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mercoledì 29 luglio 2020

Racconti ritrovati

Oggi mi sono venuti in mente un paio di racconti brevi che avevo scritto qualche anno fa per il concorso letterario "Il classico scritto da me" organizzato dall'Associazione I ragazzi della panchina di Pordenone: In 3000 battute si doveva reinterpretare in modo originale il titolo di un libro famoso.
Mi sono divertita a scriverli, il secondo è nato di notte, l'ho scritto di getto sul cellulare e inviato quasi senza correzioni. Mi avevano chiesto di partecipare anche l'anno scorso, ma la degenza ospedaliera non favoriva la creatività, non sono riuscita a trovare l'ispirazione.
Non avevo inserito subito i racconti nel blog perché dovevano restare inediti fino alla pubblicazione da parte dell'Associazione, è passato un po' di tempo e ho finito per dimenticarmene. Rimedio ora.

Cent'anni di solitudine
La sostituzione
(2017)
Ascoltava il ronzio sommesso dei motori dell'astronave. No, non era vero: i motori quasi-luce sono assolutamente silenziosi, non ronzano, ma a lui piaceva pensare che lo facessero, per avere l'idea del movimento.
Si era stancato di guardare fuori dall'oblò dopo i primi cinque anni, anche se tornava ad ammirare il panorama di tanto in tanto, quando si avvicinava a qualche corpo celeste. Dopo dieci anni aveva smesso di guardare anche gli schermi di navigazione. Anche la palestra gli era venuta a noia, ma continuava ad andarci tutti i giorni perché era necessario per superare il check up medico.
Ogni giorno dedicava tre ore ai test di funzionamento dei sistemi della nave. Era arrivato quasi al punto di desiderare che ci fosse un guasto, così, solo per avere un diversivo.
Si era imposto di guardare al massimo due film al giorno: ne aveva circa centomila e probabilmente almeno un quarto faceva schifo, quindi se fosse riuscito a mantenere il ritmo, ne avrebbe avuti di nuovi per un centinaio di anni. Con i libri era più facile: in memoria ne aveva più di tre milioni, non c'era bisogno di razionarli. Anche la musica era quasi illimitata e si poteva anche riascoltare.
Spesso, però, lui preferiva il silenzio. Passava ore ad ascoltare i suoi stessi pensieri, a lasciarli correre liberi, per vedere dove sarebbero andati a finire e ogni volta riuscivano a stupirlo. Era meglio del cinema.
All'inizio aveva affrontato con entusiasmo il diario quotidiano, orgoglioso di lasciare una traccia di quel viaggio epico verso un nuovo mondo, un pianeta su cui la razza umana avrebbe potuto sopravvivere. Ormai però erano più di cinquant'anni che la maggior parte delle pagine riportava un laconico "niente da segnalare".
Dopo 36.428 giorni aveva deciso di averne abbastanza. Niente test, niente palestra, niente check up, niente film. Tanto, li aveva quasi finiti.
Lo specchio della cabina gli restituì un'immagine poco diversa da quella di novant'anni prima. La pelle era meno compatta e c'era un accenno di rughe sulla fronte e agli angoli degli occhi, ma non era cambiato molto. Probabilmente avrebbe avuto ancora una cinquantina d'anni, se avesse voluto. Ma non voleva, non così.
Si sedette per l'ultima volta davanti alla postazione di comando e compilò con cura l'ultima pagina del diario, poi inserì un codice e per cinque volte fornì la conferma richiesta. Rimase lì, a immaginare il rumore dei motori, mentre l'astronave attivava la procedura di sostituzione.
Nella stiva, la spia di una delle settantamila capsule di sopravvivenza iniziò a lampeggiare, mentre il corpo al suo interno veniva riportato alla temperatura normale e risvegliato da un sonno durato cent'anni.
Un cicalino lo avvertì che il suo sostituto era uscito dall'ibernazione e aveva superato il check up medico. Diede un ultimo sguardo intorno a sé per assicurarsi di aver lasciato tutto in ordine e augurò mentalmente buon viaggio al nuovo pilota e all'astronave con il suo carico di speranza, poi digitò ancora una volta il codice di sicurezza e ritirò la capsula che l'avrebbe addormentato per sempre.




martedì 19 giugno 2018

Scacco matto

«Tocca a te».
Giorgio si era appoggiato allo schienale, un gesto che aveva ripetuto centinaia, no, migliaia di volte nei precedenti… quanti anni? Maurizio aveva fatto rapidamente il calcolo a mente: quarantacinque e qualche mese.
Si erano incontrati il primo ottobre del 1969, quando ancora le scuole iniziavano il giorno di San Remigio. Erano in prima media, entrambi un po' spaesati, Maurizio per la sua timidezza e Giorgio perché si era appena trasferito e non conosceva ancora nessuno. Si erano ritrovati vicini di banco e si erano studiati per un po', diffidenti, prima di scoprire di avere in comune la passione per gli scacchi. Una partita dopo l'altra, era nata una solida amicizia. Inseparabili anche al liceo, all'Università si erano divisi solo per seguire le lezioni, Giorgio a Medicina e Maurizio a Statistica, condividendo lo stesso appartamento, le stesse feste e per qualche settimana, senza saperlo, anche la stessa ragazza. Ognuno dei due aveva fatto da testimone di nozze all'altro; il matrimonio di Giorgio era naufragato dopo una decina d'anni, quello di Maurizio sarebbe durato tutta la vita.
Quel giorno tra di loro non c'era la scacchiera, ma la scrivania di un ambulatorio. E non si stavano sfidando nell'ennesimo torneo; questa volta giocavano entrambi dalla stessa parte, contro l'avversario più temibile che avessero mai affrontato.
All'inizio non era sembrata una partita complicata. Un'apertura semplice, quasi banale, le prime mosse prevedibili e relativamente facili da gestire, sacrificando solo pochi pedoni: qualche assenza dal lavoro, una piccola cicatrice. Tra ambulatorio e sala operatoria, in pochi mesi avevano dato scacco al re. Ma l'avversario aveva rialzato la testa e la partita si era fatta più difficile. Un altro intervento, più impegnativo: via un alfiere. La radioterapia: via una torre. Sei cicli di chemioterapia: via un cavallo. Un'altra recidiva, di nuovo in sala operatoria e poi altri quattro cicli di chemio: via l'altro alfiere e l'altro cavallo.
A ogni mossa, Giorgio studiava nuove strategie, ne discutevano insieme e si impegnavano con tutte le loro forze per metterle in atto, ma sembrava che l'avversario riuscisse sempre ad anticiparli. Metastasi al fegato e ai polmoni: via la regina.
Toccava a Maurizio, adesso.
Giorgio gli aveva spiegato le possibilità. C'era un protocollo sperimentale per pazienti con malattia metastatica avanzata. Oppure le cure palliative.
Maurizio aveva cercato di nuovo rifugio nei numeri: «Quante probabilità ho?»
Giorgio si mordicchiava il labbro inferiore, indeciso sulla risposta da dare, ma si conoscevano troppo bene, non sarebbe stato capace di mentire. E Maurizio aveva il diritto di sapere.
«Sopravvivenza a due anni inferiore al cinque per cento».
«Le cure palliative possono migliorare questo dato?»
«Il loro scopo è il mantenimento della migliore qualità di vita possibile, più che il prolungamento della vita stessa. Però ci sono buone evidenze del fatto che i pazienti sottoposti a cure palliative vivano un po' più a lungo».
«Mi pare ragionevole: se stai molto male, ti passa anche la voglia di vivere. E il protocollo sperimentale?»
Giorgio era a disagio di fronte a quelle domande lucide e dirette che l'amico gli poneva con un distacco quasi inumano. Sapeva che Maurizio era così: analizzava i dati e traeva conclusioni. Era questo che faceva di lui un eccellente statistico e giocatore di scacchi. Ma qui non si trattava di un torneo né della distribuzione dei profili assicurativi tra le diverse regioni, stavano parlando della sua vita o, più probabilmente, della sua morte. Come poteva affrontarla con tanta freddezza? O forse era solo una forma di difesa, un tentativo di nascondere la situazione dietro un muro di dati, una negazione della realtà?
«È… sperimentale. Nessuna garanzia, nessun dato statistico disponibile».
«Potrebbe salvarmi?»
«Io… non lo so. Può darsi. Forse.»
Maurizio era implacabile: «Modifico la domanda: tu ritieni che potrebbe salvarmi?»
«Mi metti in difficoltà, Maurizio…»
Maurizio aveva accennato una risata, forzata e amara: «Tu sei in difficoltà? Vuoi che facciamo cambio?»
«Io non…»
«Ok, scusa. Scusa. Capisco che è difficile anche per te, ma io devo fare delle scelte e ho bisogno di informazioni più complete. Non posso muovere, se non vedo tutta la scacchiera».
«Hai ragione. No, io non credo che quel protocollo possa guarirti. Inoltre, è probabile che abbia effetti collaterali pesanti. Aspetta», Giorgio aveva alzato una mano per fermare la reazione dell'amico. «Però potrebbe aumentare la tua aspettativa di vita. E forse può cambiare il destino di altri malati che verranno dopo di te».
 «Intendi dire che anche se non ci sarà nessun beneficio per me, potrebbe essere utile ad altri?»
«Esattamente. Se decidi di fare quella mossa, non giochi più solo per te stesso».
«E se invece scelgo le cure palliative?»
«Le prospettive sono quelle che ti ho già indicato. Da sei mesi a due, massimo tre anni. Comunque una cosa non esclude l'altra: puoi tentare il protocollo e, se non funziona, passare alle cure palliative».
«Quindi, secondo te, dovrei continuare a giocare anche sapendo che perderò?»
Ora erano di nuovo su un terreno familiare e Giorgio si sentiva più a suo agio: «Tu non sei mai stato uno di quelli che fanno cadere il re sulla scacchiera. E, in questo caso, non mi pare opportuno stringere la mano all'avversario per comunicare la resa».
Maurizio aveva riso di nuovo, ma questa volta la risata sembrava sincera: «Touchè. Sai bene dove colpire per farmi reagire!»
L'atmosfera si era alleggerita, come se la cappa di tensione che li aveva soffocati fino a quel momento si fosse sciolta all'improvviso e avevano riso insieme.
Poi Maurizio era tornato serio: «Devo parlarne con Rachele e con i ragazzi».
«Sicuro, naturalmente! Qualunque strada sceglierai, la dovrete percorrere insieme. La percorreremo insieme. Io ci sono, lo sai, vero?»
«Certo che lo so, Lask».
Giorgio aveva faticato a trattenere le lacrime sentendo il suo vecchio soprannome. Veniva da un campione di scacchi del passato, Lasker, che aveva una straordinaria capacità di disturbare il gioco degli avversari con mosse scomode. Una cosa che Maurizio aveva sempre trovato estremamente fastidiosa… e che naturalmente Giorgio faceva apposta, per metterlo in difficoltà.
Qualche giorno dopo, Maurizio era di nuovo nell'ambulatorio di Giorgio, questa volta insieme alla moglie. «Abbiamo deciso di tentare il protocollo sperimentale», aveva annunciato.
«D'accordo».
Giorgio aveva stampato un documento che spiegava i dettagli del protocollo e il modulo per il consenso informato. Anche se ne avevano già parlato, voleva rivedere punto per punto l'iter con Maurizio e Rachele, per essere certo che fosse tutto chiaro.
«Partiamo subito».
Cinque giorni dopo, Maurizio era di nuovo in day hospital, con l'ago della flebo infilato nel port sottopelle, a brindare con un nuovo cocktail di farmaci, come diceva lui. La partita continuava.
I sei mesi successivi erano stati durissimi: gli effetti collaterali della nuova chemioterapia avevano ridotto Maurizio all'ombra di se stesso. Aveva perso anche l'ultima torre, ormai sulla scacchiera erano rimasti soltanto il re e pochi pedoni. Più di una volta aveva avuto la tentazione di rinunciare, ma le parole di Giorgio gli risuonavano ancora nella mente: Tu non sei mai stato uno di quelli che fanno cadere il re sulla scacchiera. Era vero, non avrebbe mollato. Poteva accettare la sconfitta, ma non la resa.
La sua tenacia era stata premiata: la TAC eseguita un mese dopo la fine della terapia aveva mostrato una notevole riduzione delle aree metastatiche su fegato e polmoni. Quei pochi pedoni erano tosti, si erano mangiati i cavalli avversari e uno era riuscito ad arrivare dall'altra parte della scacchiera, trasformandosi in regina. Aveva vinto almeno un po' di tempo, che aveva deciso di dedicare a ciò che amava di più: la famiglia, gli amici, gli scacchi.
Undici mesi dopo, la malattia aveva ripreso vigore.
Erano di nuovo nell'ambulatorio di Giorgio.
«Come funzionano le cure palliative?» Maurizio sembrava più curioso che preoccupato, mentre Rachele cercava faticosamente di mostrarsi forte. Giorgio si sentiva spaccare il cuore davanti a quel dolore così pieno di dignità.
«È un lavoro d'equipe, che si costruisce di volta in volta per far fronte alle esigenze che possono manifestarsi. Ci sono medici, infermieri, fisioterapisti, e psicologi che potranno aiutarvi a gestire ogni difficoltà. Si può organizzare l'assistenza a domicilio oppure in hospice, come preferite».
Giorgio aveva letto la domanda inespressa negli occhi di Rachele: «Non preoccuparti, Rachele. L'associazione di cui vi ho parlato fornisce tutte le attrezzature necessarie per l'assistenza domiciliare: il letto, il deambulatore, la carrozzina…»
«Devo pensarci su», aveva risposto Maurizio. «Da un lato preferirei restare a casa, finché posso, dall'altro non voglio trasformarla in un ospedale, ho paura che condizionerebbe troppo la vita dei ragazzi».
«Puoi decidere in qualsiasi momento. Inizieremo con l'assistenza domiciliare e poi vedremo. Una mossa per volta, giusto?».
«Giusto, Lask. Tanto abbiamo visto che con questo avversario non ha senso impostare strategie a lungo termine».
Sei mesi dopo, Giorgio aveva richiesto l'attivazione dell'assistenza domiciliare. Dopo altri tre mesi, Maurizio aveva scelto l'hospice.
«Voglio che la mia famiglia ricordi la nostra casa come il posto in cui sono vissuto, non quello in cui sono morto», aveva spiegato.
Sembrava sereno. Aveva sistemato le cose al lavoro in modo che potessero andare avanti senza di lui e chiuso tutte le questioni in sospeso. Aveva salutato parenti e amici, chiedendo a tutti di lasciargli trascorrere le ultime settimane con la sua famiglia e poche altre persone che gli erano particolarmente care, senza assillarlo con visite e telefonate. Scacco al re.
«Sai, Lask, a volte credo che per voi sia peggio», aveva detto un giorno a Giorgio. «Per te, intendo, per Rachele e i ragazzi, per mia madre…»
«Ma che dici?»
«Sì, davvero. Io posso ancora muovere qualche pedone, decidere qualcosa, anche solo di iniettarmi un'altra dose di morfina», aveva spiegato, indicando il pulsante che gli consentiva di chiedere un supplemento di analgesico. «Voi, invece, potete soltanto restare a guardarmi e aspettare la fine della partita. Penso che sia terribile».
Giorgio aveva annuito senza rispondere. Maurizio aveva capito perfettamente la profondità del senso di impotenza che li attanagliava tutti in quegli ultimi giorni.
Quando i dolori e le difficoltà respiratorie erano diventati insostenibili, Maurizio aveva chiesto la sedazione profonda, per arrivare alla fine con dignità. Aveva guardato per l'ultima volta l'amico di una vita, mentre i farmaci che l'avrebbero addormentato scorrevano lungo il tubo della flebo.
«Questa volta è scacco matto, Lask».
«No, amico mio», aveva risposto Giorgio, mentre le lacrime gli rigavano le guance. «Hai giocato con onore fino in fondo, esci a testa alta. Sei stato grande. Non potevi vincere, ma non sei mai stato sconfitto. È patta».

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Primo classificato nella sezione racconti Pazienti al concorso nazionale Gim, paladino di un sogno, promosso dalla Fondazione Tempia di Biella, VI edizione 2017/2018

giovedì 10 maggio 2018

Io ci vado


Perché mi fa sempre piacere rivedere gli amici di Biella.
Perché è la volta buona per incontrare finalmente di persona Rita.
Perché se riesco ad attaccarci qualche giorno di ferie, magari ci scappa anche una visitina a Torino per il Museo Egizio e il Museo del Cinema.
Perché se riesco ad attaccarci qualche altro giorno di ferie, ho in sospeso da otto anni un invito per un tour gastronomico nel basso Piemonte.
Perché il mio racconto ha vinto il primo premio nella sezione "Pazienti".

giovedì 11 maggio 2017

Concorso letterario 2017

Anche quest'anno gli amici dell'ASL di Biella e della fondazione Edo e Elvo Tempia mi segnalano il concorso letterario Gim, paladino di un sogno, che invita pazienti, familiari e operatori a raccontare le loro “storie di cancro” con racconti, poesie o fotografie.

Fate girare la voce e, se avete voglia di raccontare, partecipate!
La scadenza per l'invio degli elaborati è il 30 novembre 2017.

QUI il bando e tutte le informazioni per l'iscrizione.

mercoledì 18 marzo 2015

Presentazioni

No, non ho abbandonato il blog. E non sono nemmeno partita per un lungo viaggio, come ipotizzava Fausta questa mattina. Sono soltanto impegnata, impegnatissima, sommersa dagli impegni: lavorativi, teatrali, familiari e di volontariato.
All'orizzonte intravedo una schiarita, la conclusione di alcune incombenze, che dovrebbe permettermi di rifiatare, ma per il momento l'obiettivo è solo onorare tutti gli impegni cercando di non accumulare troppo sonno arretrato.
In questo labirinto di cose da fare voglio trovare il tempo per partecipare alle presentazioni di due libri che contengono qualcosa di mio. Se avete tempo e voglia, venite anche voi.

Sabato 21 marzo alle ore 18:00 presso il Caffè Municipio di Pordenone, in corso Vittorio Emanuele II 58, la Compagnia di Arti e Mestieri e l'Associazione Inscena presentano Quello che le Donne non dicono, raccolta dei testi delle edizioni 2012, 2013 e 2014 dell'omonimo concorso letterario, comprendente anche la mia Lezione sugli uomini.


La prossima settimana invece, mercoledì 25 marzo alle ore 17:30 presso la Sala Consiliare del Comune di Aviano, in piazza Duomo, sarà presentata la raccolta di racconti del premio letterario Scriviamoci con cura 2014, in cui è incluso Compagne di viaggio.


sabato 15 novembre 2014

Compagne di viaggio

Si trovava esattamente dove non avrebbe mai voluto essere.
Seduta sulla sedia di plastica blu, si guardava intorno smarrita, ripetendosi che quello non era il suo posto, che lei non doveva essere lì. Era un incubo.
Un brutto sogno, sì: così si spiegava tutto. Sicuramente tra poco si sarebbe svegliata, magari con la voce del piccolo che la chiamava dall'altra stanza perché aveva sete. Oppure l'avrebbe svegliata suo marito che si agitava nel letto al suo fianco. Ecco, sì, era quello. Nel sogno c'era proprio suo marito che si agitava sulla sedia vicino alla sua: evidentemente il suo subconscio stava rielaborando la realtà.
Un pizzicotto. Ci voleva un pizzicotto per svegliarsi. O forse serviva solo per dimostrare che si stava sognando? Non importava: un pizzicotto avrebbe risolto tutto. Si sarebbe data un pizzicotto e l'incubo sarebbe finito. O no?
Sentiva gli occhi bruciare, la gola che si chiudeva. Si può piangere, nei sogni? Mentre muoveva la mano per cercare quella del marito si graffiò contro la cerniera della borsa. Bastò quel piccolo dolore per abbattere quel poco che restava delle sue difese.
Non voleva piangere, non lì, davanti a tutte quelle persone sconosciute, ma le lacrime scorrevano senza che riuscisse a fermarle. Nascose il viso contro la spalla del marito, mentre cercava un fazzoletto nella borsa.
Perché stava succedendo? Perché proprio a lei? Dove aveva sbagliato?
Tutti le ripetevano quasi ossessivamente che non era colpa sua, che non aveva niente da rimproverarsi. L'aveva detto anche la dottoressa, quella gentile: «Lei non ha familiarità e nessuno dei fattori di rischio noti: non fuma, non beve alcolici, non è sovrappeso, si alimenta in modo corretto, non vive in un ambiente inquinato, ha avuto due figli e li ha allattati…»
«E allora perché è successo? Perché?» Aveva quasi urlato.
La dottoressa aveva risposto con sincerità: «Non lo so. Non conosciamo ancora tutti i meccanismi di queste malattie, non sempre siamo in grado di capirne le cause». Era stata sincera anche dopo: «Non posso promettere che guarirà, ma ci sono buone probabilità».
Buone probabilità, certo. Lei non ci credeva più, alle probabilità. Secondo la statistica non si sarebbe mai dovuta ammalare, eppure ora era lì, su quella dannata sedia blu, a piangere. Non sapeva di avere tante lacrime.
Si era sforzata di ricomporsi e con il viso mezzo nascosto dietro al fazzoletto aveva dato un'occhiata intorno. La sala d'attesa era affollata, c'erano soprattutto donne. Qualcuna aveva la testa avvolta in un foulard; probabilmente le altre avevano una parrucca, ma era difficile capirlo, sembravano molto naturali. Alcune avevano il viso gonfio; l'altra dottoressa, quella dai modi bruschi, le aveva spiegato che era la "faccia da luna piena" dovuta al cortisone. Due avevano un colorito verdastro e occhiaie profonde. Sembravano tutte molto più vecchie di lei.
Aveva deciso di non voler avere niente a che fare con loro, di non voler essere come loro. Lei era lì solo per uno scherzo crudele del destino; era diversa, era giovane, aveva due bambini piccoli, un lavoro importante… Si era accorta che stava di nuovo piangendo e che una donna con il foulard giallo la guardava con aria di compatimento. No! Non voleva la sua pietà, non voleva la pietà di nessuno. Aveva risposto a quello sguardo con aria di sfida e l'altra aveva distolto gli occhi. Uno a zero per lei.
Si sentiva a disagio, ora le pareva che tutti la guardassero ed era stato quasi un sollievo sentire il suo numero all'altoparlante: trentasette. Tre più dei suoi anni. Aveva passato ancora una volta il fazzoletto sugli occhi, congratulandosi con se stessa per aver scelto un mascara waterproof, e aveva lasciato finalmente l'odiosa sedia blu per raggiungere… Di colpo si era resa conto che non sapeva dove andare. Certo non negli ambulatori dove aveva avuto i colloqui con i medici, sicuramente le stanze per le terapie erano da qualche altra parte, ma dove? Aveva guardato il marito con gli occhi sbarrati mentre il panico le scavava nello stomaco. Lui aveva frainteso la sua espressione e fatto per abbracciarla. «Stai tranquilla, andrà tutto bene!» Lei si era divincolata sibilando. «Non è quello!». Si era accorta di averlo ferito e si era sentita meschina. «Scusa», aveva detto sottovoce. «È solo che non so dove devo andare».
All'improvviso si era ritrovata a fianco la donna con il foulard giallo. «Prima chemio?» aveva chiesto con un sorriso. E subito, senza lasciarle nemmeno il tempo di rispondere: «Venga, la accompagno io».
Troppo sorpresa per reagire, si era accodata obbediente, mentre il marito raccoglieva la cartella con la documentazione medica e le seguiva. La donna con il foulard si era voltata a guardarli: «Gli accompagnatori non possono stare nelle stanze delle terapie: può portare le carte, ma poi dovrà tornare ad aspettarla qui».
Un colpo al cuore. «Come? Non può stare con me?». Di nuovo aveva sentito pungere le lacrime, mentre un groppo le serrava la gola.
«No, cara, le stanze non sono abbastanza grandi…». La donna con il foulard sembrava sinceramente dispiaciuta. «Ma vedrà che troverà compagnia».
Compagnia? In che senso? Lei non pensava certo di andarsene in giro con la flebo come aveva visto fare ad alcuni pazienti: aveva intenzione di chiudersi nella sua stanza, fare tutto ciò che doveva e poi andarsene appena possibile.
Quando avevano raggiunto le stanze per le terapie, aveva compreso quello che aveva voluto dire la donna con il foulard: invece di stanze singole con letti c'erano tre stanzoni, ognuno con due file di poltroncine reclinabili, quasi tutte occupate da pazienti con le flebo. Si era sentita morire.
«È arrivata la Franca!», «Buongiorno, Franca!», «Ciao Franca!». Infermiere e pazienti salutavano con calore la donna con il foulard giallo. «E chi abbiamo qui? Una nuova?». La guardavano tutti, avrebbe voluto scomparire. «Numero trentasette», aveva detto sottovoce a una delle infermiere.
L'infermiera le aveva sorriso: «Aspetti un attimo che controllo l'elenco».
Era rimasta ferma, imbarazzata, in mezzo alle chiacchiere che con l'arrivo di Franca avevano animato la stanza. Era completamente disorientata: tutto era così diverso da come se l'era immaginato… Ed era arrabbiata con se stessa per la debolezza che stava mostrando. Lei era uno stimato avvocato e si stava comportando come una bambina al primo giorno di asilo. Ci mancava solo che iniziasse a chiamare la mamma.
L'infermiera stava tornando con un foglio in mano. Franca le si era avvicinata con un sorriso: «La lascio nelle mani di Michela, che si prenderà buona cura di lei. Vedrà che si troverà bene».
Bene? Come poteva trovarsi bene in un day hospital oncologico? Si sta bene in casa a giocare con i propri figli, si sta bene in un hotel a cinque stelle, non in un ospedale in mezzo a gente che sta per morire. Non quando, forse, stai per morire anche tu.
Si era ritrovata sulla poltroncina senza rendersi conto di come ci fosse arrivata, mentre l'infermiera le chiedeva di scoprire il port per infilare l'ago.
«È sotto la camicia», aveva balbettato.
«Sì, dovrebbe aprire i primi bottoni».
Intendeva dire che doveva spogliarsi davanti a tutta quella gente? Lei che non aveva allattato nemmeno davanti ai suoi familiari si sarebbe dovuta sbottonare la camicetta di fronte a un gruppo di sconosciuti? Di colpo la paura era stata sostituita dalla rabbia. Ma questi non avevano mai sentito parlare di privacy? Ah, ma lei era un avvocato, conosceva i suoi diritti, non si sarebbe fatta trattare in questo modo!
L'infermiera aspettava con l'ago in mano e un'espressione perplessa sul viso. «Signora, le hanno spiegato come funziona il port, vero? È tanto più comodo anche per noi, che non dobbiamo stare a cercare le vene. Sa, con la chemio si danneggiano, qualche volta si fa fatica e dispiace creare altro disagio a voi, che già ne avete tanto… Con il port è tutto più facile».
Facile, come no. Facile per lei! Ma che ne sapeva quell'infermiera del suo disagio, della vergogna, della paura? Che ne sapeva di cosa si prova quando ti dicono che hai il cancro? No, per favore, non di nuovo quelle maledette lacrime, non adesso!
«Mi scusi, io…» aveva iniziato. Ma non riusciva a proseguire.
L'infermiera aveva annuito, comprensiva. «Lo so, signora, non è facile. Ma noi siamo qui per aiutarla. Ha freddo? Vuole che le porti un lenzuolo?».
«Un lenzuolo, sì, grazie». Come si chiamava l'infermiera? Ah, Michela. «Grazie, Michela».
Senza saperlo, Michela aveva trovato la soluzione al suo imbarazzo. O forse lo sapeva, perché quando era tornata con il lenzuolo, l'aveva sistemato con abilità, in modo da nascondere completamente l'operazione di inserimento dell'ago.
Aveva chiuso gli occhi quando le prime gocce avevano iniziato a scendere dalla flebo. Non voleva vedere. Non voleva sentire le chiacchiere degli altri pazienti. Non voleva mescolarsi a loro. Non voleva essere lì. Non voleva. Punto.
Finita la prima flebo, Michela si era avvicinata per inserire l'altra, che era avvolta nella carta stagnola. Lei non aveva chiesto niente, non voleva sapere cosa fosse. Aveva chiuso di nuovo gli occhi.
Li aveva riaperti con la sensazione di essere osservata. Vicino alla sua poltroncina c'era Franca, con quell'assurdo foulard giallo, la flebo appesa a un'asta su rotelle e un sorriso appeso alla faccia. «Tutto bene?» le aveva chiesto. «Ha bisogno di qualcosa? Se vuole le possiamo portare un tè e i biscotti, oppure le fette biscottate. Sono offerti dall'associazione dei volontari. Anch'io sono una volontaria». Il sorriso si era allargato. «Ero, cioè. Prima di ammalarmi. Adesso sarei una paziente, ma cosa vuole, è difficile perdere l'abitudine… Non voglio disturbarla», aveva aggiunto, forse rendendosi conto della sua espressione ostile. «Se non le serve niente, vado via subito e la lascio tranquilla». Aveva iniziato a spostare l'asta della flebo, ma poi, quasi ripensandoci, era tornata a guardarla, più seria. «È difficile, lo so. Lo so davvero, adesso che ci sono in mezzo. Lo dicevo anche prima, ma non era vero, non lo sapevo. Non lo sai davvero finché non ti succede. Non sai tante cose: la paura, la fatica, l'imbarazzo di chiedere aiuto quando non ce la fai. Ma l'aiuto qualche volta serve e bisogna accettarlo, glielo dico con il cuore. È una strada troppo dura da percorrere da soli».
Si era ripromessa di non parlare con nessuno, lì dentro, ma non era riuscita a trattenersi dal rispondere: «È la mia battaglia, di nessun altro».
«La sua battaglia, capisco. È un modo di vederla, lo usano in tanti. Io preferisco pensare che sia un cammino, una strada. Perché non mi piace l'idea della guerra. Guerra contro chi, poi? Alla fine questa malattia è comunque roba mia. Non è come un virus che viene dall'esterno, quello puoi anche considerarlo un nemico, ma queste sono le mie cellule. Impazzite, certo, ma mie. Non riesco a odiarle. Bisogna volersi bene, soprattutto adesso». Aveva sorriso di nuovo. «Le dico un'ultima cosa poi la lascio in pace, promesso. In qualunque modo la voglia guardare, una battaglia, una strada o qualsiasi altra cosa, non può essere soltanto sua. Perché lei non è sola nella vita. C'è suo marito, ci sono i genitori, la famiglia, gli amici… Lei ha figli, sì? Tante persone che le vogliono bene. Non cerchi di proteggerle tenendole lontane: le farebbe soffrire ancora di più. Mi creda, sarà più facile sia per lei che per loro se accetta di condividere questo percorso, di avere qualcuno che combatte - o cammina - al suo fianco. E, se vuole, ci siamo anche noi». Aveva fatto un gesto con la mano a indicare le altre poltroncine della stanza. Quattro donne stavano guardando verso di lei e le avevano sorriso. «Fine del pistolotto. Mi tolgo dai piedi e chiedo scusa se ho disturbato, ma mi dispiaceva troppo vederla così. Se vuole il tè o i biscotti, basta chiedere».
Era rimasta basita, a guardare l'asta della flebo di Franca che si allontanava. Ma chi era quella? E come si permetteva di venire a darle lezioni? Lei era lì per combattere, non per fare una passeggiata! E non aveva intenzione di coinvolgere nessuno in questa guerra. Era perfettamente in grado di gestire la situazione. A modo suo. Se voleva stare sola, erano fatti suoi. Anche se voleva piangere. Maledizione, perché stava di nuovo piangendo?
Però, che grinta quella Franca! Faceva tanto la pacifista, ma si era avvicinata a una sconosciuta per farle tutti quei discorsi senza un briciolo di imbarazzo. Lei, che si sentiva tanto guerriera, non ne avrebbe mai avuto il coraggio. Chissà se anche Franca aveva pianto tanto, la prima volta.
Aveva abbassato lo schienale della poltroncina con il comando elettrico, girato la testa verso il muro e tirato su il lenzuolo. Non voleva che la vedessero. Non voleva vedere. Non voleva pensare. Gli occhi le bruciavano ancora; li aveva chiusi, e poco dopo si era assopita.
Si era riscossa quando Michela era venuta di nuovo a cambiare la flebo. Aveva la gola secca e uno sgradevole sapore metallico in bocca. L'infermiera le aveva chiesto come si sentisse. Voleva rispondere che stava bene, ma le era uscito solo un suono gracchiante. Si era umettata le labbra e aveva riprovato. «Potrei avere qualcosa da bere?».
«Ma certo!», aveva risposto Michela. Sembrava quasi sollevata di avere finalmente ottenuto una reazione. «Vuole un bicchiere d'acqua o le faccio portare un tè? Io le consiglio il tè, aiuta a togliere il sapore cattivo dalla bocca. Magari con un paio di biscotti. Qui ne avrà ancora per un'oretta, le farebbe bene mangiare qualcosa».
Il tè caldo e i biscotti le sembravano un miraggio, ma aveva paura che glieli portasse Franca, non voleva dargliela vinta. Stava per rispondere a Michela che preferiva un bicchiere d'acqua, ma si era trattenuta, dandosi della sciocca: perché rinunciare solo per dispetto a qualcosa che le faceva piacere?
«Il tè con i biscotti sarebbe perfetto, grazie». Bisognava volersi bene.
Aveva sollevato lo schienale della poltroncina e si era guardata intorno. Alcune pazienti avevano finito la loro terapia e se n'erano andate e ne erano arrivate di nuove. Il suo sguardo si era inchiodato su una poltroncina della fila opposta. C'era una ragazza più giovane di lei, quasi una bambina. Aveva un paio di occhioni azzurrissimi che illuminavano un viso da bambola privo di sopracciglia, una bandana colorata in testa. Chiacchierava animatamente con un'altra paziente, gesticolando con foga mentre spiegava, ridendo, qualcosa che riguardava l'acquisto di una borsa.
Il suo cuore aveva perso un battito. Cosa ci faceva lì una ragazzina? Non era giusto! E perché rideva? Cosa c'è da ridere nell'avere il cancro a vent'anni?
Una volontaria era arrivata con il tè caldo e i biscotti, su un vassoio da letto. Per fortuna non era Franca e non si era trattenuta a lungo, solo il tempo di chiederle se le serviva altro («No, grazie») e dirle di lasciare la tazza vuota sul vassoio, che sarebbe passata lei più tardi a ritirarla. Meno male.
Mentre sgranocchiava un biscotto, aspettando che il tè si raffreddasse un poco, lo sguardo era tornato sulla ragazza, che le aveva fatto un cenno di saluto con la mano, senza smettere di chiacchierare e di sorridere. Suo malgrado, si era trovata a ricambiare il sorriso.
Le era sembrato che il tempo non passasse mai, ma finalmente Michela era venuta a togliere anche quella terza flebo. Aveva un'altra bottiglietta in mano.
«Ancora?» Le aveva chiesto angosciata. «Pensavo fossero solo tre…»
«Questa è soltanto soluzione fisiologica per il lavaggio. Tranquilla: dura pochissimo, presto potrà andare a casa».
Era vero: meno di un quarto d'ora dopo era di nuovo in sala d'attesa, dove il marito la aspettava ansioso.
«Com'è andata?»
«Tutto bene. Andiamo a casa».
Per i primi chilometri del tragitto in auto la conversazione era stata praticamente inesistente. Suo marito aveva tentato di attaccare discorso un paio di volte, ma aveva finito per arrendersi di fronte ad un muro di silenzio. Improvvisamente, lei si era come risvegliata.
«Accosta».
«Stai male?»
«No, voglio solo scendere un attimo. Guarda, là c'è spazio: accosta, per favore».
Lui aveva fermato l'auto ed era sceso, premuroso, ad aprirle la portiera. Lei era scesa e l'aveva guardato dritto negli occhi, con le lacrime che tremolavano tra le palpebre.
«Volevo solo abbracciarti. E dirti che ti amo. E che ho paura. E che non voglio combattere, voglio vivere. E che ho bisogno di te per affrontare questa cosa, questo… viaggio».
Lui l'aveva avvolta nel più caldo degli abbracci e le aveva sussurrato all'orecchio: «Ti amo anch'io. E ho paura. E ho bisogno di te. E voglio che tu viva. E voglio camminare al tuo fianco per ogni passo. E, se serve, ti porterò in braccio. Arriverai alla guarigione, ci arriveremo insieme».
Erano rimasti così per qualche minuto, ad ascoltare ognuno il battito del cuore dell'altro, a riempirsi l'anima di tutto il coraggio che riuscivano a trovare. Poi lei aveva detto: «Torniamo a casa. Dobbiamo spiegare ai bambini che la mamma diventerà pelata come un uovo. E voglio chiamare mia madre, per chiederle di aiutarmi».
Era cominciato così, il suo viaggio nel mondo del cancro. Perché anche se prima c'erano stati esami e visite, quello era stato il primo giorno in cui si era davvero resa conto di essere una paziente oncologica.
Aveva scoperto che la metafora del viaggio le piaceva più di quella della battaglia. Per andare in ospedale si preparava lo zainetto, come quando partiva per le gite in montagna, facendosi aiutare dai bambini: la bottiglia dell'acqua, una sciarpa di cotone per proteggere le cervicali dall'aria condizionata, un libro, il tablet con gli auricolari per la musica. I viaggi per lei erano sempre stati fonte di gioia: chissà che anche da questo non si potesse tirare fuori qualcosa di buono. Sarebbe stato duro, certo, ma era determinata ad arrivare in fondo. E magari a godersi il panorama, nel frattempo.
Si era instaurata una routine fatta di analisi, visite e terapie. Di nausea, vomito e stanchezza. Di valori del sangue alterati, che ogni volta, fino all'ultimo, mettevano in dubbio la possibilità di effettuare le infusioni. Di capelli che cadevano a ciocche, fino a quando si era decisa a rasarli a zero e sostituirli con la parrucca. Più o meno quello che si aspettava.
Quello che non aveva previsto erano stati gli incontri, le relazioni che erano nate sulle poltroncine delle sale di terapia e sulle sedie blu della sala d'attesa.
C'era Franca, naturalmente, che aveva più o meno l'età di sua madre e la trattava proprio come una figlia. Ma c'era anche Roberta, la ragazza di vent'anni che si curava per un linfoma e che era diventata la mascotte del reparto. E Lorena, Evelina, Antonietta, Daria, Elena… Compagne di sventura, anzi, compagne di viaggio con cui aveva imparato a condividere paure, dolore, ma anche sorrisi.
Avevano festeggiato quando Franca era diventata nonna per la terza volta. E quando Roberta aveva passato a pieni voti l'esame di diritto costituzionale. Avevano pianto insieme quando Evelina le aveva salutate per ricoverarsi all'hospice. E poi al suo funerale. Avevano fatto il tifo per i globuli bianchi di Lorena che non volevano saperne di alzarsi. Si erano divertite al corso di trucco. Avevano preso in giro Antonietta che aveva paura degli aghi e si voltava dall'altra parte ogni volta che le attaccavano la flebo. Si erano incoraggiate e consolate a vicenda.
Un giorno Franca le aveva fatto i complimenti. «Sei stata brava ad accorgerti di quel nodulo, a fare i controlli anche se sei così giovane. Se io mi fossi ammalata quando avevo la tua età, me ne sarei accorta troppo tardi. Quella volta la mammografia non esisteva e se mi avessero parlato di autopalpazione avrei risposto che io ero una ragazza seria, certe cose non le facevo». Avevano riso tutte. «E poi, chi ci pensa al cancro quando ha trent'anni, o addirittura venti?», aveva continuato indicando Roberta. «Io sono stata fortunata, me l'hanno beccato con lo screening. Ma a voi giovani i controlli non li passano, dovete arrangiarvi. E tante non lo fanno. Sei stata brava, davvero».
Le aveva tolto un peso dal cuore. Quel tarlo insistente che la rodeva fin dalla prima diagnosi, quando aveva cominciato a rimproverarsi per non essersi accorta prima di quel nodulo, per non aver capito subito che qualcosa non andava. Le parole di Franca l'avevano fatta riflettere. Sì, forse avrebbe potuto accorgersene prima, insistere di più per anticipare l'ecografia, guadagnare qualche settimana. Ma se non avesse fatto l'autopalpazione, chissà quando se ne sarebbe accorta. Forse troppo tardi.
Ma il cancro era solo una piccola parte delle loro conversazioni: avevano discusso di libri, di film, di shopping, di lavoro, di figli, di vacanze, di vita. Paradossalmente, era più facile parlare in day hospital di argomenti che non riguardassero la malattia, piuttosto che fuori. Familiari e amici le chiedevano sempre come stava, come andavano le terapie. Nessuno si preoccupava di sapere quale libro stava leggendo oppure com'era andato il primo giorno di scuola o di asilo dei bambini. In quelle stanze che odoravano di medicinali, in mezzo a quelle donne senza capelli, lei sentiva di non essere soltanto una malata di cancro. Era ancora una donna, una mamma, una moglie, una figlia, un avvocato. Aveva ancora una vita. E voleva farla durare più a lungo possibile.
Dopo i cicli di chemioterapia era arrivato il momento dell'intervento chirurgico. Aveva pianto di nuovo davanti alle cicatrici di quello che restava del suo seno, ma poi le era tornata in mente una frase di Elena: "Io sono molto di più delle mie tette!". Giusto, lei era di più. E sapeva che più avanti avrebbe potuto fare la ricostruzione. Si era asciugata le lacrime. Il viaggio continuava.
Aveva ritrovato Franca e Daria in radioterapia, un incontro tra amiche che aveva riempito di risate la sala d'attesa, sotto gli sguardi prima sorpresi e poi divertiti degli altri pazienti.
Ma in radioterapia aveva fatto anche un altro incontro: Davide, un bambino di otto anni, l'età del più grande dei suoi figli. Due occhi immensi e cerchiati di viola in un visino pallido, sotto un berretto da baseball. Quando aveva incrociato quegli occhi, qualcosa si era spezzato dentro di lei. Aveva cercato con lo sguardo l'infermiera, in una domanda muta. Lei aveva fatto cenno di no con la testa.
Davide stava uscendo con la sua mamma dalla stanza colorata riservata ai bambini. Parlavano di un papero, e ridevano. Lei li aveva fissati, esterrefatta: come poteva ridere, quella donna, mentre suo figlio stava morendo?
L'aveva chiesto a Franca, dopo, e l'amica si era stretta nelle spalle, senza rispondere. Probabilmente pensava ai suoi nipotini.
Dieci minuti più tardi, mentre prendeva un caffè al distributore automatico, aveva visto con la coda dell'occhio la mamma di Davide che si avvicinava. Aveva fissato ostinatamente lo sguardo sulla macchinetta, per non guardarla.
«A Davide è stato concesso poco tempo». La voce dietro di lei l'aveva sorpresa, stava quasi per lasciar cadere il bicchierino del caffè che aveva appena prelevato dal distributore. «Io sto cercando di riempire questo tempo di risate, invece che di lacrime».
Si era girata con gli occhi bassi, vergognandosi dei suoi pensieri di poco prima.
La mamma di Davide l'aveva guardata, con un sorriso triste. «Piango, sa? Tanto. Ma cerco di non farlo mai davanti a lui».
«Ha ragione, ha perfettamente ragione. Fa benissimo». Non si era mai sentita così mortificata. «È che… ho un bambino della stessa età e io… io non credo che ce la farei. Lei è davvero brava. Speciale. Davvero».
«No, non sono speciale. Sono solo una mamma. Faccio quello che fanno tutte le mamme. Cerco di fare in modo che mio figlio sia felice, più felice possibile, per più tempo possibile. Se ci pensa, sicuramente è quello che fa anche lei».
Quella semplice verità l'aveva colpita con una tale forza da lasciarla senza fiato. Quella donna, sconosciuta fino a pochi minuti prima, era diventata un'altra compagna di viaggio. Si chiamava Giulia. Le aveva offerto il caffè ed era rimasta ad ascoltarla mentre raccontava di Davide, dei suoi giochi preferiti e delle favole che inventava per lui. Quella sera, a casa, aveva pianto a lungo tra le braccia di suo marito. Piangeva per Davide e per Giulia che lo accompagnava, ridendo, nel suo viaggio troppo breve.
La settimana seguente era tornata al day hospital per la visita di controllo con l'oncologo. La sala d'attesa con le sedie blu ormai le era diventata familiare e si sorprese a pensare a quante cose fossero cambiate da quel giorno di sette mesi prima, dall'inizio del suo viaggio. Davvero erano passati solo sette mesi? Si sentiva così diversa da quella donna che cercava di non farsi vedere piangere, che le pareva fosse trascorsa una vita intera.
Aveva imparato più cose in quei sette mesi che in sette anni di vita "normale". Aveva smesso di combattere e iniziato a camminare, con più ostinazione che rabbia. Aveva deciso che il desiderio di guarire doveva essere più forte della paura di non farcela. Aveva cominciato ad ascoltarsi e a rispettare di più il suo corpo. Aveva scoperto inaspettati motivi per sorridere anche nelle situazioni più difficili. Le era arrivato più aiuto di quanto ne avesse chiesto, talvolta anche da dove non se lo sarebbe mai aspettato.
Aveva incontrato persone fantastiche. Ognuna delle sue compagne di viaggio le aveva regalato qualcosa di prezioso: comprensione, appoggio, ironia, speranza, saggezza. Avevano riso e pianto insieme, senza vergognarsi. Alcune continuavano a camminare al suo fianco, per altre il viaggio si era interrotto. Tutte avevano un posto nel suo cuore.

La voce dall'altoparlante che chiamava il numero trentasette l'aveva riportata alla realtà. Aveva visto una giovane donna alzarsi con l'aria smarrita di chi non sa dove andare. Le si era avvicinata, sorridendo: «Prima chemio? Venga, la accompagno io».

                                                

2° classificato al concorso letterario nazionale "Scriviamoci con cura. Un racconto per levare l'ancora con la scrittura" promosso dall'Istituto Nazionale Tumori CRO di Aviano, edizione 2014

Dedicato alle mie compagne di viaggio. Soprattutto ad Anna.



sabato 8 novembre 2014

Ricordando Anna

La partecipazione al concorso letterario del CRO quest'anno non era in programma.
L'anno scorso avevo ottenuto un ottimo risultato e riprovarci mi pareva... non so... inopportuno? Come se volessi rubare la scena.
E poi, sarei stata all'altezza? Sarei riuscita a produrre un racconto di buona qualità, ma completamente diverso da quello dell'anno scorso?

Il tema del concorso non mi diceva granché: Salpare e mettersi in viaggio. Troppo marinaresco per una a cui bastano cinque minuti di barca per diventare verde e vomitare anche l'anima.
Il sottotitolo però era tutt'altra cosa, e mi intrigava parecchio:
    Itaca ti ha dato il bel viaggio,
    senza di lei mai ti saresti messo
    sulla strada: che cos’altro ti aspetti?
             (Costantino Kavafis)

Sono rimasta indecisa fin quasi all'ultimo.
La scadenza per l'invio era il 31 agosto, ho iniziato a scrivere soltanto il 18 e in tre giorni ho elaborato il racconto.
Mi pareva di avere centrato bene il tema, sicuramente più dell'anno scorso, quando mi ero lasciata guidare più che altro da quello che avevo voglia di raccontare. Però il risultato mi sembrava meno originale. Avevo bisogno di un secondo parere, così ho fatto leggere il racconto a Renato, senza dirgli nulla, per non influenzare il suo giudizio.
Questo il suo verdetto: "C'è dentro qualcosa di Cristina, di Catia, di Sara, di Romina, di Anna Lisa. Ma soprattutto, c'è tanto di Anna".
Era esattamente quello che volevo sentire.
Ho spedito il racconto.
Il 13 novembre al CRO di Aviano, nell'ambito del convegno sulla medicina narrativa, riceverò il premio per il secondo classificato nella sezione pazienti.



Pubblicherò il racconto solo dopo la premiazione, intanto vi anticipo il titolo, Compagne di viaggio, e che è dedicato alle grandi donne che mi hanno insegnato tanto durante il mio viaggio dentro e dopo il cancro.
Soprattutto ad Anna, da cui ho imparato più che da chiunque altro. E che ricordo ogni giorno. E che mi manca tanto.

domenica 9 marzo 2014

Buona (anche) la seconda!

Visto che la prima volta era andata bene, ci ho riprovato.
Un altro concorso letterario, con un tema che ha stuzzicato la mia creatività.

Come l'altra volta, prima di iniziare a scrivere ho lasciato per diversi giorni che l'idea prendesse forma, che i pensieri diventassero parole, prima vaganti e poi via via più definite e organizzate. Ho cominciato a costruire qualche frase, ad ascoltarne silenziosamente il suono, a definire un ritmo. E poi ho scritto, letto, corretto, riletto, riscritto, limato, aggiunto, tolto, cambiato...
Alla fine ne è venuto fuori qualcosa che ho ritenuto presentabile e l'ho spedito.
Non si vince un premio: le opere selezionate verranno lette in alcuni locali e poi pubblicate in un volume.
Il concorso è aperto fino alla fine di marzo, ma la mia creazione è già stata selezionata e ieri sera c'è stata la prima lettura, che ho fatto personalmente in un ristorante di Pordenone, cogliendo l'occasione per sfoggiare un look assolutamente inedito a base di abitino rosso fuoco e scarpe di vernice con tacco altissimo con cui devo ancora capire come si fa a camminare. Ma questa è un'altra storia.
Eccola qui, per chi ha il tempo e la pazienza di leggerla.


Lezione sugli uomini

Con l'uomo, cara amica, stai attenta
i maschi hanno la crescita più lenta
La bimba a tredici anni è già una donna
lui della mamma ancor cerca la gonna
Rimane bambinone ed incosciente
persino quando è più che adolescente

Si pone dei traguardi limitati
bisbocce con gli amici più fidati
mangiare tanto, bere un po' di tutto
e chiudere ogni pasto con un rutto
Intorno ciò che accade non lo tocca
e l'unico interesse è per la gnocca

Ancora ci vorrà molta pazienza
perché conquisti un po' di indipendenza
ma mica tanta: in fondo ogni maschietto
necessita di essere protetto:
la mamma, poi la moglie e anche l'amante
e a novant'anni, infine, la badante

E tu, povera ingenua, gli hai creduto
quando ha giurato d'essere cresciuto
pronto per una casa, una famiglia
ma gli interessa solo la bottiglia
Sognavi nella vita il grande amore
invece ti ha spezzato un braccio e il cuore

Sul viso ancora i segni dei ceffoni
perché non gli hai stirato i pantaloni
Adesso l'hai capito, è una carogna
ma in fondo provi un senso di vergogna
che forse quando scoppia la violenza
sei tu che gli fai perder la pazienza

Ci pensi mentre stai lavando i piatti
ne parli solamente coi tuoi gatti
nemmeno con le amiche più fidate
son cose da tenere riservate
Rispondi alla domanda più temuta
che no, non ti ha picchiata, sei caduta

Ma gli uomini non sono tutti uguali
ne esistono anche tanti di normali
Sicuro, son tutt'altro che perfetti
di solito han valanghe di difetti
però non sono bestie, sono umani
non alzano la voce né le mani

Piuttosto c'è il problema che sovente
non alzano davvero proprio niente
Per loro è già uno sforzo sovrumano
alzare il posteriore dal divano
e puoi considerare un gran guadagno
se alzano la tavoletta in bagno

E poi, quando la sera andate a letto
rimpiangi quel focoso ragazzetto
che aveva in mente solamente il sesso
almeno si trombava un po' più spesso
Ora ti basterebbe, sul più bello
che rimanesse alzato almeno quello!

C'è anche la questione del lavoro
sul quale hanno opinioni tutte loro
In fabbrica e in ufficio non c'è orario
fanno ore e ore di straordinario
ma tutta questa lena e buona voglia
si spegne pressappoco sulla soglia

Son fabbri, elettricisti, muratori
però mai dentro casa, solo fuori
Le loro superiori abilità
son destinate alla comunità
agli altri pronti a tendere la mano
ma tu meglio se chiami un artigiano

In casa lui non muove neanche un dito
e se ne sta servito e riverito
Se devi riparare le persiane
conviene che ti trovi un falegname
e per lavare i panni e le lenzuola
è meglio che ti arrangi a far da sola

Lui non affronterà la stiratura
nemmeno minacciato di tortura
e attenta se lo mandi a far la spesa
che arriva quasi sempre la sorpresa
ti riempirà di cibo spazzatura
dimenticando il latte e la verdura

Sugli abiti che porti ha da ridire
però lui non ha gusto nel vestire
gli manca proprio il senso dei colori
e i suoi accostamenti sono orrori
indossa ciò che trova nel cassetto
e mescola bermuda e doppiopetto

Pare distratto, disattento e ozioso
eppure è estremamente vanitoso
è sempre ossessionato dai capelli
ricorda che li aveva lunghi e belli
Ma il taglio si fa sempre un po' più corto
e quando perde il pelo… fa il riporto!

Non si ricorda mai l'anniversario
nemmeno se ha davanti il calendario
quel giorno evidenziato a pennarello
non dice proprio niente al suo cervello
però delle partite di pallone
sa dirti risultati e formazione

Ma dove mostra appieno il suo vigore
è nella relazione col dolore
Pretende l'intervento del dottore
persino per un lieve raffreddore
e per il mal di testa più banale
è quasi pronto per il funerale

Se lui per una semplice influenza
richiede mesi di convalescenza
a te dice di alzarti, tuo marito,
mezz'ora dopo avere partorito
Dovesse lui pagare questo prezzo
saremmo tutti estinti da un bel pezzo

Insomma: il maschio è proprio limitato
in fondo, quando è stato progettato
era una prova, il primo tentativo
a malapena conscio d'esser vivo
e Dio, dopo un'attenta riflessione
la donna ha realizzato a perfezione

Ma se proprio non riesci a stare senza
dovrai armarti di molta pazienza
per renderlo affidabile ed attento
gli servirà un bel po' di addestramento
Tu adotta polso fermo e decisione
vedrai che ti darà soddisfazione!