sabato 17 febbraio 2018

Cose da venerdì

Premessa: il mio lavoro dipendente consiste nella gestione di una piccola rete di teleriscaldamento, per la quale mi occupo anche del Servizio Clienti.

Ieri, tarda mattinata, ufficio.
Una collega dell'Amministrazione mi telefona perché un'utente che è lì per pagare la bolletta avrebbe alcune domande tecniche relative all'impianto di teleriscaldamento. Le dico di mandarla nel mio ufficio: non è giorno di Sportello Clienti ma, entro i limiti del mio orario part-time, sono sempre a disposizione degli utenti, è il mio lavoro.
Ci vuole qualche minuto, perché gli uffici dell'Amministrazione sono in un altro edificio. Nel frattempo apro l'anagrafica cliente e mi collego al sistema di telecontrollo per visualizzare l'impianto della signora e prepararmi a rispondere alle sue domande.
Il software mi chiede nome utente e password.
Io, candidamente, digito il nome utente. Quello della signora. E mi stupisco pure quando il programma non si apre.
Meno male che è venerdì e manca solo mezz'ora alla fine della giornata lavorativa, così le probabilità di fare danni sono abbastanza ridotte.

Il fisico invece ha ancora da lavorare: ultima seduta di fisioterapia, con esercizi faticosi e a tratti dolorosi.
Questo ciclo, a cui ho affiancato anche il ritorno in piscina e l'utilizzo di uno speciale bendaggio notturno per aiutare la circolazione linfatica, non ha prodotto tutti i risultati sperati. Ho migliorato la mobilità dell'anca e ridotto i problemi al quadricipite, ma i dolori all'inguine ci sono ancora tutti, forse anche più forti.
Speravo meglio, ma pazienza, giriamo pagina e andiamo avanti, che c'è ancora molto da fare.
Domattina si parte presto, prestissimo: destinazione Velletri!



venerdì 2 febbraio 2018

Intorno alla morte


La morte, intesa come momento in cui la vita finisce, non mi spaventa.
Mi seccherebbe parecchio se arrivasse prima della vecchiaia, ma è un'ipotesi che mi crea fastidio, non paura. In fondo, tutti dobbiamo morire, prima o poi: tanto vale farsene una ragione.
Non credo nell'aldilà, nella sopravvivenza dell'anima o nella reincarnazione. Immagino che morire sia una specie di blackout definitivo: a un certo punto la mente si spegne e finisce tutto. Niente più pensieri o sensazioni, niente dolore, rimpianto o nostalgia. In un istante, si smette di esistere e basta; non mi pare qualcosa di cui avere paura.

Ma pensare alla morte solo come al momento in cui la scintilla della vita si spegne è riduttivo: la morte ha un prima e un dopo, ha un protagonista e tante comparse.
Il vero dramma non è nella morte, ma tutto intorno.
Nella sofferenza del corpo, che può diventare un buco nero di tormento in cui ogni altra cosa si annulla.
Nel rimpianto per ciò che non è stato e nel rammarico per ciò che non potrà essere.
Nel dolore lacerante della separazione.

Un amico pochi giorni fa ha perso la compagna della sua vita e della sua anima. Non ho nemmeno il coraggio di immaginare la sua sofferenza, la fatica di affrontare un giorno dopo l'altro senza un pezzo di cuore.
Mi angoscia pensare a quanto sia stato doloroso per Anna sapere che non avrebbe visto crescere le sue figlie, quanto sia difficile per Angelo andare avanti senza di lei.

Non ho paura della morte. Ho paura di quello che c'è intorno.