sabato 17 gennaio 2026

Decimo intervento: fatto!


Giovedì mi sono alzata prestissimo, alle quattro, perché dovevo fare la doccia pre-operatoria e presentarmi al reparto week surgery di Castelfranco alle sei e mezza, anche se poi mi hanno fatta entrare verso le sette.
Siamo arrivati come sempre con un po' di anticipo e ci siamo fermati vicino all'ingresso del reparto, nell'area ben identificata dal cartello "Zona attesa ricoveri, attendere qui la chiamata". 


Cartello completamente ignorato da una famiglia arrivata poco dopo di noi, a cui nemmeno la presenza di diverse persone in attesa ha fatto sorgere il minimo dubbio: convinti che l'ospedale fosse lì solo per loro, hanno marciato compatti verso la porta e si sono attaccati al campanello, ovviamente senza ottenere nulla. Solo allora hanno realizzato che forse, magari, bisognava aspettare di essere chiamati come tutti gli altri. 
L'osservazione della fauna ospedaliera offre sempre qualche spunto interessante per la comprensione della natura umana!

Mentre aspettavo la mia chiamata, ho dato un'occhiata alla bacheca degli avvisi, imbattendomi in una perla grammaticale inedita, che si aggiunge all'elenco di forme univerbate improprie tristemente diffuse ormai da qualche anno: apposto, avvolte, apparte e affianco, .


Finalmente è arrivato il mio turno e un'infermiera molto gentile ha eseguito l'accettazione, registrato in cartella le informazioni su allergie, farmaci assunti e contatti di emergenza, ha applicato il braccialetto identificativo e mi ha accompagnata in camera, dove ha misurato pressione e frequenza cardiaca ed effettuato con grande abilità e delicatezza un prelievo di sangue. 
Giusto il tempo di indossare il camice ospedaliero e sono venuti a prendermi per andare in sala operatoria. 
L'intervento è stato più semplice e più breve del previsto: c'erano pochi calcoli da rimuovere e, a differenza della volta precedente, si sono staccati facilmente. E si è staccato anche uno dei due punti interni, residui dell'intervento di amputazione, che sono la causa di questo problema, perché hanno creato sulla parete interna della vescica un'irregolarità su cui si fermano i cristalli di minerali che accumulandosi formano i calcoli. Il dimezzamento della causa fa ben sperare per una corrispondente riduzione del problema! 

Intervento rapido dunque, alle 9:30 ero già tornata in camera, ma non indolore.
Probabilmente la mia mente ha un meccanismo di autodifesa che rimuove la memoria dei disagi post operatori, perché più di qualche volta mi hanno colta di sorpresa anche se si erano già verificati e me li sarei dovuti aspettare: mi è successo in passato, ad esempio, per la tosse e la nausea da anestesia e le calze antitrombo. Questa volta ci sono stati il mal di gola da intubazione, il catetere vescicale che ha approssimativamente il diametro di una condotta stradale del gas, e l'effetto Zodiac da ravanamento delle parti intime. Niente di drammatico, tutto fastidioso. 

Al rientro dalla sala operatoria speravo di trovare la camera vuota, perché la paziente che c'era quando sono entrata doveva essere dimessa in mattinata, invece era già arrivata una nuova coinquilina, una signora di 82 anni che sembrava incapace di sopportare il silenzio e cercava continuamente di attaccare discorso, mentre io avrei solo voluto starmene in pace e dormire. Oltretutto non riuscivo a capire quasi niente di quello che diceva, un po' perché ero ancora intontita dall'anestesia, un po' perché sono sorda e un po' perché lei biascicava le parole. Mi ha poi spiegato che si era svegliata dall'anestesia con la bocca tutta impastata e quell'effetto non si era ancora esaurito. Purtroppo questo non le ha impedito di continuare a parlare fino a tarda sera, anche dopo che avevamo spento le luci, mentre io le chiedevo continuamente di ripetere, sforzandomi di capire i suoi farfugliamenti. 


In tutta la giornata sono riuscita a riposare forse mezz'ora e la notte non è andata molto meglio: ho dormito per un paio d'ore, poi il fastidio del catetere mi ha tenuta sveglia fino alle sei del mattino, quando finalmente è venuto un infermiere a rimuoverlo e sono riuscita ad appisolarmi per un'altra ora prima che iniziassero le attività e i rumori di reparto. 
Verso le sette e mezza mi sono alzata per andare in bagno a verificare la ripresa della funzionalità urinaria e soprattutto darmi una bella lavata. Non è andata benissimo. La funzionalità c'era, ma accompagnata da sanguinamento e un bruciore che mi ha regalato una prospettiva astronomica, nel senso che ho visto le stelle. E il bagno era privo di doccetta igienica, per cui mi sono dovuta accontentare di una igiene intima sommaria con salviette umidificate. Almeno però ho potuto lavarmi i denti e la bocca e poi sono passati i medici e mi hanno confermato le dimissioni in tarda mattinata: ancora qualche ora di pazienza e poi avrei potuto fare una bella doccia.

Verso le dieci la lettera di dimissione era pronta: mi sono vestita, ho raccolto nello zainetto tutte le mie cose e ho atteso l'arrivo di Renato. Mi sono fermata alla guardiola infermiere per rimuovere l'agocannula dalla mano e poi abbiamo raggiunto la farmacia ospedaliera per ritirare l'antibiotico che devo prendere ancora per qualche giorno. Mentre aspettavamo il nostro turno, l'occhio mi è caduto sul dorso della mano: la medicazione era intrisa di sangue. Ho lasciato Renato in coda e sono rientrata in reparto per sostituire la garza, poi sono tornata verso la farmacia, da cui Renato stava uscendo proprio in quel momento con la notizia che le scorte di antibiotico in magazzino erano esaurite, dovevamo chiedere in reparto. Di nuovo dietro front. Anche il reparto era a corto di antibiotici e l'infermiera ha dovuto fare un giro di telefonate per trovarne una scatola in un altro reparto e poi mandare qualcuno a recuperarla. Finalmente poco prima di mezzogiorno siamo riusciti a partire per tornare a casa.

Quando siamo arrivati Ettore mi è venuto incontro sul vialetto per darmi il benvenuto e poi sono arrivati tutti gli altri: Edison, Luna e Fergus appena siamo entrati in salotto e subito dopo Matilde e Penny, che mi aspettava sul tavolo della cucina.
Dopo pranzo la stanchezza mi è calata addosso come una cappa di piombo. Mi sono fatta finalmente una bella doccia e poi mi sono infilata a letto e sono crollata, addormentata come un sasso fino all'ora di cena.
Al risveglio ho recuperato un ricordo. L'ho vista pochi giorni fa, era qui, da qualche parte... Eccola! Una crema lenitiva per le parti intime che ha attenuato il bruciore.
Sono andata a letto presto, ma lo stress del ricovero e dei viaggi ha preteso un altro tributo, sotto forma di attacco di elettroformiche, non ferocissime, ma ho dovuto attendere per più di un'ora che l'antidolorifico facesse effetto prima di riuscire a dormire e le prime ore di sonno sono state fastidiose, piene di sogni sgradevoli in cui dovevo eseguire attività per cui non ero preparata e tenere lezioni su argomenti che non conoscevo. Mannaggia sempre agli oppioidi che mi mettono ansia invece di rilassarmi! 
Quando mi sono svegliata per prendere l'antibiotico ho aspettato un po' prima di rimettermi a dormire: volevo evitare di ricadere nella melma dei brutti sogni e mi serviva un pensiero felice per addormentarmi. Non c'è nemmeno stato bisogno di cercarlo, era lì, vicino a me. 



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