domenica 15 maggio 2022

Vittorie

La settimana appena trascorsa è stata particolarmente intensa, fisicamente ed emotivamente, e ho vinto alcune cose molto speciali.



Una medaglia che per me vale oro, ma l'esperienza del Campionato Italiano di sitting volley mi ha regalato cose ancora più preziose: l'accoglienza della squadra di Cesena, le persone splendide che ho conosciuto, tante grandi atlete, ma soprattutto tante grandi donne, l'orgoglio di aver partecipato a un evento sportivo di altissimo livello, la possibilità di scendere in campo con le atlete che fino a qualche settimana fa ammiravo in televisione, l'abbraccio finale con Monica, la nostra coach, abbondantemente annaffiato di lacrime di gioia e gratitudine per aver avuto la possibilità di vivere questa straordinaria avventura.


Non è tutto.
Lunedì avevo le visite di controllo a Padova: e ho vinto ancora. Mi hanno allungato da tre a quattro mesi dell'intervallo tra i controlli di follow up oncologico, e vuol dire tanto: non solo più tempo per riprendere fiato e smaltire gli effetti della TAC con contrasto, ma anche un segno di fiducia e speranza, condiviso sia dall'oncologa che dall'ortopedico. I prossimi controlli saranno a settembre, posso rilassarmi per tutta l'estate!

E allora possiamo finalmente pensare di nuovo a una settimana di vacanza, la prima da... ho dovuto andare a controllare, non me lo ricordavo: l'ultima è stata nel 2013, nove anni fa. Poi ci sono stati solo brevi intermezzi: il weekend a Londra nel 2017, tre giorni a San Candido nel 2018, il fine settimana per il matrimonio in Piemonte lo scorso anno.
Il nuovo lavoro di Renato non lo vincola più alle ferie obbligate in agosto, che lui è ben felice di lasciare ai colleghi: ci siamo presi una settimana a fine giugno e nei prossimi giorni decideremo in quale parte dell'Alto Adige andare a ricaricarci.


Come sempre, non vinco solo cose belle. Continuano gli attacchi feroci di formiche fantasma, da circa un mese sono terribilmente aggressive e purtroppo ho perso qualcosa di molto prezioso: la signora che mi faceva le pulizie ha dovuto lasciare il lavoro per problemi di salute. Come sempre, mi rimbocco le maniche e vado avanti.

sabato 7 maggio 2022

Sono qui


È iniziata: una partita vinta contro Roma e una persa contro le campionesse in carica di Pisa.
Tra qualche ora affronteremo i quarti di finale.
 
Niente ansia, per me: sto facendo una delle cose che amo di più al mondo e ho deciso di godermi ogni minuto di questa esperienza straordinaria. 




venerdì 29 aprile 2022

Traguardo in vista!

Le finali nazionali del campionato di sitting volley si avvicinano, ormai manca solo una settimana alla partenza per Cesenatico e sento forte l'emozione per questo appuntamento, tanto che a volte mi chiedo come vivrò il giorno dopo, quando sarà tutto finito e resterà solo il ricordo di un'esperienza che, comunque vada, sarà straordinaria.

Ehi vi aspetto per fare il tifo!

Avrei voluto allenarmi di più, ma ho dovuto fare i conti con le vacanze pasquali, durante le quali non abbiamo potuto utilizzare la palestra, e con i miei limiti. Se a vent'anni per ottenere prestazioni migliori bastava lavorare di più, ora devo dosare le energie con molta attenzione, altrimenti poi non riesco a recuperare e comprometto gli allenamenti successivi. A volte è frustrante, vorrei poter fare di più per ridurre il divario rispetto alle atlete più forti di me (cioè tutte!) e raggiungere un livello tecnico più dignitoso, ma sono consapevole di non poter pretendere troppo dal mio fisico, già ampiamente provato e anche piuttosto stagionato.

Ci si mettono pure le formiche, che dopo una gradevolissima tregua che è durata per tutto il mese di marzo, sono tornate prepotentemente all'attacco e nelle ultime settimane ho passato decisamente troppe notti in bianco, aspettando a volte invano l'effetto dell'antidolorifico. Mi stanno massacrando anche in questo momento, mannaggia a loro!


Anche il rapporto con gli aghi non è stato dei migliori, ho le braccia tempestate di ematomi dopo gli ultimi prelievi e l'infusione del mezzo di contrasto.
Eh già, perché in mezzo agli impegni sportivi e di lavoro si è intrufolata anche la TAC di controllo per il follow up trimestrale. Non è passata esattamente in sordina, perché gli effetti del mezzo di contrasto e dei farmaci per prevenire la relativa reazione allergica si sono fatti sentire parecchio, ci ho messo quasi due giorni a recuperare. Ma è un disagio trascurabile rispetto al risultato: 


E ora via, che c'è da fare, perché domenica saremo impegnati con il campionato maschile, Renato in campo e io al tabellone segnapunti. E dopo ci sarà Cesenatico e poi ancora tempo per altre cose belle. 
Posso guardare avanti e affrontare i prossimi mesi con il cuore leggero.



giovedì 7 aprile 2022

Il mio ruolo

Lo scorso fine settimana, a Cesena, è iniziato il mio primo campionato italiano assoluto di sitting volley, in un turbinio di emozioni: orgoglio, entusiasmo, ammirazione, speranza, gratitudine, ma anche qualche delusione.


Tre partite in due giorni contro la squadra di Parma, un'avversaria temibile che negli ultimi due campionati si era classificata al secondo posto, dietro alle inarrivabili atlete del Dream Volley Pisa, vincitrici di tutte le edizioni disputate fino ad ora.
Il passaggio alla fase finale era già assicurato per entrambe le formazioni, dato che la terza squadra del girone si era ritirata, ma la carica agonistica non è mancata, perché ognuna voleva valutare la portata delle proprie ambizioni.


Le avversarie potevano contare su un'intesa costruita in anni di intenso lavoro, oltre a una solida preparazione fisica e tecnica, mentre nella nostra metà campo c'erano atlete formidabili, che però giocavano insieme per la prima volta e sono stati necessari alcuni tentativi e aggiustamenti per trovare la migliore disposizione.
Dopo un avvio equilibrato, Cesena ha preso le misure e si è aggiudicata la prima partita con il punteggio di 3-1. Ho avuto la possibilità di entrare in campo per qualche minuto alla fine del secondo set, in una situazione di punteggio assolutamente favorevole, e me la sono cavata in modo abbastanza soddisfacente, molto al di sotto delle prestazioni delle mie compagne, ma sui miei livelli: due battute, non particolarmente efficaci ma in campo, un paio di palloni recuperati, un'alzata, un attacco a punto.

la maglia con il nome, come le giocatrici vere!

Nella seconda partita, domenica mattina, Parma si è aggiudica il primo set, ma poi Cesena ha ritrovato il giusto equilibrio e ha sfoderato una prestazione straordinaria, offrendo uno spettacolo davvero splendido, che ha entusiasmato il pubblico. 
Tutte bravissime, ma una menzione speciale va a Francesca Bosio, che non è solo un'atleta straordinaria, capace di gesti tecnici al limite dell'incredibile, ma una persona speciale, una fantastica compagna di squadra che guida, rassicura, incoraggia, sostiene, consiglia: non per niente è la capitana della Nazionale. Chapeau!


La seconda vittoria per 3-1 ci ha garantito matematicamente il primo posto nel girone, rendendo irrilevante il risultato del terzo incontro, in cui l'allenatrice ha potuto dare spazio anche alle riserve.
Sono stata in campo per i primi due set dell'ultima partita. Niente giri di parole: ho giocato male. 
Non ero nel mio ruolo: io sono da sempre una palleggiatrice e sono entrata invece come schiacciatrice, mi sentivo fuori posto, senza la possibilità di fare quello che mi riesce meglio. Questo però non basta a giustificare una prestazione davvero scadente, inferiore alle mie capacità, peraltro già modeste. Peccato, avrei voluto fare meglio e godermi di più questa straordinaria opportunità, ma pazienza, è andata così e difficilmente nelle finali del 7 e 8 maggio ci saranno altre occasioni di entrare in campo. 
Intendiamoci: mi è sempre stato perfettamente chiaro che il mio ruolo nella squadra sarebbe stato assolutamente marginale, partecipo soprattutto per imparare e non ho alcuna pretesa di giocare, però speravo di poter dare un minimo contributo con una prestazione almeno dignitosa. 


Ma c'è qualcosa che posso sempre fare per la squadra, indipendentemente dalle mie capacità tecniche e atletiche e questo sarà il mio ruolo nella fase finale del campionato: sostenere le mie compagne, che con me sono state straordinariamente accoglienti e pazienti, e offrire loro parole di incoraggiamento e piccoli gesti gentili.
Per esempio, sono la portatrice d'acqua di Francesca Bosio, ed è un onore!

regalini per le mie compagne

A proposito di gesti gentili: Marta, mia compagna di squadra a Pordenone, quando ha saputo che Renato non sarebbe venuto con me a Cesena lo scorso weekend perché impegnato nel campionato nazionale maschile, si è offerta di accompagnarmi e mi ha aiutato in tutti i modi possibili. 
A volte mi chiedo cosa ho fatto per meritare di avere intorno a me persone così speciali! 


E adesso, al lavoro per la prossima sfida!


mercoledì 23 marzo 2022

Viaggio a colori

Ieri ho recuperato l'allenamento a Cesena che avevo dovuto rinviare a causa del Coronavirus.
Lo so, è un po' folle farsi trecento chilometri all'andata e altrettanti al ritorno per un allenamento, ma è una cosa che mi piace e a cui tengo molto e avevo la possibilità lavorativa ed economica di farla, e allora perché no?
Sarebbe stato anche il mio primo viaggio lungo da sola dopo l'amputazione, una sfida per me, un modo per mettermi alla prova, per capire quanto posso fare e dove posso arrivare con la mia disabilità.


La prima parte del viaggio, fino a Padova, è routine, una strada che ho percorso centinaia di volte, di cui conosco ogni scorcio: vigne, fabbriche, campi, la maggior parte ancora spogli perché destinati a soia o mais, alcuni invece già colorati di verde dai primi steli di frumento, ogni tanto la pennellata di colore di un frutteto in fiore.

Il tratto fino a Bologna mi è meno familiare, ma comunque conosciuto. La zona industriale di Padova, i Colli Euganei con i potenti ripetitori radiotelevisivi del Monte Venda che da anni sparano i loro segnali a centinaia di chilometri di distanza (ma preoccupatevi pure del 5G che ha una potenza di segnale bassissima, mi raccomando...), le Sette Chiese della Rocca di Monselice. 
Una sosta all'area di servizio per sgranchirmi la gamba e usare il bagno, poi l'Adige, Rovigo e Occhiobello, sempre con un pensiero pieno di affetto e gratitudine per i prozii Lino e Jole, che da bambina andavo a trovare almeno una volta all'anno a Fiesso Umbertiano, quando in paese c'era la festa con le giostre. E i loro gatti, naturalmente: una coppia di siamesi, Micetta e Luca, con le loro meravigliose cucciolate. Lo zio Lino, un modello di incorruttibile integrità e onestà, mi insegnava a giocare a scacchi e ogni giorno mi dava i soldi per il gelato e per le giostre. Io non spendevo mai tutto, ogni sera gli portavo il resto e ogni volta mi diceva che potevo tenerlo. Mai una volta ho omesso di riportargli quello che non avevo speso e mai una volta lui l'ha voluto riprendere.

Il ponte sul Po e il Veneto lascia spazio all'Emilia: Ferrara, Altedo e poi Bologna, dove termina la A13 e le sue anacronistiche due corsie si espandono a destra nella A1, l'Autostrada del Sole, verso Firenze, e a sinistra nella A14 Adriatica, verso la Romagna, la mia destinazione. Poco più avanti, la torre Unipol e ogni volta mi chiedo se riuscirò mai a guardarla senza un moto di fastidio e un ricordo: “Abbiamo una banca?”. 
 A San Lazzaro parte in automatico la canzone: 'A san sté a la Fiera di S. Làsaro, oilì, oilà... Se non conoscete l'Opera Buffa di Guccini, ascoltatela almeno una volta: risate garantite!


Il paesaggio cambia, qui l'agricoltura è più diversificata rispetto alle mie zone, i campi sembrano tutti diversi tra loro, ci sono meno vigne e tantissimi frutteti. 
Un paio di settimane fa, la primavera era solo un sussurro, una promessa di gemme sui rami. Oggi invece ai lati della strada c'è un’esplosione di germogli e di fiori, bianchi e in tutte le tonalità di rosa. Mi chiedo sempre per quale motivo nessuno degli alberi da frutto delle nostre zone abbia i fiori gialli, arancioni o rossi.

All'altezza di Castel San Pietro mi incuriosisce una struttura enorme, un magazzino bianco e rosso che costeggia l'autostrada, privo di insegne. Cercando in rete, ho poi scoperto che è un nuovo polo logistico.
Imola è un pensiero di motori ruggenti e del recente, splendido trionfo della Ferrari in Bahrein.


Subito prima dell'uscita di Faenza mi chiedo cosa siano queste strane strutture, ma questa volta non ho trovato risposte in rete: qualcuno lo sa?


Lascio l'autostrada a Faenza: voglio fermarmi a salutare una persona con cui lavoro da quattro anni, con frequenti scambi di messaggi e telefonate, ma che non ho mai incontrato di persona. 
La prima cosa che colpisce di Faenza, e colpisce forte, è... l'odore. Ho scoperto che proviene da alcuni impianti di produzione alimentare vicini all'autostrada, oleifici e distillerie. 
Dopo il piacevole incontro con Elisa, non rientro in autostrada ma imbocco la via Emilia, e il pensiero torna ancora a Francesco Guccini.


La statale costeggia  case con giardino e finalmente ecco qualche fiore giallo, forsizie, e più avanti un campo di colza. Pianura fertile, colline dolci, una terra laboriosa tra campi e fabbriche.
Il tramonto inonda d’oro le colline romagnole. Lo so, lo so che ci vorrebbe un po’ di pioggia, che questa siccità è stata troppo lunga e la pagheremo cara, la stiamo già pagando, non oso pensare a quali livelli possano aver raggiunto polveri sottili e altri inquinanti dopo così tanti giorni senza precipitazioni. Ma non oggi, per favore: oggi voglio solo immergermi in questa luce dorata che accompagna gli ultimi chilometri del mio viaggio.

Il navigatore e i cartelli stradali mi informano che Cesena non ha una tangenziale, come molti altri centri abitati, ma una secante. Poco dopo capisco il significato di questo termine: il tratto centrale della strada è un lunghissimo tunnel che passa proprio sotto il centro città.
Non posso certo affrontare il viaggio di ritorno di tre ore dopo l'allenamento, quindi ho scelto per la notte un agriturismo con ottime recensioni, i cui proprietari sono stati gentilissimi nel fornirmi foto e video della stanza e del bagno per consentirmi di valutarne l'accessibilità. 
Il posto è fuori mano, a qualche chilometro dalla città; la strada si arrampica sulla collina arrotolandosi in tre tornanti che mi mettono addosso un po' di preoccupazione, perché non amo le strade in pendenza ed è difficile mantenere una pressione costante sull'acceleratore al volante durante le curve strette. La mia auto dimostra ancora una volta di avere tutto ciò di cui ho bisogno: il cambio automatico mi permette di superarli senza particolare difficoltà, anche non mi entusiasma l'idea di doverli percorrere di nuovo più tardi, al buio, per andare e tornare dalla palestra.

Imbocco la strada sterrata che porta all'agriturismo, solo un centinaio di metri fino al vialetto d'ingresso, costeggiato da un lato da cespugli di rosmarino in fiore, mentre sull'altro digrada dolcemente un uliveto. Un cagnolino chiaro corre ad accogliermi, ma senza avvicinarsi troppo alla macchina: bravo cane! 
Parcheggio vicino all'entrata della mia stanza, scendo per scaricare la sedia a rotelle, ma quando arrivo al bagagliaio, rimango senza fiato: da qui si gode una vista spettacolare: Gambettola, Sant'Angelo e, in fondo, Bellaria, Igea Marina e l'Adriatico.


I proprietari mi vengono incontro e mi aiutano a scaricare le mie carabattole. Stanza e bagno sono confortevoli e pulitissimi, mi riposo per un'oretta, poi mi cambio per l'allenamento. 
San GoogleMaps mi guida alla palestra, mentre parcheggio arriva Monica, l'allenatrice, che mi informa che purtroppo saremo in pochi a causa di una sfortunata combinazione di influenze e infortuni. Nessun problema, riusciremo comunque a fare un buon lavoro.
La mia presenza è una sorpresa per la squadra, solo Monica sapeva che sarei venuta, ma mi accolgono tutti con grande calore.


E dopo la fatica, terzo tempo in birreria!
I tre tornanti non mi hanno creato problemi nemmeno al buio (no, la birra non c'entra: io ho bevuto solo acqua!) e sono tornata in agriturismo stanca, ma soddisfatta: ne valeva la pena.
E tra dieci giorni si replica, ma non sarà più solo allenamento! 




venerdì 18 marzo 2022

Fate partire la ola!

Ho aspettato di avere in mano il certificato medico che autorizza il mio ritorno in campo dopo il Covid per l'annuncio ufficiale, ma adesso ci siamo: ho fatto la visita stamattina e l'ho superata con lode, con una prestazione da sforzo nettamente migliore rispetto alla prima visita, senza dubbio grazie all'impegno di questi mesi di allenamento. 

Sarò quindi in campo in panchina nel campionato italiano di sitting volley femminile 2022 con le straordinarie ragazze del Volley Club Cesena 


Sarà un'occasione per imparare da atlete molto più forti di me e per vivere un'esperienza sportiva meravigliosa, che solo pochi mesi fa non avrei mai nemmeno osato immaginare.

La prima fase si giocherà in forma ridotta perché una delle squadre del girone purtroppo si è ritirata. Ci sarà dunque solo un weekend di gare a Cesena, nella palestra Collodi in Via Recoaro 77:
  • sabato 2 aprile ore 17:30 Cedacrì SV GiocoParma - Volley Club Cesena
  • domenica 3 aprile ore 10:00 Cedacrì SV GiocoParma - Volley Club Cesena
  • domenica 3 aprile ore 13:00 Volley Club Cesena - Cedacrì SV GiocoParma
Il ritiro della terza squadra del girone ci qualifica automaticamente per la fase successiva, la Final Six che si giocherà nel fine settimana 6-8 maggio, in località ancora da definire.

Cioè, vi rendete conto?
Parteciperò alle finali nazionali del campionato italiano di sitting volley!!!
Sarò in panchina perché tutte le altre ragazze della squadra sono nettamente più forti di me (e anche più giovani, più magre, più esperte, più veloci...), ma ci sarò. Ed è una gioia immensa.

Venite a fare il tifo?


martedì 15 marzo 2022

Una vecchia storia

C’è una storia che racconto spesso, soprattutto quando mi presento a qualcuno per la prima volta, ma non ho mai riportato sul blog, una storia vecchia come me: è la storia del mio doppio nome.


Quando mia madre rimase incinta, nel 1968, l’ipotesi che si trattasse di un maschio fu presa solo brevemente in considerazione, lei era assolutamente sicura di aspettare una bambina e aveva scelto subito il nome: Mia.
Forse aveva già intuito che le promesse di mio padre di prendersi le proprie responsabilità e sposarla erano parole al vento e che sarebbe diventata una ragazza madre, con una figlia illegittima - all’epoca i bambini nati fuori dal matrimonio si chiamavano così – che avrebbe dovuto tirare su da sola e quel nome era la sua dichiarazione che ce l’avrebbe fatta. O forse voleva solo essere anticonvenzionale, in quella come in tante altre cose.

Nel 1969 non c’era l’attuale urgenza di registrare immediatamente le nascite all’anagrafe e richiedere il codice fiscale, il mio venne rilasciato per la prima volta quando avevo quindici o sedici anni, quindi mia madre ebbe tutto il tempo di uscire dalla clinica in cui aveva partorito e recarsi negli uffici dell'anagrafe di Roma per dichiarare la mia esistenza allo Stato. 
Quando comunicò all'impiegato il nome che aveva scelto per me, la sua aspirazione all’originalità venne brutalmente frustrata.
Non si può”, rispose l'addetto, “Mia non è un nome, ma un aggettivo e potrebbe creare disagio e imbarazzo alla bambina.

Come ho scoperto diversi anni dopo, gli ufficiali di stato civile hanno il dovere di rifiutare i nomi che potrebbero risultare “offensivi, ridicoli o vergognosi". Evidentemente c’è una certa discrezionalità in questa valutazione, perché ci sono in giro nomi davvero imbarazzanti, imposti da padri e madri a cui si dovrebbe togliere la potestà genitoriale. Forse se mia madre si fosse rivolta allo sportello a fianco avrebbe trovato un impiegato più accondiscendente, ma quello fu inflessibile: Mia non era un nome accettabile. 
La Maria fu presa completamente alla sprovvista e costretta a rivedere, in pochi secondi, la decisione che aveva mantenuto ben salda nei nove mesi precedenti. Non aveva un piano di riserva e l’addetto allo sportello la incalzava: “Allora, che nome metto?
Camilla."

E Camilla fu, ed è ancora, ma solo all’anagrafe. 
Il prete americano che mi battezzò nella chiesa di San Sebastiano alle Catacombe non ebbe alcuna obiezione su Mia Camilla. In famiglia tutti mi hanno sempre chiamato Mia e anche a scuola e quasi sempre anche al lavoro. Talvolta si sono addirittura generati equivoci, perché tantissime persone non sanno nemmeno che il mio nome anagrafico è Camilla e hanno utilizzato Mia su documenti ufficiali.

In effetti il nome che mi ha provocato disagio e imbarazzo nell'infanzia è stato Camilla, non Mia: ora è abbastanza comune, ma negli anni settanta era molto insolito e mi ha attirato numerose prese in giro, spesso banali - Camilla coccodrilla, Camilla camomilla – ma con qualche guizzo di originalità – Camilla cammella – che ho sportivamente riconosciuto e apprezzato. 
Mi ero anche informata sulla possibilità di cambiare nome e l'iter non è nemmeno troppo complicato, bisogna presentare richiesta motivata al Prefetto, e costa meno di venti euro, ma comporterebbe, oltre al rinnovo di tutti i documenti, anche la modifica del codice fiscale, che andrebbe aggiornato in innumerevoli contesti privati e professionali: anagrafe tributaria e sanitaria, INPS, banche, clienti, fornitori… Catastrofe garantita!

Quando avevo più o meno tredici anni, ho chiesto a mia madre perché quel giorno all’anagrafe, tra tanti nomi possibili, le fosse venuto in mente proprio Camilla.
“Mi dava l'idea di una donna molto alta, molto magra, che sarebbe andata a cavallo e avrebbe sposato un nobile.”
“Ahò, ma ne avessi azzeccata una!”



P.S.: nel gennaio del 1969, Sua Altezza Reale Camilla Mountbatten-Windsor, duchessa di Edimburgo e di Cornovaglia, aveva poco più di vent’anni, si chiamava Camilla Shand, non aveva ancora incontrato Carlo d’Inghilterra e in Italia nessuno aveva mai sentito parlare di lei. Ma la Maria l'aveva già descritta alla perfezione.


giovedì 3 marzo 2022

Andato!

Il virus ha tolto il disturbo in una decina di giorni senza avermi portato sintomi più severi di quelli di una comune influenza.
Forse se n'era andato anche prima, ma i medici dell'USCA che mi hanno monitorato quotidianamente mi avevano consigliato di aspettare almeno un paio di giorni dopo la fine della terapia antivirale prima di fare il tampone di controllo. Ho seguito le loro indicazioni, per ridurre al minimo le probabilità di un altro tampone positivo, che avrebbe automaticamente prolungato l'isolamento di un'altra settimana, rubandomi altre cose a cui tengo molto: un allenamento di sitting volley a Cesena domenica prossima e il ritorno su un palcoscenico che amo particolarmente.


Archiviata la pratica Covid, rimane la gratitudine per aver potuto usufruire di tutto ciò che può aiutare a ridurre il rischio di complicanze: la vaccinazione, la consulenza con l'infettivologo, il servizio di assistenza domiciliare e il farmaco antivirale. Sono sempre acutamente consapevole della fortuna di avere un servizio sanitario pubblico che, pur con tutti i suoi limiti e difetti, mi consente di accedere a prestazioni di eccellenza che mai potrei permettermi privatamente.

Ora posso riprendere la mia routine fatta di lavoro, sport, teatro e, si spera, qualche occasione di socialità in più, perché gli ultimi due anni ci hanno fatto rintanare davvero troppo.

E ascolto l'eco dei venti di guerra a est, direttamente dalla voce spezzata dall'ansia di chi in Ucraina ha figli, nipoti, parenti e amici, e mi sembra di risentire la voce di mia madre, quando le chiedevo: "Raccontami di quando eri piccola!" Storie di sirene, rifugi e bombardamenti, di buio e paura. Storie che non sarebbero mai dovute tornare. 

credit Eddie Lobanovskiy


lunedì 21 febbraio 2022

Sorveglianza sanitaria

La sorveglianza sanitaria è operativa: sono stati concordati i turni e i ruoli e, come sempre accade, alcuni sono più ambiti di altri. L'assistenza è comunque sempre garantita. 


Io non sto troppo male: oggi niente febbre, ma ancora tanto mal di gola, raffreddore e tosse. Come sempre, quando starnutisco Fergus si allontana seccato, Penny si spaventa e scappa, Edison tollera uno o due starnuti, credo per pigrizia, poi se ne va anche lui. Matilde rimane abbastanza indifferente ed Ettore arriva di corsa, gnaulando a gran voce per chiedermi come sto.

Si sono attivate anche le istituzioni: sono stata presa in carico dall'USCA, l'Unità Speciale di Continuità Assistenziale che segue i pazienti Covid a domicilio. Stamattina mi ha chiamato un medico, che ha raccolto informazioni sui sintomi, parametri (temperatura, saturazione di ossigeno, frequenza cardiaca) e terapie farmacologiche in corso e mi ha dato alcune indicazioni per la gestione dei sintomi. Mi richiameranno almeno una volta al giorno fino alla guarigione. 
Mi hanno appena consegnato a casa il farmaco antivirale, inizierò la terapia stasera: saranno quattro grosse capsule da assumere ogni 12 ore per 5 giorni. 


Stamattina era già disponibile sul portale regionale anche il certificato di isolamento, con cui la MMG ha potuto redigere il certificato di malattia per il lavoro. 
Sta funzionando tutto nel migliore dei modi. 

Il Covid ha scelto un pessimo momento per colpirmi, sarebbe stato meglio prenderlo insieme a Renato il mese scorso, ora sarei già di nuovo in pista. Però ieri pensavo anche a quanto sono fortunata ad averlo preso adesso, con la protezione di tre dosi di vaccino e la disponibilità di strutture organizzate, terapie, protocolli e informazioni molto più completi ed efficaci rispetto a inizio pandemia. Come si saranno sentiti quelli che si sono ammalati quando uscirne vivi oppure no fondamentalmente era questione di fortuna? 


domenica 20 febbraio 2022

Sogni infranti

Il programma della giornata di ieri era molto ricco: partenza di buon'ora per Verona, tre ore di allenamento congiunto con le squadre di Modena e Verona in vista dell'imminente campionato italiano di sitting volley, pranzo con la squadra, giretto a Verona, poi trasferimento a Brescia per un evento che aspettavo da 30 anni.


Per martedì avevo previsto un allenamento a Cesena, per conoscere la squadra con cui affronterò il campionato femminile e, soprattutto, farmi conoscere e valutare dall'allenatrice.
Questo è come sarebbe dovuta andare. 

Com'è andata, invece: ieri risveglio con febbre, mal di gola, congestione nasale e dolori articolari. 
Via a fare il tampone: positivo. Voglia di piangere. 

È stata immediatamente attivata la sorveglianza sanitaria, con monitoraggio costante della situazione e servizio di accompagnamento in bagno. 




Si sono attivati anche i miei angeli custodi senza coda con tante offerte di aiuto da amici e parenti (siete meravigliosi, lo sapete vero?) e, preziosissimo, il coinvolgimento dell'infettivologo, che ha presentato la richiesta per inserirmi nel protocollo di trattamento antivirale, in considerazione dei miei numerosi fattori di rischio: domani dovrebbero consegnarmi uno dei nuovissimi farmaci anti-Covid.

Avevo altri progetti per i prossimi giorni, altri sogni. 
A volte mi sembra che la vita si diverta a distruggere quello che cerco con tanta fatica di costruire. 




mercoledì 9 febbraio 2022

Scelte

Qualche volta nella vita si può scegliere, altre volte, volenti o nolenti, si viene scelti e bisogna fare di necessità virtù. 


L'autunno del 1982 aveva portato grandi novità nella mia vita. Avevo iniziato il liceo, un mondo completamente nuovo e tutto da scoprire, in cui, pur senza sentirmi fuori posto, mi rendevo conto di quanto l'essere figlia unica, molto solitaria e cresciuta dai nonni anziani, mi rendesse diversa dalla maggior parte degli adolescenti. Nell'ambito puramente scolastico non avevo nulla da invidiare ai miei compagni, avevo ottenuto ottimi voti fin dalle prime interrogazioni e compiti in classe, ma ero terribilmente indietro dal punto di vista sociale. Le ragazze vestivano quasi tutte all’ultima moda, io mettevo insieme alla bell'e meglio quello che trovavo in casa, spesso ereditato dai cugini più grandi. Sentivo citare continuamente programmi televisivi che non avevo mai visto, le TV private sarebbero entrate in casa nostra solo l'anno successivo, dischi che non conoscevo, libri che non avevo mai letto, prodotti di marche che non avevo mai sentito nominare. Gli studenti più grandi leggevano i giornali, parlavano di politica, organizzavano assemblee, scioperi e manifestazioni. Osservavo e ascoltavo, a volte fingendo di capire per non fare brutta figura, ma con la piena consapevolezza di quanto fosse evidente la mia arretratezza su tanti aspetti che sembravano fondamentali per integrarsi nell'universo degli adolescenti liceali.

Era iniziata da poche settimane anche la stagione sportiva e sentivo forte l'emozione e l'orgoglio per essere stata chiamata ad allenarmi con la prima squadra. Non sono mai stata timida, ma guardavo con un po' di soggezione le ragazze più grandi, che giocavano già da qualche anno, mentre io avevo iniziato solo pochi mesi prima, con le “piccole" che non facevano campionati, e la mia unica esperienza in campo era stata una partita, una di numero, con la squadra della scuola media.
Mi allenavo con grande impegno, a testa bassa, cercando con tutte le mie forze di ottenere buoni risultati. Già allora ero molto competitiva e ci tenevo a fare bene,  ma avevo e ho sempre avuto solo un unico avversario da battere: i miei limiti.

Ricordo bene il giorno dell’assegnazione delle maglie da gara. Quell’anno c’era un nuovo sponsor ed erano state appena realizzate, bianche con scritte nere, mentre la tuta era nera con inserti bianchi. 
Puntavo decisamente al numero 2 ma, se non fossi riuscita ad aggiudicarmelo, avevo deciso che l’alternativa dovesse essere un numero dispari.
Quando l'allenatore aveva iniziato a estrarre le maglie dallo scatolone, annunciando il numero e la taglia e chiedendo chi la volesse, avevo realizzato che alcuni numeri erano già tacitamente assegnati alle giocatrici più anziane, che riprendevano quelli che avevano usato nelle stagioni precedenti. Non sapevo se il 2 fosse tra quelli e nemmeno se sarebbe stata una taglia abbastanza grande per me: potevo solo sperare. 
C'erano quindici numeri disponibili, la distribuzione procedeva spedita, senza un ordine preciso. Cinque, quattordici, uno, sette, undici, sei, tre… il due tardava a uscire e io ero sulle spine: se non fossi riuscita a conquistarlo, mi sarei dovuta accontentare degli avanzi. Mancavano solo tre numeri quando finalmente l'allenatore aveva annunciato il 2. Prima ancora che dicesse la taglia, una delle giocatrici più esperte aveva allungato la mano, ignara della mia silenziosa disperazione, solo di poco mitigata dal fatto che quella maglia era comunque troppo piccola per me. 

Delle due divise rimaste, una non ricordo quale numero avesse, ma era piccola. L'altra, taglia grande, aveva il numero 8.
Otto. Pari. Che schifo. Un numero che non mi diceva nulla, insignificante, privo di attrattive.
Già mentre lo prendevo, avevo deciso che alla prima occasione l’avrei cambiato e con quella convinzione avevo affrontato il campionato under 17, che all'epoca si chiamava “ragazze", e poi l'under 15 e la seconda divisione. Chissà, magari l'anno seguente ci sarebbero state nuove divise, una taglia grande per il 2 oppure qualsiasi altro numero. Qualsiasi, purché non fosse l'8.
Avevo mantenuto ben saldo questo proposito per tutta la stagione. Mi ero integrata bene nella squadra, ormai me facevo parte a pieno titolo, e l'anno seguente non mi sarei fatta scavalcare da nessuno.

Andò proprio come mi ero ripromessa. 
All’inizio della stagione 1983/1984, arrivarono nuove divise, stesso sponsor e stessi colori, e chiesi e ottenni esattamente quello che volevo: il numero 8. E di nuovo, ogni anno, per gli undici anni che seguirono.

Non l'avevo scelto,  mi aveva scelto lui: all’inizio non lo sapevo, ci ho messo un'intera stagione a capirlo, ma era ed è sempre stato il mio numero. 
Lo è ancora. 








sabato 5 febbraio 2022

Il mostro della palude

I gatti, come le persone, sono tutti diversi tra loro per aspetto, carattere, abitudini e preferenze; ogni gatto ha la propria personalità e tratti caratteristici che lo distinguono da tutti gli altri.



Fergus è il più affettuoso fratello maggiore che un gatto possa desiderare. E il gatto più dolce che un umano possa desiderare. 
Ha paura anche della sua ombra, qualsiasi rumore lo mette in allarme ed è terrorizzato dalle scarpe e da qualsiasi cosa assomigli a un bastone, comprese le gambe del mio deambulatore; questo la dice lunga su cosa possa aver passato nei suoi primi mesi di vita. 


Ettore invece sembra non aver paura di niente e di nessuno, rimane indifferente anche all'aspirapolvere e al clacson dell'auto ed è l'unico tra tutti i gatti che abbiano mai vissuto con me che non solo non è infastidito dalle mie lunghe e rumorose serie di starnuti, ma appena sente il primo, corre da me premuroso e preoccupato, a chiedermi se sto bene. È anche l'unico dei nostri gatti a cui piace essere preso in braccio e ha ancora la curiosa abitudine di pucciare i suoi giocattoli nella ciotola dell'acqua.


Matilde è iperattiva, sempre indaffaratissima in esplorazioni e altre misteriose cose micesche. Fatica a stare ferma anche quando vuole le coccole: invece di acciambellarsi pacificamente, spinge il musetto sotto la mano, cambia posizione mille volte, dà testate e mordicchia. È irresistibilmente attratta da armadi e cassetti: basta anche solo pensare di aprire un'anta o un cassetto e lei si materializza e cerca di infilarcisi dentro. La cosa vale anche per il baule della mia auto, le valigie, il borsone per l'allenamento...


Penelope guarda il mondo con gli occhioni sgranati in un'espressione di perenne meraviglia. È una gattina elegante, discreta e beneducata. È piuttosto solitaria, non si avvicina spesso agli altri gatti e agli umani di casa, ma quando lo fa, è di una dolcezza indescrivibile... a meno che non si tratti di suo fratello. Non siamo sicuri chi dei due abbia iniziato a fare dispetti all'altro, ma sospettiamo che sia Edison, che spesso la insegue; come conseguenza, lei gli soffia e gli tira una zampata ogni volta che le capita a tiro.


Edison è... Edison.
Se casca il mondo, lui si sposta. Forse.


Chiede le coccole, ma dopo pochi secondi si allontana infastidito, per tornare subito dopo a chiederle di nuovo. È capace di non farsi vedere per tutta la giornata, ma quando rientriamo dall'allenamento ci aspetta sempre sul vialetto.
Chiede da mangiare dieci volte al giorno e ogni volta si abbuffa rumorosamente; vuole sempre il cibo degli altri, anche quando la sua ciotola è piena, e li allontana con prepotenza. L'unico che accetta di mangiare vicino a lui è Fergus, che ha la pazienza di Giobbe, 
Combina disastri.


Lui e Renato si adorano, ma sembrano incapaci di gestire la relazione: è un amore tormentato. Renato cerca continuamente di prendere in braccio Edison, che detesta essere preso in braccio. Edison passa ore a guardare Renato e cerca continuamente di richiamare la sua attenzione mordendogli i piedi. Dopo qualche morso particolarmente molesto, Renato ogni tanto chiede "Perché abbiamo portato a casa Edison?"
Come tutti i nostri gatti, Edison la possibilità di entrare e uscire liberamente attraverso le gattaiole, che sono uno strumento utilissimo per evitare l'assunzione di un portiere a tempo pieno per gestire le innumerevoli richieste quotidiane di "apri-la-porta-che-voglio-uscire", "apri-la-porta-che-voglio-entrare", "apri-la-porta-che-non-so-se-voglio-uscire-o-entrare-ma-tu-aprila-lo-stesso". Lui però sembra avere una predilezione per i luoghi fangosi e quando rientra, distribuisce impronte e fango per tutta la casa. Questa fastidiosa abitudine gli è valsa il soprannome di Mostro della Palude.
Dopo la terza passata di aspirapolvere della giornata, qualche volta mi chiedo anch'io perché abbiamo portato a casa Edison...




Prima che qualcuno si lanci nella difesa del GattonGattone ipotizzando che lo accusiamo ingiustamente: ho le prove. L'abbiamo visto più volte sia giocare con la carta igienica che entrare tutto inzaccherato e scuotere energicamente le zampe per liberarle dal fango, spargendolo generosamente su pavimenti e mobili. Ma gli vogliamo bene lo stesso.



domenica 30 gennaio 2022

Sogni da costruire

Giovedì sono andata a Padova con Renato per la TAC.
Poco dopo la partenza, mentre passavamo sopra un cavalcavia, ho visto sulla strada sottostante una lunga coda di auto. 


Ma che strano, le strade in questa zona di solito non sono così trafficate... Possibile che ci sia di nuovo l'autostrada chiusa? Lavori in corso?
Mentre formulavo queste ipotesi nella mia mente, siamo arrivati proprio sopra al cavalcavia e gli alberi non limitavano più la visuale...


Quando l'ho raccontata a ZiaCris, il suo commento è stato, come sempre, lapidario: "Per fortuna non passavi di fianco a un'autodemolizione, altrimenti pensavi all'incidente!"
Sto ancora ridendo.

Eravamo partiti per tempo, il viaggio è filato liscio e abbiamo trovato subito parcheggio in ospedale, quindi mi sono presentata all'accettazione della radiologia con largo anticipo sull'orario dell'appuntamento ma, a sorpresa, mi hanno chiamata dopo pochi minuti. 
Qualche difficoltà con l'ago per il mezzo di contrasto, ci sono voluti alcuni tentativi prima che l'infermiera riuscisse a trovare una vena adatta e ho vinto un bell'ematoma viola sul braccio sinistro, ma ormai ci sono abituata, l'eccezione è quando riescono a trovare la vena al primo colpo; quello che conta è che questa volta non ci sono stati problemi con l'infusione

Referto disponibile dal 4 febbraio, secondo il foglio per il ritiro.
E invece no, è arrivato presto, forse ci è voluto poco perché è formato solo da quattro parole: "I reperti appaiono stazionari".
Ho ancora tempo.

Posso mettermi al lavoro per costruire il prossimo sogno.