ridotto la percentuale di invalidità dal 75% al 50%. Mi sembra una valutazione equa rispetto alle limitazioni fisiche che mi sono rimaste.
L'altra novità è che non è più prevista la revisione. Significa che questa percentuale me la tengo per il resto della vita, a meno che non mi pigli qualche altra magagna che comporti un aggravamento. Ma anche no, eh? Ho già dato...
Ho perso l'unico beneficio economico che avevo: l'esenzione dal ticket per le prestazioni non collegate alla patologia oncologica. Però rientro ancora nelle categorie per le quali sono previste quote di assunzione obbligatoria per le aziende, cosa che potrebbe facilitarmi nel caso in cui mi venisse il ghiribizzo - o la necessità - di tornare a lavorare come dipendente.
Direi che va bene così.

Mi ha colpita invece la motivazione riportata sul certificato sintetico: "intervento chirurgico mutilante".
Non l'avevo mai considerato in questi termini, non avevo associato il termine "mutilazione" alla mia situazione. Eppure è vero: dall'esterno non si vede, ma mi hanno tolto qualche pezzo e di quelli che sono rimasti, qualcuno non funziona più tanto bene.
L'asportazione delle ovaie per me significava maternità negata, un concetto più psicologico che materiale e non ho considerato il linfocele o ai danni ai nervi tanto come lesioni fisiche, quanto come elementi che limitano la mia mobilità.
In sostanza, non mi ero mai soffermata a valutare i danni sul corpo, ma solo i loro effetti su ciò per cui quel corpo mi serve. Ennesima conferma del fatto che per me il corpo è principalmente il contenitore della mente, lo strumento attraverso cui l'intelletto agisce e si manifesta.

giovedì 21 febbraio 2013

Di nuovo matricola

Qualche mese fa sono stata presa da uno strano raptus e mi sono messa a curiosare tra i siti delle Università.
Seconda laurea? Idea stuzzicante, ma quelle che mi interessano sarebbero troppo impegnative e mi servirebbero altre tre o quattro vite per fare tutto quello che vorrei: giurisprudenza, medicina, economia... Lasciamo perdere.
Un master? Magari... ma costano una fortuna e questo non è proprio periodo di vacche grasse.
A furia di curiosare, alla fine ho trovato una proposta davvero interessante: un corso di perfezionamento in Lean Manufacturing, le metodologie di produzione snella a cui avevo già iniziato ad interessarmi per conto mio qualche tempo fa.
L'impegno sembrava compatibile con l'attività lavorativa: un paio di giornate al mese per circa sei mesi, alla facoltà di Ingegneria di Padova, proprio quella in cui mi sono laureata tanti anni fa: un ritorno alle origini.
Ciliegina sulla torta, c'era una considerevole riduzione della quota di iscrizione per gli allievi con percentuale di invalidità pari o superiore al 66%: finalmente il riconoscimento di invalidità mi dà qualche beneficio.
Ed eccomi dunque di nuovo matricola!


L'edificio in cui si trova l'aula è lo stesso in cui seguivo le lezioni di disegno al primo anno, ma ho trovato alcune novità interessanti.
Innanzitutto sul sito dell'Università c'erano tutte le informazioni che mi servivano e ho potuto completare l'intera procedura di iscrizione senza muovermi dalla mia scrivania: bonifico on-line per il versamento della quota e trasmissione della modulistica con PEC: decisamente più comodo rispetto alle code in Posta e in segreteria.
I docenti sono professori universitari, ricercatori e professionisti esterni; ognuno di loro, oltre a svolgere attività di docenza, ricopre incarichi manageriali o di consulenza nel mondo delle imprese e questo aggiunge valore al loro insegnamento, perché i contenuti che propongono sono basati su esperienze reali e concrete.

Il programma prevede lezioni teoriche in aula alternate a simulazioni pratiche e visite in aziende.
Le prime due lezioni sono state molto interessanti e hanno confermato la mia teoria secondo cui la consapevolezza delle possibili applicazioni pratiche degli argomenti trattati facilita enormemente l'apprendimento: se avessi ascoltato questi concetti prima di iniziare a lavorare, ne avrei compreso sì e no la metà e questo mi fa pensare - con rammarico - a quante conoscenze mi sono sicuramente sfuggite durante il mio percorso di studi perché non avevo la percezione del contesto in cui si sarebbero dovute inserire.

Una cosa invece - purtroppo - non è cambiata affatto: i libri costano sempre una fortuna. Né c'è da sperare di risparmiare qualcosa con gli e-book, i cui prezzi non sono affatto concorrenziali rispetto al formato cartaceo, un po' per avidità degli autori e/o editori e un po' per una assurda normativa europea che li classifica non come prodotti editoriali (a cui si applica l'IVA agevolata al 4%), ma come prodotti digitali (con IVA al 21%). Con buona pace dei proclami sulla diffusione della cultura.

Insomma, il ritorno in aula - dalla parte degli allievi, perché in cattedra ogni tanto ci vado per lavoro - è stato piacevolissimo. E poi, chissà... magari l'appetito vien mangiando!

sabato 4 agosto 2012

Dov'ero rimasta?

Ah, sì: era arrivato il verbale di invalidità e io ero costretta sul divano dal mal di schiena. Ma questo era quattro giorni fa.

Adesso invece... sono ancora quasi bloccata.
A furia di riposo e antinfiammatori la contrattura al gluteo si è ridotta e il dolore si è localizzato in un punto vicino alla colonna vertebrale e lungo il nervo sciatico.
Mi aspettavo un recupero più veloce, soprattutto perché le poche volte che ho utilizzato antinfiammatori, in passato, l'effetto è sempre stato veloce e risolutivo. La dottoressa però mi ha fatto presente che con la radioterapia esterna, e soprattutto quella interna, il mio nervo sciatico è stato abbondantemente maltrattato ed è ragionevole attendersi tempi di recupero più lunghi. Amen.
Rispetto all'inizio della settimana va meglio: mi muovo molto più facilmente e riesco a stare in piedi un po' più a lungo, tanto che oggi ho deciso di riprendere da dove avevo lasciato domenica scorsa e ho dato una spolverata (lo ammetto, molto superficiale) in casa.
Però faccio ancora fatica a stare seduta e questo mi scoccia parecchio, perché mi impedisce di lavorare: riesco ad usare il mouse anche restando quasi distesa, ma per utilizzare la tastiera ho bisogno di tenere il busto più dritto, in una posizione che riesco a mantenere solo per poco tempo prima che il nervo inizi a protestare.

Dato che io ero impossibilitata a muovermi, Renato è andato al Distretto sanitario a presentare il verbale di invalidità per ritirare il mio certificato di esenzione. Due volte.
Facendo tesoro delle precedenti esperienze, martedì mattina avevo telefonato all'USSL per conoscere gli attuali orari di apertura dell'ufficio esenzioni. L'ufficio informazioni non lo sapeva e mi ha dato il numero dell'Anagrafe Sanitaria, al quale però non rispondeva nessuno; il telefono squillava a vuoto anche al numero della segreteria e dell'ufficio esenzioni. Alla decima telefonata (non scherzo, le ho contate), finalmente mi ha risposto un'addetta del centralino, che dopo una verifica degli orari, mi ha detto che l'ufficio è aperto il martedì e venerdì mattina dalle 9 alle 12.
Giovedì mattina Renato è andato al Distretto e... indovinate?
Esatto: l'ufficio era chiuso.
È aperto il lunedì, mercoledì e venerdì.
Ciliegina sulla torta: l'attestazione di invalidità scade il 17 aprile 2013, ma l'esenzione me l'hanno data solo fino al 1° aprile. Gli altri 16 giorni se li sono tenuti.

Adesso torno a stendermi, prima che il nervo inizi a mordere sul serio.

mercoledì 9 maggio 2012

Mutanti tecnologici?

Dicono che le persone si possano classificare come gufi oppure allodole, a seconda che siano più attive alla sera oppure al mattino: io sono, senza ombra di dubbio, un gufo.


Alle superiori mi capitava spesso di studiare di notte, perché al pomeriggio ero quasi sempre impegnata in palestra, come giocatrice e allenatrice di pallavolo, a volte anche per 5 o 6 ore nella stessa giornata.

All'università, ho realizzato quasi tutta la mia tesi di laurea di notte; a volte mi capitava di svegliarmi all'una o alle due con un'idea in mente e allora mi alzavo, accendevo il computer e andavo avanti a svilupparla per ore.

Tuttora preferisco lavorare alla sera, anche fino a notte fonda: sono più produttiva e più creativa; anche i miei post sul blog nascono spesso nelle ore notturne.

Per contro, al mattino sono uno zombie. Anche se sono andata a dormire prestissimo la sera prima, non c'è niente da fare: svegliarmi prima delle 8 - 8:30 fa di me poco più di un cadavere ambulante. Quindi, se posso, al mattino dormo fino a tardi.


Nel periodo in cui ho lavorato come dipendente ero necessariamente vincolata agli orari d'ufficio, ma da quando mi sono messa in proprio, ormai 13 anni fa, ai miei clienti capita spesso di ricevere mail spedite a tarda sera o anche nel cuore della notte.
È una mia scelta, lo faccio perché ho la possibilità di organizzarmi il lavoro con una grande flessibilità e mi va bene così.

Ultimamente però mi accade sempre più spesso una cosa che mi sconcerta e un po' mi preoccupa: mi arrivano risposte alle mail di lavoro anche all'ora di cena, oppure nei giorni festivi; proprio stasera ne ho ricevuta una alle 20:49 e un'altra alle 22:20.
In fondo a queste mail "fuori orario" di solito c'è scritto Sent from my iPhone.
Ovviamente non ho nulla contro la tecnologia né contro gli iPhone, ci mancherebbe, però mi viene spontaneo chiedermi se questo utilizzo della tecnologia sia davvero un bene.
Perché quelli che mi hanno scritto stasera non sono liberi professionisti come me, ma dipendenti, che non dormono fino a tardi alla mattina e il cui orario di lavoro dovrebbe terminare alle 18.

Io sono un gufo per natura e per scelta, ma non vorrei che qualcuno lo diventasse suo malgrado a causa di un telefono.
 E adesso vado a lavorare, che è quasi mezzanotte.

giovedì 18 novembre 2010

Curare l'ansia?

Prima di tutto rassicuro tutti quelli che sono in pensiero per me dopo aver letto il post precedente: va meglio.
Ci è voluta ancora qualche mezza nottata in bianco, ma sono riuscita a preparare gli impegni di lavoro di questa settimana, che tra ieri e oggi mi hanno già dato qualche bella soddisfazione.
Ce l'ho fatta anche a organizzare la festa di compleanno di Renato, a preparargli le torte, a cucire l'abito di scena per il suo debutto teatrale di domenica, ad assistere al suddetto debutto (bravo m'amore!!!)... insomma, ho spuntato qualche voce dall'elenco. Certo, ce ne sono ancora molte che sono rimaste indietro: la legna per il caminetto ancora non c'è, la macchina aspetta il tagliando, devo impaginare il giornalino dell'associazione... Ma possono aspettare.

In tanti mi hanno consigliato di delegare, di chiedere aiuto. Non è sempre possibile.
Certo, ho trovato chi è andato dal medico a ritirare le ricette e poi in farmacia a prendere le medicine per la mamma, ma per quanto riguarda il lavoro non c'è nessuno che possa farlo al posto mio e non riesco nemmeno ad accettare di abbassare i miei standard professionali e di accontentarmi di qualcosa in meno di quello che sono abituata ad offrire ai miei clienti, è più forte di me, sono una perfezionista (leggi "pignola rompiballe") prima di tutto con me stessa.

Così può capitare che mi trovi a fare i conti con l'ansia da prestazione, la tensione che nasce dalla difficoltà di essere sempre all'altezza delle aspettative, non tanto degli altri, quanto mie.

Nota importante: ciò che segue sono semplicemente mie personali opinioni, che non hanno nessuna pretesa di universalità né di validità medica e/o scientifica. E che non è neppure detto che siano definitive, rappresentano il mio pensiero in questo momento, ma possono sempre essere rimesse in discussione.

Non credo che l'ansia sia una condizione patologica, o almeno questo tipo di ansia non lo è. È soltanto la normale reazione ad una situazione di stress, semplicemente uno stato d'animo, sgradevole, di cui prendere atto.
La soluzione quindi non sono né i rimedi omeopatici, sulla cui efficacia oggettiva ho molti dubbi, ho l'impressione che funzionino solo per chi ci crede, né tantomeno gli psicofarmaci, verso cui ho una diffidenza ancora maggiore, perché l'idea di alterare chimicamente il funzionamento del mio cervello mi dà i brividi, mi pare di consegnare ad una pastiglia il controllo sulla mia essenza più profonda, su ciò che mi identifica e mi definisce come persona. Posso accettare, sia pure controvoglia, di avere talvolta bisogno di una sostanza esterna per ripristinare una condizione fisica alterata, ma ho un'innata resistenza a ricorrere a qualsiasi tipo di terapia, a prescindere dal fatto che sia di origine naturale o di sintesi chimica, per recuperare l'equilibrio psicologico.
Dato che non considero l'ansia una malattia, non ha senso cercare una "cura", ma bisogna intervenire sulle cause e si può fare in due modi, di cui uno non esclude l'altro:
1. ridurre le aspettative, accontentandosi di prestazioni e risultati inferiori, per limitare la frustrazione legata al divario tra ciò che si vorrebbe e ciò che si ottiene: come ho già detto, questo mi riesce molto difficile, va contro la mia natura e riesco ad attuarlo in misura molto limitata;
2. adoperarsi al massimo delle proprie possibilità per raggiungere gli obiettivi e soprattutto per avere la consapevolezza di aver fatto del proprio meglio e accettare con serenità i risultati che si riescono ad ottenere, perché  il disagio nasce più che altro dal senso di colpa se si ha la convinzione che si sarebbe potuto fare di più, mentre - e questo l'ho imparato facendo sport - è possibile accettare anche una sconfitta quando c'è la consapevolezza di aver dato il massimo.

È quello che ho fatto negli ultimi giorni.
Ho accettato di lasciare indietro qualcosa che poteva essere rinviato, ho detto qualche "no" e ho concentrato tutte le energie sugli obiettivi importanti e/o improrogabili, accettando la tensione e cercando anzi di incanalarla in reazioni utili. Così, quando mi sono resa conto di aver perso quasi due ore di buon lavoro su un documento a causa di un errore nel salvataggio di un file, ho cacciato indietro le lacrime e mi sono detta: "Se l'hai fatto prima, puoi rifarlo adesso e non c'è tempo per piangere. Avanti!".
E lunedì sera, alla vigilia del primo appuntamento importante, ho chiuso la pratica con la serena consapevolezza di aver fatto un buon lavoro e mi sono potuta dedicare all'elaborazione grafica per il bloggers-progetto che sarà presentato tra pochi giorni (siete curiosi? bene!) e poi farmi un buon sonno.

Certo sono ancora stanca, ma tra qualche giorno riuscirò a riposarmi un po' e a riprendere fiato in vista di un'altra serie di impegni.
Probabilmente arriveranno altri momenti di sconforto, ma fanno parte della vita e bisogna accettarli, cercando di evitare che impediscano di godere di quelle piccole gioie che si possono raccogliere qua e là ogni giorno. 

sabato 13 novembre 2010

Sull'orlo di una crisi di nervi

Ho smesso di ripetermi che ce la posso fare e sono passata a dire che ce la devo fare.
Adesso vado solo avanti, in silenzio.
Metto un piede davanti all'altro e faccio un passo per volta, con un sospiro di sollievo quando riesco a spuntare una voce dalla lista delle cose da fare, anzi dalle liste, perché se metto tutto insieme viene fuori un elenco così lungo da mettermi l'angoscia e allora ogni giorno prendo un foglio bianco e scrivo poche cose, solo quello che mi propongo di portare a termine entro sera, ma sempre più spesso mi ritrovo alle due del mattino con il magone, a guardare le righe ancora inevase.

La settimana prossima ho tre scadenze di lavoro molto importanti e ho ancora una valanga di documenti da esaminare e sistemare e decine di email ancora da leggere, non ho ancora preso appuntamento per il consulto oncologico per la mamma, sto cercando informazioni sui possibili trattamenti per alleviare il problema della piaga sulla gamba, devo aggiornare la contabilità, ho la scrivania coperta di documenti da archiviare, un mucchio di roba da stirare, il tagliando della macchina che avrei dovuto fare due mesi fa, la legna per il caminetto che quest'anno non si trova...

Vado avanti a testa bassa, perché se appena provo ad alzarla e a guardare avanti mi sento travolgere dal peso di troppe responsabilità che non riesco a delegare.
E naturalmente c'è sempre qualcuno che continua allegramente a rifilarmene altre. Oh, certo, si scusano per il disturbo, ringraziano per l'aiuto, ma intanto me le scaricano. (nessuno di voi si senta chiamato in causa: mi riferisco a persone che non usano il computer e non leggono il blog)

Impegni da portare a termine, scadenze da rispettare e troppe ore di sonno perse. Non vado in piscina da due settimane, gli unici esercizi di canto che riesco a fare sono in macchina mentre vado dai clienti, lavoro ogni sera fino a tardi, dormo poco e male. Quando mi metto a letto cerco di rilassarmi e liberare la mente dalle tensioni della giornata, ma c'è sempre qualche pensiero che si intrufola, così finisco per girarmi e rigirarmi rimuginando.
E poi sono nervosa e mi mordo la lingua (e anche le dita sulla tastiera) mille volte al giorno, per non distribuire troppo veleno a chi magari non se lo merita.

Sì, lo so, volete sapere come sta la mamma.
Sostanzialmente stabile.
La cosa che le dà maggiore disturbo è la piaga sulla gamba: dopo le medicazioni ha sempre forti dolori, un po' meno quando le facciamo a casa anziché all'ospedale, ma richiedono sempre un analgesico.
Per il resto sta abbastanza bene, ma ha ridotto moltissimo le sue attività. Fa ancora da mangiare, ma dedica alla cucina molto meno tempo rispetto a prima, si occupa del bucato ma ha smesso di stirare, ha dovuto rinunciare ai suoi lunghi giri in bicicletta tra negozi e supermercati a caccia di occasioni e offerte speciali e ormai esce di casa praticamente solo per andare a fare visite o esami. Dorme molto, spesso anche durante il giorno, e passa il resto del tempo tra i fornelli, la Settimana Enigmistica, i solitari con le carte e la televisione.
L'appuntamento con l'oncologo del nostro ospedale è per lunedì 22, intanto vedo di fissare anche il consulto.

lunedì 26 luglio 2010

Bloggheresse at work

Giovedì scorso avevo un impegno di lavoro a Roma.
Che detta così suona anche bene, fa quasi pensare che io sia una donna in carriera, anche se a vedermi in stazione, con l'abbigliamento quasi da spiaggia e gli auricolari del lettore MP3 mentre canticchiavo tra me e me per preparare il prossimo concorso di canto, al massimo si poteva pensare ad una donna "in corriera".
L'avevo buttata lì alle bloggheresse romane: "Io devo essere a Roma il 22, mi fermo un paio di giorni, magari ci vediamo per un tè o un aperitivo". Mai avrei pensato di scatenare una marcia su Roma.
Sono arrivate dall'Emilia, dalla Toscana e da Parigi.
Era tanta la voglia di incontrarsi: c'era da discutere del nostro progetto comune, che ormai è ben più di un'idea, ma non era solo questo. C'era la voglia di vedere chi ancora non si era potuto incontrare di persona e di ritrovare quelle che già si erano conosciute. Soprattutto, c'era il desiderio di condividere la fatica e le speranze di questo cammino che ci accomuna.E proprio questo è stato, davanti al bendiddio imbandito sul tavolo da giardino di Anna, sotto al fresco di una pergola di vite americana, in una giornata d'estate romana ingentilita da un soffio di vento: discorsi importanti e chiacchiere oziose, decisioni e conti per il nostro progetto che nasce e sogni di sponsor per farlo diventare grande, racconti di momenti difficili e battute divertenti, perchè la nostra vita è stata segnata indelebilmente dal cancro, ma non è solo cancro, non siamo solo pazienti oncologiche, siamo molto di più.

C'erano ZiaCris e Milva, Giorgia e Rosie, e le giovanissime del gruppo, Sissi e Anna Lisa. Già, Anna Lisa che fino a due giorni prima sembrava non ce l'avrebbe fatta, troppo affaticata dalla chemio. Ma una sacca di sangue, quel sangue che salva la vita, può anche regalare un sogno. E può arrivare solo da donatori volontari. Ricordatevelo prima di andare in vacanza.
Mancava solo Julia, trattenuta all'ultimo da imprevisti domestici, ma era un'assenza soltanto fisica, lei è stata con noi in ogni momento.
È questa la cosa davvero grande di questa banda di bloggheresse, un legame virtuale che è diventato vero e che sa superare lo spazio e il tempo, un incontro di diversità che crea armonia.
Ecco perchè adesso ho una tazza di tè verde in mano e il sorriso di Rosie nel cuore.

venerdì 9 luglio 2010

Ordine

Ieri pomeriggio, in preda ad un attacco di frenesia organizzativa, ho fatto un po' d'ordine in giro per casa.
Sono partita dal salotto, eliminando senza rimpianti qualche orrendo soprammobile, depliant pubblicitari e vecchi scontrini. Ho salutato con molta gratitudine ed una punta di dispiacere il mio buon vecchio zainetto bordeaux, ormai irrimediabilmente prossimo al disfacimento dopo 13 anni di fedele ed ininterrotto servizio. Fedeltà che talvolta mi ha fatto dubitare della mia appartenenza all'universo femminile, dato che mi manca del tutto l'impulso ad acquistare sempre nuove borse.
Dirò di più: sono intollerante a qualsiasi forma di shopping, con l'unica rilevante eccezione dei libri, e quasi completamente indifferente a tutto quello che riguarda il mio aspetto esteriore.
Sarà che non sono mai stata una gran gnocca, ma mi è sempre sembrato che la cura dell'immagine fosse un inutile spreco di tempo ed energie. Non vado in giro proprio come una stracciona... beh, quasi mai almeno, però non si può proprio dire che il look sia tra le mie priorità.
Fossero tutti come me, parrucchieri ed estetiste morirebbero di fame (però si salverebbe chi fa massaggi), crollerebbe tutto il business della moda, dagli abiti alle scarpe, borse, accessori, gioielli, trucco e cosmesi. Le profumerie non esisterebbero e nemmeno i centri abbronzatura, le palestre, le riviste che trattano di moda e/o di gossip. Per la verità potrebbero chiudere anche tutte le edicole, tanto la Settimana Enigmistica mi arriva per posta in abbonamento.
Lo so, non sono normale, ma che ci volete fare?

Dopo aver turbinato per una mezz'ora in salotto come un tornado, sollevando e rivoltando tutto quello incontravo, sono passata al mio studio, dove nelle ultime settimane tra impegni di lavoro e scadenze fiscali praticamente ogni superficie orizzontale aveva finito per ricoprirsi di carte, dox, cartelline e raccoglitori.

Avevo bisogno di spazio per sistemare i documenti dei nuovi clienti, ma soprattutto avevo bisogno di ordine. Perchè l'ordine non è solo un'esigenza pratica, per me è anche una questione mentale.
Quando ho l'impressione di perdere il controllo della mia vita, fare ordine nelle cose intorno a me mi aiuta a ridefinire le priorità, a creare qualche punto fermo de cui partire per affrontare una cosa per volta e riprendere in mano la situazione. E in questo periodo ho avuto più di qualche volta la sensazione di non riuscire ad affrontare tutte le cose che devo fare, di non farcela a rispettare tutti gli impegni.
Così mi sono dedicata per un paio d'ore ad un'attività quasi catartica: l'eliminazione di oggetti inutili.
Ogni tanto ho bisogno di voltare pagina, di creare un punto di rottura, di scaricare dalle spalle qualche peso per camminare più leggera. Mi piace svuotare qualche spazio per fare posto a nuove occasioni,  gettare le confezioni vuote per avere la possibilità di provare qualcosa di nuovo.

Anche nello studio le prime vittime sono stati alcuni ninnoli: soprammobili, portachiavi, pupazzetti e simili: alcuni sono finiti nella spazzatura o tra gli oggetti da regalare a un'amica della mamma che adora ogni genere di paccottiglia, altri a cui sono in qualche modo legata perchè mi sono stati regalati da persone care hanno trovato posto in una scatola in cui staranno al riparo dalla polvere.
È stata poi la volta di un centinaio di dischetti da 3,5 pollici, quelli per cui i PC da qualche anno non montano nemmeno più i lettori, e un po' di vecchi CD di software. Ho scoperto che avevo ancora i driver di un computer che ho rottamato qualche anno fa, antivirus dei primi anni '90, programmi da archeologia informatica... Via tutto!

Alla fine sono riuscita a liberare una parte di libreria sufficiente per sistemare i nuovi dox, ho rimesso al loro posto i documenti che avevo consultato per la dichiarazione dei redditi, archiviato la corrispondenza, cestinato ancora un po' di pubblicità, disposto in pile ordinate le pratiche ancora da evadere.
E quando mi sono rimessa al lavoro, anche se la lista delle cose da fare era e rimane ancora terribilmente lunga, il senso di disagio si era attenuato ed era tornata la fiducia. Ce la posso fare. Ce la farò.

sabato 12 giugno 2010

Son soddisfazioni!

Dopo i vipera-days ci voleva proprio qualche gratificazione.

Però un dirigente di una grande multinazionale che dichiara che l'ultimo software che ho realizzato per loro è il migliore che abbia mai visto, addirittura il suo sogno trasformato in realtà... beh, questo va oltre ogni aspettativa!

E se poi mentre ancora sto camminando a mezzo metro da terra scopro anche che sull'ultimo numero della rivista Fondamentale dell'AIRC hanno parlato del mio blog...


domenica 4 aprile 2010

In piena attività

No, non sono caduta definitivamente preda della pigrizia di cui al precedente post, al contrario, sono stata risucchiata da un vortice di lavoro, che ha occupato tutte le giornate e più di un dopocena delle due settimane appena passate, e da altre attività che hanno impegnato le rimanenti serate (corso di teatro, aggiornamento di primo soccorso). E il tutto probabilmente andrà avanti con questi ritmi - se non di più - almeno fine a fine maggio.
Nel caso ve lo chiediate: no, non ho improvvisamente recuperato le energie e sì, sono stanca. Ma il mio lavoro è così, alterna periodi di calma piatta ad altri straordinariamente intensi e quando c'è da fare, io faccio: semplicemente non mi fermo fino a che non ho finito.
Insomma, affronto con la stessa intensa determinazione sia l'ozio che il lavoro: sono capace di passare settimane a poltrire come un bradipo, ma anche di lavorare giorno e notte per rispettare gli impegni professionali.

L'oncologo ha discusso con il chirurgo della mia palla e mi hanno proposto un'aspirazione ecoguidata: in sostanza, si utilizza l'ecografia per posizionare un ago dentro la palla e aspirarla.
Si tratterebbe di un intervento relativamente poco invasivo, credo che si possa fare ambulatorialmente, ma non è detto che sia risolutivo: a seconda del livello di fortuna, il versamento potrebbe sparire definitivamente, riformarsi di dimensioni più ridotte oppure tornare tale e quale.
Ma credo che valga la pena di tentare, perchè l'alternativa sarebbe un'operazione vera e propria. E dato che non mi hanno ancora messo una cerniera sulla pancia, preferirei evitare ulteriori tagli...
L'oncologo sperava di riuscire a fissarmi l'intervento prima di metà aprile ma quando gli ho detto che dovevo escludere mercoledì 7 perché ho la mammografia e anche lunedì, martedì e mercoledì della settimana successiva perché devo tenere un corso, ha detto di richiamarlo dopo Pasqua per trovare una data più avanti.
Speriamo bene!

E dato che intanto si è fatto molto tardi e la mezzanotte è passata da un pezzo...