martedì 19 giugno 2018

Scacco matto

«Tocca a te».
Giorgio si era appoggiato allo schienale, un gesto che aveva ripetuto centinaia, no, migliaia di volte nei precedenti… quanti anni? Maurizio aveva fatto rapidamente il calcolo a mente: quarantacinque e qualche mese.
Si erano incontrati il primo ottobre del 1969, quando ancora le scuole iniziavano il giorno di San Remigio. Erano in prima media, entrambi un po' spaesati, Maurizio per la sua timidezza e Giorgio perché si era appena trasferito e non conosceva ancora nessuno. Si erano ritrovati vicini di banco e si erano studiati per un po', diffidenti, prima di scoprire di avere in comune la passione per gli scacchi. Una partita dopo l'altra, era nata una solida amicizia. Inseparabili anche al liceo, all'Università si erano divisi solo per seguire le lezioni, Giorgio a Medicina e Maurizio a Statistica, condividendo lo stesso appartamento, le stesse feste e per qualche settimana, senza saperlo, anche la stessa ragazza. Ognuno dei due aveva fatto da testimone di nozze all'altro; il matrimonio di Giorgio era naufragato dopo una decina d'anni, quello di Maurizio sarebbe durato tutta la vita.
Quel giorno tra di loro non c'era la scacchiera, ma la scrivania di un ambulatorio. E non si stavano sfidando nell'ennesimo torneo; questa volta giocavano entrambi dalla stessa parte, contro l'avversario più temibile che avessero mai affrontato.
All'inizio non era sembrata una partita complicata. Un'apertura semplice, quasi banale, le prime mosse prevedibili e relativamente facili da gestire, sacrificando solo pochi pedoni: qualche assenza dal lavoro, una piccola cicatrice. Tra ambulatorio e sala operatoria, in pochi mesi avevano dato scacco al re. Ma l'avversario aveva rialzato la testa e la partita si era fatta più difficile. Un altro intervento, più impegnativo: via un alfiere. La radioterapia: via una torre. Sei cicli di chemioterapia: via un cavallo. Un'altra recidiva, di nuovo in sala operatoria e poi altri quattro cicli di chemio: via l'altro alfiere e l'altro cavallo.
A ogni mossa, Giorgio studiava nuove strategie, ne discutevano insieme e si impegnavano con tutte le loro forze per metterle in atto, ma sembrava che l'avversario riuscisse sempre ad anticiparli. Metastasi al fegato e ai polmoni: via la regina.
Toccava a Maurizio, adesso.
Giorgio gli aveva spiegato le possibilità. C'era un protocollo sperimentale per pazienti con malattia metastatica avanzata. Oppure le cure palliative.
Maurizio aveva cercato di nuovo rifugio nei numeri: «Quante probabilità ho?»
Giorgio si mordicchiava il labbro inferiore, indeciso sulla risposta da dare, ma si conoscevano troppo bene, non sarebbe stato capace di mentire. E Maurizio aveva il diritto di sapere.
«Sopravvivenza a due anni inferiore al cinque per cento».
«Le cure palliative possono migliorare questo dato?»
«Il loro scopo è il mantenimento della migliore qualità di vita possibile, più che il prolungamento della vita stessa. Però ci sono buone evidenze del fatto che i pazienti sottoposti a cure palliative vivano un po' più a lungo».
«Mi pare ragionevole: se stai molto male, ti passa anche la voglia di vivere. E il protocollo sperimentale?»
Giorgio era a disagio di fronte a quelle domande lucide e dirette che l'amico gli poneva con un distacco quasi inumano. Sapeva che Maurizio era così: analizzava i dati e traeva conclusioni. Era questo che faceva di lui un eccellente statistico e giocatore di scacchi. Ma qui non si trattava di un torneo né della distribuzione dei profili assicurativi tra le diverse regioni, stavano parlando della sua vita o, più probabilmente, della sua morte. Come poteva affrontarla con tanta freddezza? O forse era solo una forma di difesa, un tentativo di nascondere la situazione dietro un muro di dati, una negazione della realtà?
«È… sperimentale. Nessuna garanzia, nessun dato statistico disponibile».
«Potrebbe salvarmi?»
«Io… non lo so. Può darsi. Forse.»
Maurizio era implacabile: «Modifico la domanda: tu ritieni che potrebbe salvarmi?»
«Mi metti in difficoltà, Maurizio…»
Maurizio aveva accennato una risata, forzata e amara: «Tu sei in difficoltà? Vuoi che facciamo cambio?»
«Io non…»
«Ok, scusa. Scusa. Capisco che è difficile anche per te, ma io devo fare delle scelte e ho bisogno di informazioni più complete. Non posso muovere, se non vedo tutta la scacchiera».
«Hai ragione. No, io non credo che quel protocollo possa guarirti. Inoltre, è probabile che abbia effetti collaterali pesanti. Aspetta», Giorgio aveva alzato una mano per fermare la reazione dell'amico. «Però potrebbe aumentare la tua aspettativa di vita. E forse può cambiare il destino di altri malati che verranno dopo di te».
 «Intendi dire che anche se non ci sarà nessun beneficio per me, potrebbe essere utile ad altri?»
«Esattamente. Se decidi di fare quella mossa, non giochi più solo per te stesso».
«E se invece scelgo le cure palliative?»
«Le prospettive sono quelle che ti ho già indicato. Da sei mesi a due, massimo tre anni. Comunque una cosa non esclude l'altra: puoi tentare il protocollo e, se non funziona, passare alle cure palliative».
«Quindi, secondo te, dovrei continuare a giocare anche sapendo che perderò?»
Ora erano di nuovo su un terreno familiare e Giorgio si sentiva più a suo agio: «Tu non sei mai stato uno di quelli che fanno cadere il re sulla scacchiera. E, in questo caso, non mi pare opportuno stringere la mano all'avversario per comunicare la resa».
Maurizio aveva riso di nuovo, ma questa volta la risata sembrava sincera: «Touchè. Sai bene dove colpire per farmi reagire!»
L'atmosfera si era alleggerita, come se la cappa di tensione che li aveva soffocati fino a quel momento si fosse sciolta all'improvviso e avevano riso insieme.
Poi Maurizio era tornato serio: «Devo parlarne con Rachele e con i ragazzi».
«Sicuro, naturalmente! Qualunque strada sceglierai, la dovrete percorrere insieme. La percorreremo insieme. Io ci sono, lo sai, vero?»
«Certo che lo so, Lask».
Giorgio aveva faticato a trattenere le lacrime sentendo il suo vecchio soprannome. Veniva da un campione di scacchi del passato, Lasker, che aveva una straordinaria capacità di disturbare il gioco degli avversari con mosse scomode. Una cosa che Maurizio aveva sempre trovato estremamente fastidiosa… e che naturalmente Giorgio faceva apposta, per metterlo in difficoltà.
Qualche giorno dopo, Maurizio era di nuovo nell'ambulatorio di Giorgio, questa volta insieme alla moglie. «Abbiamo deciso di tentare il protocollo sperimentale», aveva annunciato.
«D'accordo».
Giorgio aveva stampato un documento che spiegava i dettagli del protocollo e il modulo per il consenso informato. Anche se ne avevano già parlato, voleva rivedere punto per punto l'iter con Maurizio e Rachele, per essere certo che fosse tutto chiaro.
«Partiamo subito».
Cinque giorni dopo, Maurizio era di nuovo in day hospital, con l'ago della flebo infilato nel port sottopelle, a brindare con un nuovo cocktail di farmaci, come diceva lui. La partita continuava.
I sei mesi successivi erano stati durissimi: gli effetti collaterali della nuova chemioterapia avevano ridotto Maurizio all'ombra di se stesso. Aveva perso anche l'ultima torre, ormai sulla scacchiera erano rimasti soltanto il re e pochi pedoni. Più di una volta aveva avuto la tentazione di rinunciare, ma le parole di Giorgio gli risuonavano ancora nella mente: Tu non sei mai stato uno di quelli che fanno cadere il re sulla scacchiera. Era vero, non avrebbe mollato. Poteva accettare la sconfitta, ma non la resa.
La sua tenacia era stata premiata: la TAC eseguita un mese dopo la fine della terapia aveva mostrato una notevole riduzione delle aree metastatiche su fegato e polmoni. Quei pochi pedoni erano tosti, si erano mangiati i cavalli avversari e uno era riuscito ad arrivare dall'altra parte della scacchiera, trasformandosi in regina. Aveva vinto almeno un po' di tempo, che aveva deciso di dedicare a ciò che amava di più: la famiglia, gli amici, gli scacchi.
Undici mesi dopo, la malattia aveva ripreso vigore.
Erano di nuovo nell'ambulatorio di Giorgio.
«Come funzionano le cure palliative?» Maurizio sembrava più curioso che preoccupato, mentre Rachele cercava faticosamente di mostrarsi forte. Giorgio si sentiva spaccare il cuore davanti a quel dolore così pieno di dignità.
«È un lavoro d'equipe, che si costruisce di volta in volta per far fronte alle esigenze che possono manifestarsi. Ci sono medici, infermieri, fisioterapisti, e psicologi che potranno aiutarvi a gestire ogni difficoltà. Si può organizzare l'assistenza a domicilio oppure in hospice, come preferite».
Giorgio aveva letto la domanda inespressa negli occhi di Rachele: «Non preoccuparti, Rachele. L'associazione di cui vi ho parlato fornisce tutte le attrezzature necessarie per l'assistenza domiciliare: il letto, il deambulatore, la carrozzina…»
«Devo pensarci su», aveva risposto Maurizio. «Da un lato preferirei restare a casa, finché posso, dall'altro non voglio trasformarla in un ospedale, ho paura che condizionerebbe troppo la vita dei ragazzi».
«Puoi decidere in qualsiasi momento. Inizieremo con l'assistenza domiciliare e poi vedremo. Una mossa per volta, giusto?».
«Giusto, Lask. Tanto abbiamo visto che con questo avversario non ha senso impostare strategie a lungo termine».
Sei mesi dopo, Giorgio aveva richiesto l'attivazione dell'assistenza domiciliare. Dopo altri tre mesi, Maurizio aveva scelto l'hospice.
«Voglio che la mia famiglia ricordi la nostra casa come il posto in cui sono vissuto, non quello in cui sono morto», aveva spiegato.
Sembrava sereno. Aveva sistemato le cose al lavoro in modo che potessero andare avanti senza di lui e chiuso tutte le questioni in sospeso. Aveva salutato parenti e amici, chiedendo a tutti di lasciargli trascorrere le ultime settimane con la sua famiglia e poche altre persone che gli erano particolarmente care, senza assillarlo con visite e telefonate. Scacco al re.
«Sai, Lask, a volte credo che per voi sia peggio», aveva detto un giorno a Giorgio. «Per te, intendo, per Rachele e i ragazzi, per mia madre…»
«Ma che dici?»
«Sì, davvero. Io posso ancora muovere qualche pedone, decidere qualcosa, anche solo di iniettarmi un'altra dose di morfina», aveva spiegato, indicando il pulsante che gli consentiva di chiedere un supplemento di analgesico. «Voi, invece, potete soltanto restare a guardarmi e aspettare la fine della partita. Penso che sia terribile».
Giorgio aveva annuito senza rispondere. Maurizio aveva capito perfettamente la profondità del senso di impotenza che li attanagliava tutti in quegli ultimi giorni.
Quando i dolori e le difficoltà respiratorie erano diventati insostenibili, Maurizio aveva chiesto la sedazione profonda, per arrivare alla fine con dignità. Aveva guardato per l'ultima volta l'amico di una vita, mentre i farmaci che l'avrebbero addormentato scorrevano lungo il tubo della flebo.
«Questa volta è scacco matto, Lask».
«No, amico mio», aveva risposto Giorgio, mentre le lacrime gli rigavano le guance. «Hai giocato con onore fino in fondo, esci a testa alta. Sei stato grande. Non potevi vincere, ma non sei mai stato sconfitto. È patta».

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Primo classificato nella sezione racconti Pazienti al concorso nazionale Gim, paladino di un sogno, promosso dalla Fondazione Tempia di Biella, VI edizione 2017/2018

23 commenti:

  1. Mia questo racconto è bellissimo e straziante, vorremmo tutti poter avere un'amicizia così e tanta dignità nell'andarcene. Un abbraccio, Dany

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  2. Pelle d'oca e commozione.....Rita

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  3. Complimenti, davvero !

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  4. E' davvero bello. Avvincente e toccante. Brava Mia!

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  5. Non mi stupisce che sia arrivato primo....Complimenti Mia, sei bravissima!

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  6. Un abbraccio fortissimo e una ventata di di elogi :-)

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  7. Ti leggo sempre, ma commento praticamente mai!
    Stavolta non posso esimermi dal arti i mie più sentiti complimenti: è una racconto bellissimo, struggente ed emozionante, oltre che scritto benissimo!Bravissima Mia,
    Con affetto

    Sara

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  8. Ti leggo sempre, ma commento praticamente mai!
    Stavolta non posso esimermi dal arti i mie più sentiti complimenti: è una racconto bellissimo, struggente ed emozionante, oltre che scritto benissimo!Bravissima Mia,
    Con affetto

    Sara

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