martedì 2 luglio 2013

Segni di riconoscimento

Per un paio d'anni, nel corso della mia vita, sono stata (anche) una motociclista.
Era un mio vecchio pallino, un progetto iniziato intorno ai 12 anni, quando ero troppo giovane persino per il motorino.
Avevo gusti ben precisi. Niente moto da cross né sportive esasperate, men che meno le custom; io puntavo decisamente a modelli stradali, da turismo, con una posizione di guida confortevolmente alta.
Mi ero fatta il mio programma: il patentino a 16 anni, per iniziare con una Honda CB 125 X e imparare.

A 18 anni avrei avuto sufficiente confidenza con il mezzo meccanico per passare ad una cilindrata superiore: all'epoca mi piaceva l'Alazzurra 350, una coproduzione Cagiva-Ducati, disponibile anche in versione carenata.

Sapevo che non sarebbe stato facile, quindi ho iniziato subito a lavorarmi la Maria, sottolineando che, a differenza di tutti i miei coetanei, io non volevo il motorino per i 14 anni. Dopo averla adeguatamente rassicurata su questo punto, ho specificato che ero disposta ad aspettare fino a 16 anni per avere la moto.
"Non se ne parla nemmeno", ha risposto lei.
Ma io sono tenace come un bulldog e ho continuato ad insistere per quasi quattro anni, comportandomi sempre in modo responsabile, per convincerla che di me si poteva fidare. Ottimi voti a scuola, tanto sport, oratorio, rientri sempre puntuali all'ora concordata, niente cattive compagnie, niente fumo, né alcol, nessun comportamento pericoloso.
Sei mesi prima del mio sedicesimo compleanno ce l'avevo praticamente fatta, la Maria si era lasciata convincere.
E poi... Un giovane motociclista imprudente si è andato a schiantare proprio sul muro dello stabilimento in cui lavorava la Maria e ci ha lasciato le penne. Quattro anni di lavoro distrutti in pochi secondi.

Ho rimesso quel sogno nel cassetto, dove è rimasto, per parecchi anni.
Prima c'era il mutuo per l'appartamento di Padova, poi bisognava risparmiare per metter su casa a Portogruaro, la macchina da cambiare, l'incertezza dell'inizio dell'attività in proprio... I capricci dovevano aspettare.
Ogni tanto buttavo l'occhio nel cassetto dei sogni, e lei era ancora lì.

Nel 2004 Renato ha deciso di comperare uno scooter.
Fino ad aprile 1988, la patente B consentiva di guidare tutti i motocicli, poi c'è stata una modifica di legge, per cui l'ottenimento della patente A richiedeva il superamento della prova pratica di guida con la moto.
Indovinate quando ho iniziato la scuola guida per fare la patente?
Maggio 1988.
Anche Renato era nella stessa situazione, aveva preso la patente poco dopo di me, così abbiamo dovuto iscriverci all'autoscuola, fare qualche lezione di guida con la moto e superare l'esame.

La nuova patente mi permetteva di guidare qualsiasi moto. Era ora di riaprire il cassetto dei sogni.
Erano passati vent'anni da quando sognavo l'Alazzurra, ma i miei gusti non erano cambiati di molto: volevo sempre una stradale turistica, con guida alta.
Dal cassetto dei sogni è uscita lei.
Yamaha FZ6 Fazer

L'avevo scelta per la facilità di guida, con una posizione comoda, la sella ragionevolmente bassa e il peso relativamente contenuto.
In realtà era anche furiosamente potente, con un motore da 98cv che avevo soprannominato "basta chiedere" perché anche ai regimi più alti era sufficiente un colpetto di acceleratore per ottenere una risposta possente.
Non l'ho mai portata alla sua massima velocità, che credo fosse intorno ai 230 km/h. Una volta ho approfittato dell'autostrada praticamente vuota (stava giocando la Nazionale di calcio) per spingerla un po': ho superato di poco i 180km/h ed ero ancora ben lontana dalla zona rossa del contagiri.
Ma il piacere della moto per me non è mai stata l'alta velocità in autostrada, quanto piuttosto la tranquilla andatura delle strade statali, l'asfalto che scorreva senza fretta sotto le ruote, lasciando il tempo di godere del viaggio.

Mi ero dotata dell'attrezzatura essenziale: giacche estive ed invernali con protezioni ai gomiti, spalle e schiena, guanti, tuta antipioggia. E naturalmente il casco.
Con le orecchie.
Da tigre.

Fin dalle prime uscite, ho scoperto l'esistenza di un rituale: il saluto tra motociclisti.
All'inizio non capivo perché i motociclisti che incrociavo mi facessero questi cenni, alzando o portando in fuori la mano sinistra, oppure solo due dita a formare una V; mi rammarico ancora perché probabilmente i primi mi hanno considerato maleducata perché non rispondevo.
Mi ci è voluto poco per capire che si trattava di un segno di riconoscimento, un modo per affermare l'appartenenza ad uno stesso gruppo, ad una comunità. E ho iniziato a rispondere allo stesso modo.
Non ho mai subito il fascino dei motoraduni né delle uscite collettive. Per me il viaggio in moto è sempre stata un'esperienza individuale, un momento solo per me. Però questo gesto di saluto mi piaceva.


Non ho fatto molti chilometri in moto, l'ho usata principalmente per spostamenti brevi e tranquilli. Raramente la usavo per andare al lavoro, perché al rientro di solito ero stanca e guidare la moto richiede massima concentrazione e riflessi sempre pronti. Non mi è mai nemmeno passato per l'anticamera del cervello di usarla per andare in vacanza: la mia idea di vacanza prevede relax, comfort e un quintale di bagagli, tutte cose poco compatibili con una moto.
Ho smesso di usarla nell'autunno del 2005, quando ho iniziato a stare male, perché con la massa che cresceva nell'addome, piegarmi verso il manubrio era diventato prima disagevole, poi impossibile.
L'ho ripresa all'inizio dell'estate del 2006, un paio di mesi dopo l'intervento... per un giorno.
Dato che era ferma da qualche mese, ho pensato bene di portarla dal gommista per controllare la pressione degli pneumatici. Quando l'ho spostata un po' avanti per portare la valvola della ruota anteriore in una posizione accessibile per il controllo, probabilmente ho messo male il cavalletto, è scivolata e mi è caduta addosso.
Fortunatamente ho avuto la prontezza di spirito di buttarmi a terra, assecondando la caduta, e me la sono cavata "solo" con una brutta distorsione al ginocchio (considerato che erano quasi 200 chili di moto, poteva andare decisamente molto peggio). Ci sono voluti dieci giorni di stampelle e un paio di mesi zoppicanti prima di poterla riprendere in mano e ancora adesso pago le conseguenze di quella distorsione, con l'impossibilità di indossare tacchi più alti di 5 centimetri.

Ho venduto la moto nel 2007, meno di una settimana prima di iniziare la chemioterapia.
Mi dispiace di averlo fatto, ma non lo rimpiango.
Penso che sia stata la scelta giusta, a maggior ragione considerando la riduzione di funzionalità della gamba destra causata dalla radioterapia: reggere quel peso con una gamba a mezzo servizio sarebbe stato difficile e potenzialmente rischioso, e se girare su due ruote è già pericoloso di per sé, farlo in condizioni fisiche non ottimali è da idioti.

Quel vecchio sogno alla fine si è realizzato, sia pure per poco tempo. È rimasta la soddisfazione di averlo vissuto e un pizzico di nostalgia.
È curioso, ma la cosa che mi manca di più di quel periodo è il saluto.
Mi fa malinconia incrociare un motociclista mentre sono in auto o in scooter, e non vedere più quel gesto di riconoscimento, mi viene quasi da sollevare due dita per dire "anch'io ero come te". Ma non si può, nemmeno in scooter, perché uno scooter non è una moto e chi va in scooter non è un motociclista.

Proprio viaggiando in scooter, mi accorgo che è rimasto qualcos'altro di quel periodo: due dita della mano sinistra sempre posate sulla leva che nelle moto è la frizione, perché bisogna essere sempre pronti a cambiare marcia; sullo scooter non ha senso, perché ha il cambio automatico, ma ormai le dita si posizionano lì inconsciamente, spesso me ne accorgo solo dopo un po'.
Sorrido e le lascio lì, anche se non serve, solo per ricordarmi che, in fondo, molto in fondo, c'è ancora un cuore da motociclista.

10 commenti:

  1. E chissà, magari quel cuore da motociclista ha ancora una possibilità di tornare a battere. Mai dire mai. ;-)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non so. Al momento sento che quella parentesi è chiusa, ma è giusto: mai dire mai.

      Elimina
  2. io, vespista per caso, mi chiudo in un timoroso silenzio reverenziale.....
    so di non avere voce in capitolo, per avermelo fatto notare, in modo neanche troppo diplomatico, l' amica comune centaura Cristina da Bologna!! rita

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Uuuh, i motociclisti sono molto suscettibili su questo punto!

      Elimina
  3. diplomatico...insomma ti ho solamente postato la foto del BMW, però, dai, il colore è uguale....

    RispondiElimina
  4. Anche io avrei voluto comprare la moto ma ho dovuto ripiegare su uno "scooterone" dicendo più avanti la compro.Poi sono arrivati il bambino ed il mutuo per la casa.
    Il mio compagno ha una moto ma è troppo potente e pesa per me per cui aspetterò che il pargolo abbia la sua per "rubargliela", ha appena 4 anni ma chiede già quando gli compreremo la moto "tutta sua"
    Un abbraccio
    Claudia

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Hai ragione, tieni il tuo sogno nel cassetto fino a che ti sentirai davvero pronta a realizzarlo. E sarà bellissimo.

      Elimina
  5. Non ho mai ambito a una moto, ma al motorino sì, e i miei non volevano... Ero innamorata del Piaggio Sì, ma quando sono arrivata a 18 anni ho preferito comprarne un altro più accessoriato, ed è iniziata una lunga serie di motorini 50 e 150. Ma il Sì ce l'avevo sempre in testa. Dopo 23 anni di spasimi ho detto basta e nel 2010 me ne sono comprato uno verde come nuovo. Adoravo andarci in giro e incassare i complimenti per strada, ma un anno fa me l'hanno rubato... che dolooooooore... ancora adesso piango a pensarci.
    Insomma, è bello coltivare dei sogni e realizzarli anche dopo vent'anni :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. "Ti auguro di realizzare tutti i tuoi sogni, tranne uno.
      Perché nella vita bisogna sempre avere un sogno da realizzare."

      Elimina