domenica 1 febbraio 2015

Senilità


  1. Preparare con scrupolo la lista della spesa... e poi uscire lasciandola sul tavolo.
  2. Trovare un sistema ingegnoso per tirare giù un prodotto dal fondo dello scaffale più alto del supermercato... e poi, mentre mi congratulo con me stessa, alzare lo sguardo e scoprire che mezzo metro più in là ce n'è un espositore pieno, perfettamente a portata di mano.
  3. Inserire in agenda uno spettacolo che ci tenevo molto a vedere, con tanto di promemoria impostato sul cellulare... e poi lasciare il cellulare spento e vedere il promemoria con mezz'ora di ritardo.
  4. Organizzare alla perfezione i tempi per lavare i capelli mentre la torta salata cuoce nel forno... dimenticando che finché il forno è acceso non posso attaccare il phon.
Tutto questo negli ultimi tre giorni.
Che dite, devo iniziare a preoccuparmi?

lunedì 26 gennaio 2015

Fortunata. Ma anche brava

Giovedì scorso. Un giorno come tanti altri: svegliarsi faticosamente alle sette e un quarto, stendere una lavatrice, preparare il thermos di tè da portare al lavoro, fare colazione con la partecipazione di Gandalf che allunga la zampa su qualsiasi cosa io stia mangiando o bevendo, preparare la borsa frigo con il pranzo, riempire le ciotole dei felini, una grattatina di saluto per Aki che dorme sul tiragraffi, caricare in macchina computer, borsetta, borsa con il thermos e lo scialle, borsa frigo e Gandalf, inserire l'allarme, portare l'auto fuori dal garage e dal cancello, far scendere Gandalf e partire per andare al lavoro.
Solita strada, quella che faccio almeno tre volte a settimana da circa un anno. Ormai la so a memoria e il piede si solleva automaticamente dall'acceleratore in corrispondenza dei limiti di velocità. In poco più di venti chilometri si attraversano cinque centri abitati e allora è meglio andare piano, perché la gente che vive lì ha il diritto di attraversare la strada senza rischiare la vita.
Superato il primo gruppo di case, una frazione di un piccolo Comune al confine tra Veneto e Friuli, c'è una serie di curve separate da brevi tratti rettilinei. Il limite qui è 90 km/h, ma io vado più piano, perché la strada è stretta e la visibilità limitata e in più oggi piove.
Alla terza curva sento una leggera sbandata del retrotreno. Forse un tratto di asfalto reso viscido dalla pioggia? Ma anche alla curva successiva qualcosa non va, una perdita di aderenza quasi impercettibile, ma che sommata alla precedente mi mette in allerta. Rallento: forse l'auto ha qualcosa che non va.
Ora c'è un tratto rettilineo abbastanza lungo. Sulla destra vedo il treno che passa e calcolo mentalmente che a questa velocità dovrei arrivare al passaggio a livello proprio quando si apre: inutile affrettarsi.
E poi tutto si confonde nel terrore, mentre la strada impazzisce e la macchina fuori controllo avanza a zig-zag invadendo ripetutamente la corsia opposta. Ma c'è anche l'adrenalina che lucida la mente e risveglia lontani ricordi di quando ho preso la patente: non toccare il freno, rallenta ma non perdere trazione, evita le sterzate brusche.
Pochi secondi, forse cinque, poi riprendo il controllo dell'auto, con il cuore che batte a mille e le mani che tremano, e piano piano raggiungo un parcheggio lì vicino.


Ho scoperto più tardi che un autocarro aveva perso gasolio per quasi dieci chilometri, trasformando quel tratto di strada in una pista di pattinaggio: quattro auto fuori strada, un tamponamento, alcuni feriti, secondo quanto riportato dalla stampa locale.
C'è mancato poco che finissi anch'io in quelle pagine di cronaca. Se quando la mia auto ha sbandato selvaggiamente sulla corsia opposta ci fosse stato qualche altro veicolo, sarebbe potuta finire in tragedia.
Sono stata fortunata.
Ma non solo.
Se fossi andata più veloce o se non avessi conservato la lucidità necessaria per ricordarmi che non dovevo frenare, quasi certamente sarei uscita di strada. E per questo devo ringraziare la mia prudenza e il mio ossessivo e pedante rispetto delle regole. Forse, questa volta, mi hanno salvato la vita.

venerdì 9 gennaio 2015

Farmaci

Due giorni da tachipirina-dipendente mi hanno fatto riflettere.
Rettifico.
Il secondo giorno da tachipirina-dipendente mi ha fatto riflettere, perché il primo giorno stavo talmente male che "riflettere" era un termine del tutto fuori luogo. Al massimo "vegetare".

Credo di avere un rapporto equilibrato con i farmaci: li utilizzo quando è strettamente necessario.
Sono infinitamente grata alla scienza medica per averci fornito antibiotici, antipiretici, vaccini e decine di altre categorie farmacologiche. Senza, sarei già morta da un pezzo. Però non li idealizzo e sono ben consapevole che non fanno miracoli e vanno usati con cautela e sotto controllo medico, perché possono avere effetti collaterali anche molto gravi, interazioni pericolose e generare fenomeni di assuefazione.

Mi fanno imbestialire quelli che si autoprescrivono un antibiotico al primo starnuto o con due linee di febbre. È inutile, dato che gli antibiotici non funzionano contro le patologie virali come raffreddore e influenza, ma questo è il meno. Il problema è che usando antibiotici a casaccio, questi idioti favoriscono lo sviluppo di batteri resistenti, danneggiando se stessi (e chissenefrega!), ma soprattutto tutti gli altri.
Ho un'opinione altrettanto negativa di quelli che demonizzano i farmaci per motivi ideologici: teorici del complotto, antivaccinisti, sostenitori del naturale a tutti i costi (di questi avevo già parlato qui), mandrie di creduloni seguaci di ogni bufala della rete e via discorrendo. Per questi ho esaurito tutta la mia scorta di politically correct e auguro loro di ammalarsi sul serio almeno una volta; poi ne riparliamo.

Dicevo che utilizzo i farmaci quando serve. Sempre malvolentieri, però.
Non importa che si tratti di prodotti di sintesi o naturali: se devo prendere qualcosa per stare meglio, significa che il mio corpo da solo non ce la fa, che devo dipendere da qualcosa di esterno e la cosa disturba parecchio il mio smisurato ego.
Ego che viene messo a cuccia senza tante discussioni quando la febbre sale al punto in cui tutto gira intorno a me anche non sto facendo la pubblicità della Vodafone, perché quando anche il semplice tragitto per andare in bagno diventa potenzialmente pericoloso, mando giù l'orgoglio insieme con una compressa di tachipirina e un sorso d'acqua.

giovedì 8 gennaio 2015

Come una drogata...

Cerco di sopravvivere a febbre-tosse-brividi-doloridappertutto-congestione tra una dose di tachipirina e l'altra.

lunedì 5 gennaio 2015

Concorso letterario

L'ASL di Biella e la fondazione Edo e Elvo Tempia mi segnalano un concorso letterario per pazienti oncologici, familiari, operatori sanitari, volontari e tutti coloro che svolgono attività di cura in ambito oncologico.
Fate girare la voce e, se avete voglia di raccontare, partecipate!
La scadenza per l'invio degli elaborati è il 31 gennaio 2015.

QUI il bando e tutte le informazioni per l'iscrizione.


venerdì 2 gennaio 2015

Orsaggine (ritorno alle origini)

Sono stata una bambina solitaria. Figlia unica, cresciuta dai nonni, ho trascorso la maggior parte della mia infanzia giocando da sola.
Per me non era un problema, anzi provavo un certo orgoglio per la mia autonomia, accompagnato da uno spiccato senso della proprietà: ero gelosa delle mie cose e dei miei spazi e poco propensa a condividerli. "Egoista" era una delle parole che la nonna mi rivolgeva più spesso, e non aveva torto: non volevo prestare i miei giocattoli ad altri bambini, mi dava fastidio anche solo che li toccassero.

Abituata a bastare a me stessa, ero poco portata alla socializzazione e ancor meno alle effusioni. Tendevo a restare per i fatti miei e questo mi valeva l'appellativo con cui venivo apostrofata di frequente da mia madre: "orsa". Ero orsa quando non volevo farmi sbaciucchiare da illustri sconosciuti, amici della mamma ma non miei. Ero orsa quando mi rintanavo, rifiutando di far vedere ai lontani parenti o ai conoscenti in visita com'ero bella/brava/cresciuta/intelligente.
Non ho dimenticato, è per questo che ora mi guardo bene dal chiedere a qualsiasi bambino baci e abbracci, o anche solo di lasciare le sue occupazioni per salutarmi.

Con il passare del tempo mi sono resa conto dell'importanza e del valore della socializzazione e ho cercato di superare la mia orsaggine.
Di solito ci riesco abbastanza bene, ma qualche volta, soprattutto quando sono stanca, la mia natura plantigrada fa di nuovo capolino, in modo più o meno marcato. Negli ultimi due mesi è stata particolarmente evidente. Mi sono rintanata nel mio angolo, con poca voglia di comunicare e di condividere.
Sono uscita raramente con gli amici, ho fatto meno telefonate, mi sono interessata poco a ciò che accadeva intorno a me, ho dimenticato un sacco di compleanni, ritardato nel rispondere alle mail, quasi abbandonato i social network. Ho acceso poco il computer fuori dall'orario di lavoro. Ho pensato tanto e parlato poco. Mi sono presa il silenzio e la solitudine di cui avevo bisogno.

Ho trascurato il blog, ma di questo ve n'eravate già accorti. Ho avuto spesso voglia di scrivere, ma non di raccontarmi; non ho nemmeno scritto del buon esito dei controlli di fine novembre, che mi hanno fatto vincere altri sei mesi di libera uscita, né del nuovo spettacolo teatrale a cui ho lavorato con particolare intensità.
Anche questa sono io.