sabato 30 marzo 2013
giovedì 28 marzo 2013
Una parola grossa
Ci siamo!
Ritirati gli esiti di risonanza e RX torace: tutto a posto, nessun segno di recidive locali né di metastasi in giro per fegato e polmoni né di linfonodi alterati.
Significa, in soldoni, che posso festeggiare cinque anni liberi da malattia.
Di solito a questo punto scatta automatica la domanda: "Allora sei guarita?"
Ecco, "guarigione" è una parola grossa, una parola che chi si occupa seriamente di oncologia, usa assai raramente e con molta parsimonia.
Perché il cancro - anzi, i cancri perché sono centinaia di forme patologiche diverse - sono bestiacce insidiose.
Il cancro è provocato da mutazioni genetiche che rendono alcune cellule virtualmente immortali ed in grado di riprodursi in modo incontrollato. Queste mutazioni possono essere originate dalle più svariate combinazioni di fattori genetici, biologici, ambientali e comportamentali e anche quando le terapie raggiungono un completo successo e tutte le cellule malate vengono eliminate dall'organismo, può comunque accadere che quelle combinazioni si manifestino di nuovo in futuro, ricreando la stessa malattia, o che se ne producano di nuove, in grado di provocare un diverso tipo di cancro.
Per questo motivo, in oncologia di solito non si parla di guarigione, ma di sopravvivenza libera da malattia e di riduzione del rischio di ammalarsi di nuovo, idealmente fino allo stesso livello di chi non ha mai avuto il cancro.
Per molti tipi di tumore maligno, una sopravvivenza libera da malattia di cinque anni corrisponde appunto all'aver riportato il livello di rischio alla pari di quello di chi non si è mai ammalato, quindi viene identificato con il successo terapeutico.
Ovviamente, non per quello che ho avuto io.
Cioè, vi pare che io potessi accontentarmi di un cancro normale? Ma quando mai...
I liposarcomi hanno la sgradevole tendenza a recidivare anche a distanza di 8/9 anni, per cui il periodo di follow-up, di osservazione stretta, è di almeno dieci anni. Al termine dei quali, se tutto continuerà ad andare bene, il mio livello di rischio oncologico resterà comunque più alto rispetto a quello di chi non si è mai ammalato, a causa della notevole quantità di radiazioni che è stata utilizzata cinque anni fa per trattare la recidiva.
"Guarita", per me, resterà sempre una parola grossa.
Ma se lo rimane per i prossimi cinquant'anni, va benissimo.
PS: quando l'alternativo di turno vi racconta che la cognata della zia del genero del cugino del nipote della vicina di casa della nonna dopo qualche mese di terapia miracolosa è guarita, potete essere certi che si tratta di una bufala; vale la pena di interessarsi al caso solo se conoscete direttamente e personalmente (non per sentito dire, letto su internet o visto su YouTube) qualcuno che ha avuto il cancro, si è curato esclusivamente con metodi non scientificamente riconosciuti ed è ancora libero da malattia a distanza di diversi anni.
Analogamente, quando lo stesso alternativo di cui sopra vi illustra il grande inganno delle statistiche della medicina ufficiale che aumenterebbero fittiziamente le percentuali di successo delle terapie oncologiche classificando come guarito un paziente che sopravvive per cinque anni, anche se poi muore dopo cinque anni e un giorno, vi sta raccontando panzane e quelle statistiche non le ha mai nemmeno viste da lontano. Perché se le avesse davvero lette (e si trovano facilmente in Rete), non ci avrebbe mai trovato parole come guarigione e successo, ma solo sopravvivenza e sopravvivenza libera da malattia. Fermo restando che chi ha avuto il cancro, considera sicuramente un successo essere ancora vivo dopo cinque anni.
Non esistono una medicina ufficiale e una medicina alternativa: esistono solo una medicina seria e una miriade di ciarlatani.
Etichette:
cancronache,
cose belle,
riflessioni (quasi) serie
giovedì 21 marzo 2013
Metodo scientifico e interrogazioni di anatomia
Il metodo scientifico, applicato con rigore per la prima volta da Galileo Galilei, consiste nel raccogliere evidenze sperimentali ed utilizzarle per formulare, dimostrare o smentire ipotesi e teorie.
Proviamo ad applicarlo alle reazioni avverse che ho manifestato in occasione delle Risonanze Magnetiche Nucleari (RMN).
Di Galileo, della scienza e delle mie macchie da dalmata in Technicolor vi importa poco o nulla e vorreste sapere com'è andata la risonanza? Be', vorrei saperlo anch'io, ma dovrò aspettare la metà della prossima settimana.
Intanto però stamattina ho avuto un'esperienza introspettiva straordinariamente interessante ed istruttiva.
Ricordate quando parlavo di guardarsi dentro? Ecco, oggi ho avuto la possibilità di farlo, e con una guida davvero squisita.
Era la prima volta che incontravo questo radiologo, ma mi ha fatto subito un'ottima impressione per la cortesia e l'attenzione che mi ha rivolto mentre si informava sulla mia storia clinica.
Deve avermi inquadrata subito come paziente curiosa, perché appena mi sono stesa sul lettino per l'ecografia, ha girato il monitor verso di me, affermando con sicurezza: "Lei vuole vedere". Sgamata subito...
Non si è limitato a lasciarmi guardare, ma ha instaurato un dialogo, fatto di spiegazioni ma anche di domande: "Ecco, questo è il fegato. Vede come appare chiaro? È per via della steatosi, la presenza di goccioline di grasso. Un fegato normale avrebbe un'immagine più scura, simile a questo che è...?"
"Il rene?"
"Esatto. Ora sposto un po' la sonda per esaminare un altro organo che si trova a ridosso del fegato..."
"Cistifellea? Pancreas?"
"Il secondo, brava. Ha forma allungata e questa è la coda".
E via così. Ha esaminato scrupolosamente il mio addome, spiegandomi passo passo tutto quello che veniva visualizzato sul monitor e interrogandomi di tanto in tanto sui nomi e le posizioni degli organi interni.
Abbiamo esplorato la milza, seguito l'aorta e le sue biforcazioni, perché - mi ha spiegato - bisogna esaminare con particolare attenzione i linfonodi vicino ai grandi vasi sanguigni. Ho dovuto distogliere lo sguardo dal monitor per un po' quando mi sono girata sul fianco, ma ha continuato a raccontarmi quello che vedeva. È stato davvero illuminante, finalmente sono riuscita a cogliere almeno alcuni degli elementi oggettivi di un'ecografia, a dare un senso a quelle macchie indistinte che agli occhi di chi non è addetto ai lavori possono far sembrare il lavoro del radiologo quasi più vicino alla stregoneria che alla scienza.
Sulla palla ha avuto un'esitazione: gli avevo spiegato che c'era un linfocele, ma credo non se l'aspettasse così grande: per farsi spazio, ha spostato la vescica, l'utero e i grandi vasi iliaci. Per spiegarmi cosa intendeva, mi ha fatto confrontare l'immagine della parte sinistra, in cui i vene e arterie sono al loro posto, con quella destra, evidenziata dall'ecodoppler, dove sono evidenti lo spostamento verso il basso e la compressione esercitati dalla palla con conseguenti... "Formicolii, problemi di circolazione e parestesie" ho concluso io.
Sempre con assoluta delicatezza, mi ha fatto notare lo spessore del mio strato di grasso addominale, indicandomi quale dovrebbe essere in condizioni normali. No, non ve lo dico quanto ne ho in più, ma fidatevi: è troppo!
Ha preparato il referto subito dopo l'esame e me l'ha consegnato dopo pochi minuti. Probabilmente la procedura di invio a domicilio che era stata introdotta qualche mese fa, oltre ad essere sgradita ai pazienti, non ha migliorato l'efficienza (e come avrebbe potuto, dato che introduceva attività aggiuntive?): spero sia stata abbandonata definitivamente.
Tutto a posto, nessuna anomalia, niente di preoccupante.
Per completa tranquillità devo aspettare l'esito della radiografia al torace e della risonanza, però a questo punto sono decisamente ottimista.
PS: Rita, avevi ragione: dalle stalle di ieri alle stelle di oggi...
- quando mi hanno infuso sia il mezzo di contrasto che il Buscopan senza premedicazione (il trattamento preventivo per le allergie a basa di cortisone e antistaminici) mi sono ricoperta di grosse chiazze rosse e gonfie su spalle, braccia, torace e addome: robe che la Pimpa al confronto mi fa un baffo
- quando mi hanno infuso sia il mezzo di contrasto che il Buscopan con premedicazione sono comparse alcune chiazze rosse
- quando mi hanno infuso solo il Buscopan, senza mezzo di contrasto e senza premedicazione, sono comparse le chiazze rosse
- quando mi hanno infuso solo il mezzo di contrasto, senza Buscopan, e con premedicazione (cioè l'altroieri), non sono comparse le chiazze rosse
Di Galileo, della scienza e delle mie macchie da dalmata in Technicolor vi importa poco o nulla e vorreste sapere com'è andata la risonanza? Be', vorrei saperlo anch'io, ma dovrò aspettare la metà della prossima settimana.
Intanto però stamattina ho avuto un'esperienza introspettiva straordinariamente interessante ed istruttiva.
Ricordate quando parlavo di guardarsi dentro? Ecco, oggi ho avuto la possibilità di farlo, e con una guida davvero squisita.
Era la prima volta che incontravo questo radiologo, ma mi ha fatto subito un'ottima impressione per la cortesia e l'attenzione che mi ha rivolto mentre si informava sulla mia storia clinica.
Deve avermi inquadrata subito come paziente curiosa, perché appena mi sono stesa sul lettino per l'ecografia, ha girato il monitor verso di me, affermando con sicurezza: "Lei vuole vedere". Sgamata subito...
Non si è limitato a lasciarmi guardare, ma ha instaurato un dialogo, fatto di spiegazioni ma anche di domande: "Ecco, questo è il fegato. Vede come appare chiaro? È per via della steatosi, la presenza di goccioline di grasso. Un fegato normale avrebbe un'immagine più scura, simile a questo che è...?"
"Il rene?"
"Esatto. Ora sposto un po' la sonda per esaminare un altro organo che si trova a ridosso del fegato..."
"Cistifellea? Pancreas?"
"Il secondo, brava. Ha forma allungata e questa è la coda".
E via così. Ha esaminato scrupolosamente il mio addome, spiegandomi passo passo tutto quello che veniva visualizzato sul monitor e interrogandomi di tanto in tanto sui nomi e le posizioni degli organi interni.
Abbiamo esplorato la milza, seguito l'aorta e le sue biforcazioni, perché - mi ha spiegato - bisogna esaminare con particolare attenzione i linfonodi vicino ai grandi vasi sanguigni. Ho dovuto distogliere lo sguardo dal monitor per un po' quando mi sono girata sul fianco, ma ha continuato a raccontarmi quello che vedeva. È stato davvero illuminante, finalmente sono riuscita a cogliere almeno alcuni degli elementi oggettivi di un'ecografia, a dare un senso a quelle macchie indistinte che agli occhi di chi non è addetto ai lavori possono far sembrare il lavoro del radiologo quasi più vicino alla stregoneria che alla scienza.
Sulla palla ha avuto un'esitazione: gli avevo spiegato che c'era un linfocele, ma credo non se l'aspettasse così grande: per farsi spazio, ha spostato la vescica, l'utero e i grandi vasi iliaci. Per spiegarmi cosa intendeva, mi ha fatto confrontare l'immagine della parte sinistra, in cui i vene e arterie sono al loro posto, con quella destra, evidenziata dall'ecodoppler, dove sono evidenti lo spostamento verso il basso e la compressione esercitati dalla palla con conseguenti... "Formicolii, problemi di circolazione e parestesie" ho concluso io.
Sempre con assoluta delicatezza, mi ha fatto notare lo spessore del mio strato di grasso addominale, indicandomi quale dovrebbe essere in condizioni normali. No, non ve lo dico quanto ne ho in più, ma fidatevi: è troppo!
Ha preparato il referto subito dopo l'esame e me l'ha consegnato dopo pochi minuti. Probabilmente la procedura di invio a domicilio che era stata introdotta qualche mese fa, oltre ad essere sgradita ai pazienti, non ha migliorato l'efficienza (e come avrebbe potuto, dato che introduceva attività aggiuntive?): spero sia stata abbandonata definitivamente.
Tutto a posto, nessuna anomalia, niente di preoccupante.
Per completa tranquillità devo aspettare l'esito della radiografia al torace e della risonanza, però a questo punto sono decisamente ottimista.
PS: Rita, avevi ragione: dalle stalle di ieri alle stelle di oggi...
Etichette:
analisi e controlli,
attesa,
pillole di scienza,
speranza
sabato 16 marzo 2013
Esercizi di serenità
Di recente sono stata coinvolta in una sgradevole polemica innescata da due altrettanto sgradevoli soggetti che hanno dispensato offese, calunnie e malignità varie, prive di qualsiasi fondamento, nei confronti miei e di alcune altre persone.
All'inizio la cosa mi è pesata molto, anche perché questi personaggi erano arrivati addirittura a mettere in dubbio la mia onestà. Ho passato un paio di giorni con il sangue che mi ribolliva per l'indignazione.
Poi però è successo qualcosa.
Ero tornata dal lavoro verso le 14, ho salutato il Ciccio, ho messo a scaldare nel microonde la pastasciutta che Renato mi aveva lasciato, e mentre andavo a mettere un canovaccio nella cesta dei panni da lavare sono passata davanti al mio pianoforte, l'ho guardato e all'improvviso mi sono resa conto di quello che avevo intorno.
La mia casa piena di cose che amo. I miei amori, Renato e il Ciccio. Tante bellissime persone a cui voglio bene. Un lavoro che mi dà soddisfazione.
Ho sentito tutte queste cose buone e ho deciso che quei due rivoltanti individui non contano niente, che non meritano che io sacrifichi la mia serenità a causa loro. Io so che le loro accuse ed insinuazioni sono false e lo sanno anche le persone che per me sono importanti, il resto non importa. È bastato un secondo per rimettere la situazione nella giusta prospettiva, per ridare alle cose il giusto peso.
È stato un atto di volontà , un esercizio di serenità di cui avevo estremo bisogno, perché ora ci sono da affrontare cose più importanti di queste persone meschine.
È periodo di controlli.
Le analisi del sangue sono buone, a parte i soliti globuli bianchi latitanti, ma almeno rispetto all'ultima volta sono risaliti un pochino. Colesterolo altino, come sempre, ma ce n'è tanto di quello buono e i trigliceridi sono bassi. Parametri epatici eccellenti, a conferma di alcune buone scelte alimentari degli ultimi mesi.
Nei prossimi giorni mi aspettano RX torace, risonanza magnetica con mezzo di contrasto (e relativa vagonata di cortisone e antistaminico) ed ecografia.
La mia serenità, ora, mi serve tutta.
All'inizio la cosa mi è pesata molto, anche perché questi personaggi erano arrivati addirittura a mettere in dubbio la mia onestà. Ho passato un paio di giorni con il sangue che mi ribolliva per l'indignazione.
Poi però è successo qualcosa.
Ero tornata dal lavoro verso le 14, ho salutato il Ciccio, ho messo a scaldare nel microonde la pastasciutta che Renato mi aveva lasciato, e mentre andavo a mettere un canovaccio nella cesta dei panni da lavare sono passata davanti al mio pianoforte, l'ho guardato e all'improvviso mi sono resa conto di quello che avevo intorno.
La mia casa piena di cose che amo. I miei amori, Renato e il Ciccio. Tante bellissime persone a cui voglio bene. Un lavoro che mi dà soddisfazione.
Ho sentito tutte queste cose buone e ho deciso che quei due rivoltanti individui non contano niente, che non meritano che io sacrifichi la mia serenità a causa loro. Io so che le loro accuse ed insinuazioni sono false e lo sanno anche le persone che per me sono importanti, il resto non importa. È bastato un secondo per rimettere la situazione nella giusta prospettiva, per ridare alle cose il giusto peso.
Ehm... no, questo ancora non è "giusto"
È stato un atto di volontà , un esercizio di serenità di cui avevo estremo bisogno, perché ora ci sono da affrontare cose più importanti di queste persone meschine.
È periodo di controlli.
Le analisi del sangue sono buone, a parte i soliti globuli bianchi latitanti, ma almeno rispetto all'ultima volta sono risaliti un pochino. Colesterolo altino, come sempre, ma ce n'è tanto di quello buono e i trigliceridi sono bassi. Parametri epatici eccellenti, a conferma di alcune buone scelte alimentari degli ultimi mesi.
Nei prossimi giorni mi aspettano RX torace, risonanza magnetica con mezzo di contrasto (e relativa vagonata di cortisone e antistaminico) ed ecografia.
La mia serenità, ora, mi serve tutta.
oooooommmmm!
Etichette:
cancronache,
cose belle,
gattume,
riflessioni (quasi) serie
venerdì 15 marzo 2013
Bestiario autostradale
Esemplari osservati oggi nel tratto Padova-Portogruaro della A4:
- conducente di Panda che blocca per quasi 5 minuti un casello in entrata: pare non riuscisse a prendere il biglietto
- innumerevoli idioti che occupano la corsia di sorpasso benché non stiano sorpassando proprio nessuno
- una degli idioti di cui sopra che traffica con il cellulare mentre procede a 90km/h
- un altro degli idioti di cui sopra - ma questo pure criminale - che tracanna una bottiglia di birra mentre guida
- un folle che sorpassa sulla rampa a doppio senso di marcia
Etichette:
curiosità,
vita quotidiana
mercoledì 13 marzo 2013
Conversazioni domestiche 4
Io - "Quando hai lavato i piatti?"Lui - "Stamattina."
Io - "Prima di andare al lavoro?"
Lui - "Sì."
Io - "Ma a che ora ti sei alzato?"
Lui - "Alle 7, come al solito."
Io - "E hai avuto il tempo di lavare i piatti?"
Lui - "Mi dava fastidio vederli lì da ieri sera."
Io - O_O
Ora, io non so se davvero lo Spirito Santo stia assistendo i cardinali riuniti in conclave a Roma. Di sicuro però stamattina deve aver fatto una capatina da queste parti, perché non si spiega altrimenti un simile caso di illuminazione divina.
PS: abbiamo la lavastoviglie, ma alcune cose vanno comunque lavate a mano (alluminio, cucchiai di legno, coltello di ceramica...) e questo è compito di Renato.
Etichette:
conversazioni domestiche
mercoledì 27 febbraio 2013
Ancora una e dopo basta
Come al solito, parto da lontano e la prendo larga. Ma davvero larga, quindi se volete sapere dove andrò a parare, armatevi di pazienza.
Pur non essendo credente, non ho nulla contro le suore, anzi di solito le trovo simpatiche.
Sarà che ne ho una in famiglia che è un eccellente esempio di carattere equilibrato ed efficienza professionale, sarà che la maggior parte di quelle che ho conosciuto sono persone gradevoli e serene e non di rado dotate di apertura mentale e tolleranza ben superiori a quelle di tanti intellettuali "illuminati", tanto ingabbiati dalle loro ideologie anticlericali quanto lo sono certi fondamentalisti religiosi.
Da ragazzina sono rimasta molto perplessa nello scoprire che diversi coetanei ritenevano le suore portatrici di sfortuna, tanto che dalle nostre parti era prassi comune - vedendone una - cercare di scaricare la presunta iella sulla persona più vicina, toccandole una spalla e pronunciando la formula scaramantica "Suora tua!". Ho sempre accettato di buon grado di essere vittima di questi rituali antisfiga, che per me non avevano alcun valore, ma servivano evidentemente agli altri per sentirsi meglio.
Sicuramente la mia opinione positiva sulle suore è stata influenzata dalle esperienze infantili e per ricostruirne l'origine bisogna andare indietro di una quarantina d'anni e spostarsi a Battaglia Terme, alle pendici dei Colli Euganei, nello stabilimento termale INPS in cui mia madre, la Maria, ha lavorato per molti anni.
Era uno stabilimento enorme, degno antenato dei moderni resort, dotato di tutti i servizi e in grado di ospitare parecchie centinaia di assistiti, che si avvicendavano durante tutto l'anno, ad eccezione del periodo natalizio, con turni di due settimane interamente a carico dell'INPS, che rimborsava anche le spese di trasporto, arrivando persino a fornire il "cestino" con il pranzo al sacco per il viaggio di ritorno (capite ora che non c'è da stupirsi se poi l'INPS si è trovato con i conti in rosso...).
Naturalmente c'era il reparto cure S. Elena, con vasche di fanghi termali alimentate da una sorgente di acqua calda, una straordinaria grotta naturale, postazioni per bagni e inalazioni.
La struttura residenziale comprendeva camere da letto e bagni, la sala da pranzo, due grandi sale comuni con televisore e tavolini, il bar di Ilario con il bilardo, un piccolo bazar e addirittura una cappella, in cui l'anziano don Valente veniva ogni giorno a celebrare Messa.
Nel corpo centrale si trovavano anche gli ambulatori in cui la mamma svolgeva il suo lavoro insieme ai medici e alle altre infermiere, gli uffici e addirittura un laboratorio di analisi e una piccola radiologia. Per il personale sanitario e amministrativo c'era una sala da pranzo separata con una piccola cucina; i pasti arrivavano con un montacarichi dalla cucina principale, ma Franco, l'addetto al servizio di sala, era sempre disponibile per preparare uno spuntino fuori orario quando le esigenze di servizio impedivano a qualcuno di sedersi a tavola all'orario consueto. Figuriamoci se la Maria non si infilava ogni tanto in cucina a preparare qualche manicaretto... E anche qualche scherzo: ricordo che una volta presentò ai colleghi pesche con la maionese, sostenendo, con perfetta faccia di bronzo, che si trattava di una specialità di alta cucina francese: le fecero anche i complimenti!
La gigantesca cucina principale era gestita con competenza e pugno di ferro dalla altrettanto gigantesca capo cuoca Armida, un donnone rubicondo con mani grandi come badili (chissà se era davvero così mastodontica oppure è solo il mio ricordo di bambina?).
Ho tanti ricordi di quello stabilimento: da bambina sono andata innumerevoli volte a trovare la mamma al lavoro e lì mi conoscevano tutti. Ho passato ore a giocare nel parco, a esplorare i sotterranei, a usare la macchina per scrivere in segreteria (ecco, ho scoperto l'altarino, ora sapete da dove è nata la mia velocità di battitura...), a "mettere in ordine" le confezioni dei farmaci nell'ambulatorio della mamma, ovviamente secondo criteri tutti miei, basati fondamentalmente su dimensione e colore delle scatole, a correre per i corridoi, approfittando dei pavimenti in marmo trattati a cera per "pattinare".
Ho voluto ricordare queste cose non solo per un accesso di nostalgia senile, ma anche perché di tutto questo non è rimasto niente. Lo stabilimento è chiuso dal 1993, abbandonato e ormai in rovina ed è davvero un peccato che una struttura così notevole non venga utilizzata in qualche modo. Cercando le foto per questo post, ho trovato un video su YouTube che ne descrive la desolazione e ci sono rimasta davvero male.
Che c'entrano le suore? Ora ci arrivo.
All'interno dello stabilimento, in un appartamento all'ultimo piano, risiedeva una piccola comunità di suore, appartenenti all'Ordine delle Figlie di San Giuseppe, che si occupavano con precisione e competenza di alcuni servizi: Suor Stefana amministrava con assoluto rigore la segreteria, Suor Gerolama - poi trasferita alla Casa Madre di Roma e sostituita da Suor Domenichina - era responsabile della dispensa e degli acquisti alimentari, Suor Ermelinda gestiva il magazzino, Suor Ida il guardaroba... Le suore mi erano affezionatissime (e io a loro); la mia condizione di "orfana di fatto" (mio padre era vivo, ma abitava dall'altra parte del mondo e non si è mai occupato di me) era per loro fonte di grande dispiacere e di incessanti preghiere.
Quando andavo a trovare la mamma, le suore dividevano con me il loro pasto. E finalmente arriviamo al punto: Suor Ernestina.
Avete presente il film Sister Act? Vi ricordate di Suor Maria Patrizia, quella grossa e sempre allegra e sorridente? Ecco, suor Ernestina era proprio così: una enorme, straripante inesauribile sorgente di buonumore.
A volte capitava che a tavola ci fosse qualche particolare leccornia, come le ciliegie o le patatine fritte. Le altre suore rinunciavano volentieri alla loro parte per lasciarne un po' di più per me.
Questi "fioretti" però erano troppo per il vorace appetito di Suor Ernestina: mettevamo il piatto in mezzo tra noi due e ci servivamo a turno. Ad ogni ciliegia - o patatina - Suor Ernestina doveva fare i conti con un pizzico di senso di colpa per non riuscire a resistere alle tentazioni della gola e diceva "Ancora una e dopo basta!"... e naturalmente il "basta" arrivava davvero solo quando il piatto era vuoto.
Quel modo di dire mi è tornato in mente qualche giorno fa, insieme a tutta l'ondata di ricordi che ho rovesciato su questa pagina, quando ho tirato fuori un vecchio pigiama che mi era stato regalato più o meno vent'anni fa, e ho deciso di utilizzarlo per l'ultima volta prima di buttarlo.
Ancora una e dopo basta.
Pur non essendo credente, non ho nulla contro le suore, anzi di solito le trovo simpatiche.
Sarà che ne ho una in famiglia che è un eccellente esempio di carattere equilibrato ed efficienza professionale, sarà che la maggior parte di quelle che ho conosciuto sono persone gradevoli e serene e non di rado dotate di apertura mentale e tolleranza ben superiori a quelle di tanti intellettuali "illuminati", tanto ingabbiati dalle loro ideologie anticlericali quanto lo sono certi fondamentalisti religiosi.
Da ragazzina sono rimasta molto perplessa nello scoprire che diversi coetanei ritenevano le suore portatrici di sfortuna, tanto che dalle nostre parti era prassi comune - vedendone una - cercare di scaricare la presunta iella sulla persona più vicina, toccandole una spalla e pronunciando la formula scaramantica "Suora tua!". Ho sempre accettato di buon grado di essere vittima di questi rituali antisfiga, che per me non avevano alcun valore, ma servivano evidentemente agli altri per sentirsi meglio.
Sicuramente la mia opinione positiva sulle suore è stata influenzata dalle esperienze infantili e per ricostruirne l'origine bisogna andare indietro di una quarantina d'anni e spostarsi a Battaglia Terme, alle pendici dei Colli Euganei, nello stabilimento termale INPS in cui mia madre, la Maria, ha lavorato per molti anni.
Era uno stabilimento enorme, degno antenato dei moderni resort, dotato di tutti i servizi e in grado di ospitare parecchie centinaia di assistiti, che si avvicendavano durante tutto l'anno, ad eccezione del periodo natalizio, con turni di due settimane interamente a carico dell'INPS, che rimborsava anche le spese di trasporto, arrivando persino a fornire il "cestino" con il pranzo al sacco per il viaggio di ritorno (capite ora che non c'è da stupirsi se poi l'INPS si è trovato con i conti in rosso...).
Naturalmente c'era il reparto cure S. Elena, con vasche di fanghi termali alimentate da una sorgente di acqua calda, una straordinaria grotta naturale, postazioni per bagni e inalazioni.
La struttura residenziale comprendeva camere da letto e bagni, la sala da pranzo, due grandi sale comuni con televisore e tavolini, il bar di Ilario con il bilardo, un piccolo bazar e addirittura una cappella, in cui l'anziano don Valente veniva ogni giorno a celebrare Messa.
Nel corpo centrale si trovavano anche gli ambulatori in cui la mamma svolgeva il suo lavoro insieme ai medici e alle altre infermiere, gli uffici e addirittura un laboratorio di analisi e una piccola radiologia. Per il personale sanitario e amministrativo c'era una sala da pranzo separata con una piccola cucina; i pasti arrivavano con un montacarichi dalla cucina principale, ma Franco, l'addetto al servizio di sala, era sempre disponibile per preparare uno spuntino fuori orario quando le esigenze di servizio impedivano a qualcuno di sedersi a tavola all'orario consueto. Figuriamoci se la Maria non si infilava ogni tanto in cucina a preparare qualche manicaretto... E anche qualche scherzo: ricordo che una volta presentò ai colleghi pesche con la maionese, sostenendo, con perfetta faccia di bronzo, che si trattava di una specialità di alta cucina francese: le fecero anche i complimenti!
La gigantesca cucina principale era gestita con competenza e pugno di ferro dalla altrettanto gigantesca capo cuoca Armida, un donnone rubicondo con mani grandi come badili (chissà se era davvero così mastodontica oppure è solo il mio ricordo di bambina?).
All'epoca non c'erano cooperative o società di servizi esterni, quindi nel seminterrato dello stabilimento (che i dipendenti chiamavano "sotterranei"), oltre ai locali tecnici (caldaia, centrale elettrica), c'erano la lavanderia, la stireria, il guardaroba, il magazzino, la dispensa, l'officina dei manutentori e addirittura una piccola falegnameria.
Il giardino... no, non era un giardino, ma un vero e proprio parco, amorevolmente curato da un piccolo drappello di giardinieri, e comprendeva giardini all'italiana con aiole geometriche sempre piene di fiori colorati ed una fontana di acqua calda, zone alberate, un grande prato e un meraviglioso viale contornato da enormi magnolie.
Ho tanti ricordi di quello stabilimento: da bambina sono andata innumerevoli volte a trovare la mamma al lavoro e lì mi conoscevano tutti. Ho passato ore a giocare nel parco, a esplorare i sotterranei, a usare la macchina per scrivere in segreteria (ecco, ho scoperto l'altarino, ora sapete da dove è nata la mia velocità di battitura...), a "mettere in ordine" le confezioni dei farmaci nell'ambulatorio della mamma, ovviamente secondo criteri tutti miei, basati fondamentalmente su dimensione e colore delle scatole, a correre per i corridoi, approfittando dei pavimenti in marmo trattati a cera per "pattinare".
Ho voluto ricordare queste cose non solo per un accesso di nostalgia senile, ma anche perché di tutto questo non è rimasto niente. Lo stabilimento è chiuso dal 1993, abbandonato e ormai in rovina ed è davvero un peccato che una struttura così notevole non venga utilizzata in qualche modo. Cercando le foto per questo post, ho trovato un video su YouTube che ne descrive la desolazione e ci sono rimasta davvero male.
Che c'entrano le suore? Ora ci arrivo.
All'interno dello stabilimento, in un appartamento all'ultimo piano, risiedeva una piccola comunità di suore, appartenenti all'Ordine delle Figlie di San Giuseppe, che si occupavano con precisione e competenza di alcuni servizi: Suor Stefana amministrava con assoluto rigore la segreteria, Suor Gerolama - poi trasferita alla Casa Madre di Roma e sostituita da Suor Domenichina - era responsabile della dispensa e degli acquisti alimentari, Suor Ermelinda gestiva il magazzino, Suor Ida il guardaroba... Le suore mi erano affezionatissime (e io a loro); la mia condizione di "orfana di fatto" (mio padre era vivo, ma abitava dall'altra parte del mondo e non si è mai occupato di me) era per loro fonte di grande dispiacere e di incessanti preghiere.
Quando andavo a trovare la mamma, le suore dividevano con me il loro pasto. E finalmente arriviamo al punto: Suor Ernestina.
Avete presente il film Sister Act? Vi ricordate di Suor Maria Patrizia, quella grossa e sempre allegra e sorridente? Ecco, suor Ernestina era proprio così: una enorme, straripante inesauribile sorgente di buonumore.
A volte capitava che a tavola ci fosse qualche particolare leccornia, come le ciliegie o le patatine fritte. Le altre suore rinunciavano volentieri alla loro parte per lasciarne un po' di più per me.
Questi "fioretti" però erano troppo per il vorace appetito di Suor Ernestina: mettevamo il piatto in mezzo tra noi due e ci servivamo a turno. Ad ogni ciliegia - o patatina - Suor Ernestina doveva fare i conti con un pizzico di senso di colpa per non riuscire a resistere alle tentazioni della gola e diceva "Ancora una e dopo basta!"... e naturalmente il "basta" arrivava davvero solo quando il piatto era vuoto.
Quel modo di dire mi è tornato in mente qualche giorno fa, insieme a tutta l'ondata di ricordi che ho rovesciato su questa pagina, quando ho tirato fuori un vecchio pigiama che mi era stato regalato più o meno vent'anni fa, e ho deciso di utilizzarlo per l'ultima volta prima di buttarlo.
Ancora una e dopo basta.
Etichette:
mamma,
ricordi,
vita quotidiana
Iscriviti a:
Post (Atom)






















