giovedì 5 maggio 2016

Giorni di blackout

I giorni tra l'esecuzione di un esame importante e il ritiro degli esiti sono un tempo sospeso.
Nell'attesa di un verdetto che potrebbe cambiarmi la vita, tutto rimane congelato. Difficile prendere decisioni, avviare progetti, assumere impegni. Impossibile guardare più in là del giorno previsto per la risposta.
È un blackout, uno schermo nero, un vuoto che è meglio non cercare di riempire, perché i pensieri potrebbero prendere direzioni pericolose.

Tutte le strade sono possibili, ma non c'è nessuna scelta, il cammino è già stabilito, ma ancora sconosciuto.

Non è facile gestire la tentazione del buio, di ridurre tutto alla sola attesa, di chiudermi in un bozzolo escludendo tutto e tutti. Ma cedere significherebbe rinunciare a questo tempo, gettarlo via. E io non ho tempo da sprecare.
Così cerco ogni giorno, faticosamente, di costruire una ragionevole normalità, di usare bene il mio tempo, di riempirlo di cose che mi fanno stare bene.
Non è facile, a volte non ci riesco. E c'è sempre qualcuno ci mette del suo per rendermi le cose più difficili.

Ma ogni giorno c'è anche chi mi porta raggi di sole per illuminare il cuore. 
Renato più di chiunque altro, che mi supporta (e mi sopporta) in ogni modo possibile. Le fusa e le coccole di Aki e Gandalf, naturalmente. Ma anche tanti altri che mi regalano una parola gentile, una coccola (vero, sorellina?), un gatto della buonanotte (vero, Rita?), la pazienza di ascoltare i miei sfoghi (vero, Cris?), un pensiero affettuoso (vero, Sclippa?).
Grazie a tutti voi, che rendete ricco anche questo tempo.

lunedì 2 maggio 2016

È stata dura

Stamattina ho fatto la risonanza magnetica dell'addome completo. Questa volta è stata dura.
È un esame inconsueto, di solito si fa l'addome superiore oppure quello inferiore, non entrambi. A me però serviva un controllo più esteso, perché l'ultimo intervento ha interessato tutto all'addome. Quindi doppia dose.
Un'ora e venti con il corpo completamente inserito nel tunnel stretto dell'apparecchiatura, cercando di restare più possibile immobile. I rumori forti e martellanti della macchina che mi risuonavano in tutto il corpo, solo in parte attutiti dai tappi per le orecchie. Ogni tanto la richiesta di trattenere il fiato per un'apnea di durata aleatoria, a volte brevissima, altre lunga fino quasi al limite della mia resistenza.

Ma soprattutto il dolore intenso, all'inguine e alla parte alta della coscia, che mi accompagna a tratti già da diverse settimane, in particolare quando rimango un po' in piedi, e stamattina mi ha tormentato per quasi tutta la durata dell'esame. Dopo forse tre quarti d'ora ha iniziato a dolermi anche la spalla sinistra, evidentemente infastidita dalla prolungata posizione del braccio in estensione sopra la testa. Un calvario. 
Più di una volta sono stata sul punto di premere il pulsante del campanello di allarme per chiedere una pausa, poi stringevo i denti e resistevo, dicendomi che perché l'esame fosse efficace dovevo arrivare fino in fondo. Ho addirittura aperto gli occhi diverse volte, una cosa che normalmente non faccio per evitare l'effetto claustrofobico del tunnel.
Dopo una sequenza particolarmente lunga stavo per attivare l'allarme, quando ho sentito la voce della tecnica di radiologia: "è finita". Sollievo.

Mentre mi rivestivo, ho notato il solito arrossamento su petto, spalle e schiena, nonostante avessi seguito il protocollo di premedicazione, a base di cortisone è antistaminico, contro il rischio di razioni allergiche. Poco male, dopo un po' passa da solo e senza conseguenze: sono rimasta in zona per un po', approfittando del tempo di osservazione per rompere il digiuno con un muffin e un bicchiere di latte al bar, richiedere la copia della cartella clinica dell'ultimo intervento e consegnare all'Ufficio Relazioni con il Pubblico una sintesi delle osservazioni, alcune positive e altre negative, sull'esperienza del ricovero di fine gennaio.
Quando il rossore si è attenuato, ho avuto finalmente il permesso di tornare a casa.
Ho sbadigliato per tutto il viaggio di ritorno: l'antistaminico mi provoca una invincibile sonnolenza. Ora faccio fatica a tenere gli occhi aperti: mi appallottolo sul divano e buonanotte!

domenica 1 maggio 2016

Come le star

E poi un giorno, all'uscita da lavoro, un messaggio su Whatsapp ti informa che c'è la tua intervista, con tanto di foto, su OncoLine, il nuovo canale di oncologia di Repubblica.it: mica pizza e fichi!
E son soddisfazioni...

domenica 24 aprile 2016

Attività domenicali

Stamattina mi sono dedicata alle consuete attività domenicali: aggiornare la contabilità, archiviare documenti, gestire le incombenze burocratiche legate all'amministrazione di sostegno delle zie... Insomma, quello che si fa normalmente nei giorni festivi. O magari anche no.
Tra le pratiche da gestire c'era un pagamento da effettuare tramite home banking. Per completare l'operazione, bisogna telefonare a un numero verde e inserire un codice numerico di autorizzazione. Per farlo, serve evidentemente la tastiera numerica del cellulare.
Io ho aperto la calcolatrice.
Be', è pur sempre una tastiera numerica, no?


mercoledì 20 aprile 2016

Pesi da scaricare

Quasi un mese e mezzo senza nemmeno due righe sul blog: così non va.
Sono state settimane intense di impegni, affrontati a testa bassa, strizzando gli occhi per il sonno, stringendo i denti per arrivare in fondo, per chiudere finalmente qualche capitolo.
Ho dedicato tutte le mie energie a cercare di togliermi di dosso qualcuno dei tanti, troppi pesi che avevo sulle spalle, a portare a termine compiti che mi ero più o meno volontariamente accollata, con l'obiettivo di dire finalmente "basta", di ritrovare i miei spazi, il mio tempo, la mia serenità.

Ce la sto mettendo tutta, davvero. Facendomi aiutare dove non riesco ad arrivare da sola. Accettando l'idea che alcune cose non saranno fatte nel modo migliore. Dicendo "no".
Eppure ogni volta che mi sembra di aver finito qualcosa, di poter finalmente tirare una linea e girare pagina, arriva qualcuno a scaricarmi addosso ancora responsabilità, preoccupazioni, tensioni. A cercare di coinvolgermi in qualcosa di cui non ho nessuna voglia di occuparmi. A gettarmi altri pesi sulle spalle. A fingere di non aver sentito il mio "no".
Basta, sono stanca.
Ho deciso di eliminare dalla mia vita alcune cose che la stavano caricando solo di ansia, rubando il mio tempo senza darmi in cambio nulla di buono e lo farò, senza guardare in faccia nessuno, perché ho bisogno di una migliore qualità di vita.
Ho bisogno di weekend in cui fare solo le cose che mi piacciono e che mi fanno stare bene, senza l'ansia di scadenze da rispettare. Ho bisogno di tempo libero che sia davvero libero. Ho bisogno di occuparmi di me stessa, di Renato e dei miei gatti. Di dedicare un po' di tempo agli amici. Di ascoltarmi e di ascoltare. Di scrivere sul blog. Di riposare.
Quindi adesso prendo fiato, finisco le ultime cose e poi basta. Sul serio.

mercoledì 9 marzo 2016

Non è poi così male

Ammalarsi di cancro è una brutta cosa.
Avere una recidiva è una cosa orribile.
Che dire allora della seconda recidiva?

In fondo non è stato così terribile come può sembrare.
Innanzitutto perché se sono arrivata alla seconda recidiva, significa che sono sopravvissuta alle prime due, che non è cosa da disprezzare.
E poi... quasi non me ne sono accorta.
Alla fine, ho saputo di avere di nuovo il cancro solo quando non c'è l'avevo più (almeno spero!), dopo l'intervento chirurgico.
Non voglio dire che sia meglio non sapere e men che meno che sia opportuno mentire a un malato, ma aver pensato fino all'ultimo che si trattasse di una massa benigna probabilmente mi ha risparmiato una buona dose di ansia.

Ho affrontato l'iter per-operatorio e il ricovero in modo abbastanza rilassato. 
Addirittura in ospedale mi sentivo quasi in imbarazzo davanti agli altri pazienti, perché il mio problema non era strettamente oncologico (o meglio, credevo che non lo fosse) e pareva meschino di fronte alle patologie "vere" degli altri ospiti del reparto.

E ora... continuo a essere rilassata e non capisco se è saggezza, incoscienza o magari una qualche forma di rifiuto psicologico per autodifesa. 
E mi commuove profondamente rendermi conto di quanto invece altri si preoccupano per me.

martedì 1 marzo 2016

Di nuovo in giostra

Tutto come da programma.
L'oncologo mi ha visitata, ha constatato il buon andamento post-operatorio e mi ha riportato i controlli a tre mesi. "Per il primo anno" ha detto, quasi scusandosi. Poi, sulla lettera per il medico di base, ha scritto, a malincuore, "recidiva".
Ho accolto la sentenza con una buona dose di rassegnazione: non mi aspettavo niente di diverso.
Si risale sulla giostra dei controlli ravvicinati, quella che va così veloce che appena finisce un giro, inizia subito il successivo.
Ogni controllo richiede un paio di giorni lavorativi, articolati su circa tre settimane:
  • giorno 0: impegnativa dal medico di base per le analisi del sangue (un quarto di giornata lavorativa)
  • giorno 3: prelievo per le analisi del sangue (un quarto di giornata lavorativa - meno male che l'esito si può ritirare on-line)
  • giorno 10: uno o più esami tra ecografia, risonanza magnetica, TAC, RX torace (da mezza a una giornata lavorativa, a seconda che serva la preparazione al mezzo di contrasto oppure no)
  • giorno 20: visita con l'oncologo (almeno mezza giornata lavorativa)
Se tutto va bene, si può tirare il fiato per tre o quattro settimane, prima di iniziare a preoccuparsi per il controllo successivo.
Vita da paziente oncologica, vita con l'orizzonte corto, in cui non si può guardare tanto avanti, perché là in fondo potrebbe esserci il vuoto. Vita in giostra, con le emozioni che salgono e scendono veloci, dalla speranza alla paura, e poi di nuovo. Su e giù, su e giù.
A me piacciono le giostre.
Quelle con i cavalli, però.