lunedì 8 aprile 2019

Lasciatemi piangere

Che qualche volta ne ho bisogno, perché stare male è faticoso e io sono tanto stanca.
Che non voglio essere consolata e non voglio che mi si dica "non piangere".
Che non voglio nessuno intorno, solo buio e silenzio.
Che non vorrei far stare male nessuno, ma non posso sempre preoccuparmi degli altri.
Che ho ancora un milione di lacrime da versare per Gandalf che non è tornato e non tornerà.
Che è dura fare un passo avanti e due indietro.
Che le formiche oggi hanno ballato il samba tutto il giorno.
Che la gamba è gonfia e infiammata.
Che la pelle in certi punti è così sensibile che basta il contatto con il lenzuolo per farla bruciare.
Che se stasera ho chiesto un analgesico, un motivo ci sarà.
Che ci mancava solo una nuova frattura del bacino.
Che poi passa, però ogni tanto mi serve anche questo.


mercoledì 3 aprile 2019

Note operative

VISITE
Meglio dopo le 15, con i fisioterapisti si lavora anche nel primo pomeriggio.

TELEFONATE
Mai prima delle 15, mai dopo le 21. Le mie compagne di stanza fanno il pisolino pomeridiano e vanno a dormire presto.

Grazie!

martedì 2 aprile 2019

Quasi casa

Finalmente sono tornata nel mio paese. Non è ancora casa, ma quasi.


Ero un po' preoccupata per il trasferimento in ambulanza  perché ieri le formiche si erano scatenate oltre ogni limite, è stata una giornata davvero pesante.
Temevo che l'immobilità forzata sulla lettiga stretta sarebbe stata scomoda, invece, quasi per miracolo, il quarto di manzo ha trovato una posizione perfetta, sostenuto a destra dalla spondina, e le formiche hanno dormito beatamente per tutto il viaggio. L'unico disagio sono stati i numerosi scossoni, ogni minima irregolarità del manto stradale sembrava amplificata, ma tutto assolutamente sopportabile.
Dalla mia posizione riuscivo a vedere solo piccole strisce di cielo attraverso i finestrini opachi dell'ambulanza, ma seguivo i progressi sul cellulare con il navigatore.


Poco prima di entrare in paese ho iniziato a riconoscere gli edifici, ogni svolta mi era familiare.

Eravamo partiti in ritardo per aspettare la lettera di dimissioni che non arrivava, quindi durante il viaggio avevo chiamato in reparto per avvertire e comunicare l'orario di arrivo previsto.
Ero attesa e sono stata accolta con grande cordialità. Mi hanno sistemato in una luminosa stanza a tre letti con vista sul parco e si sono subito occupati di me.
Le infermiere si sono presentate e mi hanno aiutato a sistemarmi con grande attenzione alla privacy. Hanno raccolto alcune informazioni per valutare il mio grado di autonomia e il tipo di assistenza richiesta e le hanno condivise con le colleghe.
Dopo l'elettrocardiogramma, una fisiatra mi ha visitato molto scrupolosamente, poi è tornata altre due volte per verificare la funzionalità di alcuni muscoli: evidentemente stava preparando il programma di fisioterapia e voleva metterlo a punto nel migliore dei modi.
Le infermiere mi avevano tenuto da parte il vassoio del pranzo: hanno riscaldato le pietanze e me lo hanno portato. Gentilissime.

Le voci corrono veloci, sono già arrivate le prime visite: una zia, due amiche e una cugina.
Vi lascio le indicazioni, con la preghiera di non affollarvi tutti subito: il personale è molto rigoroso nel far rispettare gli orari e la regola di due visitatori per volta per ogni paziente.
Se arrivate in troppi, o fuori orario, rischiate di rimanere fuori.
Nel pomeriggio l'orario è esteso, cercate di distribuirvi.
Ospedale di Portogruaro, reparto di Medicina Fisica e Riabilitazione, secondo piano, letto numero 7.



sabato 30 marzo 2019

Passi

Oggi sono contenta.
Perché nella passeggiata di stamattina con il deambulatore sono riuscita a sollevare di qualche millimetro il piede destro, anziché strisciarlo a terra. Contento anche il fisioterapista.


Perché ho fatto cinque passi in più di ieri, ma senza che mi venissero i conati di vomito.
Perché la permanenza sulla sedia è durata il giusto per allenarmi senza arrivare a stare male.
Perché è venuto a trovarmi Costantino, che legge da anni il mio blog ma non ci eravamo mai visti.
Perché la zia mi ha portato la burrata fresca.
Perché domani conoscerò un'altra mia lettrice storica, Michela.
Perché un passo alla volta riconquisterò la mia autonomia. E potrò tornare a casa.

giovedì 28 marzo 2019

Nuovi orizzonti

Martedì si torna verso casa.
Sarò trasferita nell'ospedale del mio paese, dove continuerò la riabilitazione.
E sperimenterò per la prima volta l'emozione di un viaggio in ambulanza, perché di restare seduta tre ore e passa in macchina non se ne parla proprio.



Oggi, sulla sedia, ho retto poco più di un'ora. Ieri di più, ma non per mia scelta, e ad un prezzo altissimo. Avevo avvertito un'infermiera che ero stanca, iniziavo a stare male con capogiri e conati di vomito. Lei ha risposto che avrebbe avvertito i fisioterapisti appena possibile. È passata un'ora e mezza, quella manco si è sognata di cercarli. Quando sono arrivati, tremavo come una foglia e invece di respirare, ragliavo.
Oggi ci siamo organizzati meglio. Una posizione più comoda per la gamba e un controllo ogni mezz'ora, in modo che quando sono iniziati i capogiri, mi hanno riaccompagnata a letto entro pochi minuti.
Credo che questa difficoltà sia dovuta alla perdita di tono di tutti i muscoli del busto, tanto a lungo racchiusi nel sarcofago. Per stare seduti servono un po' di addominali e dorsali e i miei ora hanno la consistenza di meduse.


Anche il quarto di manzo non aiuta.
Ogni giorno recupero una briciola di controllo su qualche muscolo, ma briciole davvero piccole, che mi consentono solo movimenti di pochi centimetri.
Ci vorrà tanto lavoro, più di quanto avevo immaginato, e sarà terribilmente faticoso, come ognuna delle passeggiate mattutine con il deambulatore.
Ma mi riprenderò la mia gamba.

lunedì 25 marzo 2019

Un quarto di manzo

Stamattina il medico è arrivato presto, verso le nove, armato di quella sega circolare da gesso che mi aveva terrorizzata la prima volta che è stata usata su di me, quando avevo cinque anni e tuttora mi crea un certo disagio.
In realtà c'era ormai così tanto spazio tra il gesso e me, che ho sentito il movimento e il calore della lama solo sul polpaccio, dove il gesso era più aderente.
Tolta la parte superiore, ho dato un'occhiata alla ferita, almeno mezzo metro di graffe metalliche, alla coscia gonfia, con la pelle che sembra cuoio, alla caviglia con un accenno di zampazampogna.
Sfilare la parte inferiore del sarcofago è stato più impegnativo, mi sono dovuta sollevare e contorcere e ho rimediato un paio di graffi, ma alla fine se n'è andata anche quella. L'infermiera di turno mi ha "lavato" (= passato la spugna saponata e poi quella da risciacquo sulla parte superiore della gamba), poi il medico ha tolto i punti. Tranquilli, i primi, in una zona in cui non ho sensibilità. Su alcuni dei successivi invece ho urlato. La zona centrale del taglio sanguina ancora, l'hanno disinfettata (ahia!) e coperta con garza e cerotto.
Et voilà, libera.

Solo che non mi sento la gamba.
La parte anteriore è completamente insensibile fino a metà polpaccio, è come se tutta quella carne dalla consistenza strana non fosse mia. E non riesco muovere altro che il piede, tutto il resto non risponde ai comandi.

I fisioterapisti che erano venuti ad assistere alla liberazione sono tornati dopo la medicazione per farmi alzare.
Sedermi è stato più semplice del previsto, sono riuscita a tirarmi in piedi, ma ho dovuto chiedere quasi subito di stendermi di nuovo, in preda a nausea e capogiri.
Il letto era un disastro, pieno di polvere e frammenti di gesso e con le lenzuola bagnate, ma non ce la facevo proprio, ho dovuto rimanerci per quasi un'ora prima di riprovare ad alzarmi.
Nel frattempo con la zia abbiamo avviato il lavaggio vero, iniziando dalla pancia: un po' di scrub con la spugna insaponata per togliere la pelle morta, spugna umida per risciacquare, massaggio con crema nutriente.
Il secondo tentativo di verticalizzazione è andato meglio. Aggrappata al deambulatore ho fatto qualche passo, senza caricare peso sulla gamba destra, poi mi sono accomodata sulla solita sedia.


Camminare è stato faticoso, ma anche fastidioso: l'insensibilità di buona parte della gamba mi dava l'impressione di avere un quarto di manzo appeso al bacino da trascinare. Una sensazione sgradevole.

Sulla sedia ho verificato con grandissima soddisfazione che posso gia raggiungere un angolo di quasi 90° tra busto e coscia. Molto, molto bene. Il ginocchio invece piega ancora poco, ma dopo essere stato immobilizzato così a lungo, è normale, ci vorrà qualche giorno di esercizio per ripristinare la mobilità dell'articolazione, ci sto già lavorando.
Secondo round di pulizie: una lavata di schiena come non se ne vedevano da settimane.
Dopo pranzo lo stress e la stanchezza si sono fatti sentire: ho dovuto chiedere ai fisioterapisti di anticipare il ritorno sul letto, nel frattempo rifatto, perché avevo di nuovo nausea e capogiri.
Un po' di riposo per recuperare, poi la zia si è rimessa all'opera e ha lavato la gamba come si deve.
Ci vorranno altre sessioni di peeling e crema per riportare la pelle alla normalità, ma rispetto a stamattina è già un altro mondo.

Adesso si lavora di fisioterapia, anche a  letto, da sola, sto facendo esercizi per piegare il ginocchio. E ci riuscirò.

sabato 23 marzo 2019

Cronache dal sarcofago - E dopo?

Ormai il tempo che manca alla rimozione del gesso si conta in ore. Cerco di immaginare come sarà essere di nuovo libera... e non ci riesco. Troppe incognite, troppi dubbi.

Cosa troverò sotto il gesso? Come sarà la ferita? E quale sensibilità avrà la gamba? E il piede smetterà di farmi male?
Come riuscirò a muovermi? Quanto tempo ci vorrà per piegare di nuovo il ginocchio? E per l'anca, o meglio per ciò che ne resta?
Ho trovato in rete un'immagine che rende l'idea del tipo di intervento che è stato realizzato: sono state tolte tutte le ossa della parte inferiore del bacino (più una quantità industriale di muscoli) e il femore è stato "riattaccato" più in alto. Un capolavoro di ortopedia piuttosto impressionante.

(il mio intervento ha riguardato il lato destro, ma il concetto è questo) 

Quale mobilità potrà avere questa nuova articolazione? Quando potrò di nuovo sedermi, andare in bagno, fare una doccia? Quanto sarà lunga, faticosa e dolorosa la riabilitazione? Quando mi trasferiranno? E come? Quanto dovrò restare in ospedale?

Così tante domande che non ho il coraggio di affrontarle, le posticipo, mi dico che ci penserò dopo, le gestirò una alla volta, man mano che diventeranno indifferibili.
È un esercizio di disciplina mentale impegnativo, non sempre mi riesce, ma ci provo.

Intanto ci sono ancora un po' di ore da far passare, alcune più lievi di altre perché anche domani, come oggi, ci sarà Renato a riempirle di luce.