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domenica 20 giugno 2021

Amarcord

Talvolta situazioni apparentemente insignificanti possono cambiare radicalmente il corso della nostra vita. 
Qualche giorno fa, per una di quelle curiose associazioni di idee che generano risultati completamente inattesi, mi è venuto in mente un ragazzo che ho conosciuto da bambina. Una conoscenza superficiale, che però in qualche modo ha determinato alcuni eventi fondamentali della mia adolescenza.

Devo aver avuto otto o nove anni quando l’ho incontrato la prima volta, alle prove del coro della parrocchia. 
Ero stata arruolata nel coro per un equivoco. A catechismo dovevamo imparare i canti per la messa della Prima Comunione; ci avevano detto che se qualcuno voleva entrare nel coro, bastava che si presentasse al maestro un po' prima delle prove. Un giorno, al mio arrivo l'aula di catechismo era vuota, così ero andata a vedere se gli altri bambini fossero già nella cappella. No: probabilmente ero io in anticipo. C'era invece il maestro del coro, un uomo profondamente buono, che aveva pensato che fossi lì per unirmi ai cantori ed era così felice che qualcuno avesse raccolto il suo invito, che non avevo avuto cuore di contraddirlo. 
I canti erano tradizionali, molti in latino, alcuni affondavano le loro radici addirittura nel gregoriano medievale. Vecchiotti, noiosetti, certamente non in grado di appassionare una bambina che amava giocare a calcio e arrampicarsi sugli alberi. 


Ma poi avevo trovato qualcosa che mi dava maggiore soddisfazione di Kyrie eleison e T'adoriam ostia divina: leggere durante la messa, quella solenne delle dieci e mezza, a cui partecipavano, quarant’anni fa, moltissime persone. Mi piaceva leggere in chiesa, non sono mai stata intimidita dal parlare in pubblico, anzi, speravo sempre che mi assegnassero i brani più lunghi. Il compito più ambito erano le introduzioni, perché erano tante e distribuite per tutta la durata della funzione. Il più sfigato, invece, l’intermezzo dell'alleluia: un unico verso. Non mi piaceva tanto nemmeno la seconda lettura, ho sempre trovato noiosi gli Atti degli Apostoli e strampalata l'Apocalisse, mentre la prima lettura, dall’Antico Testamento, di solito era più interessante; anche i Salmi non erano male. 
Non c’erano tantissimi bambini disposti a leggere in pubblico, quindi mi toccava qualcosa quasi ogni domenica, ma qualche volta, nella rotazione dei turni, capitava di saltare una settimana. 
Anche il nonno veniva alla messa delle dieci e mezza. Non avevo mai pensato che potesse essere interessato alle mie performance di lettura, ma una domenica in cui non avevo letto nulla, a pranzo mi chiese come mai e si raccomandò che leggessi la settimana successiva. Quel giorno mi resi conto di quanto fosse orgoglioso di vedermi ogni domenica sull’altare maggiore. 

Ma torniamo al filone principale di questa storia. 
Tra i ragazzi del coro ce n'era uno, di qualche anno più grande di me, che fin dal nostro primo incontro aveva iniziato a prendermi in giro per un mio difetto di pronuncia sulla lettera S. 
Non so nemmeno se conoscesse il mio nome: lui mi chiamava Sassari, anzi, Sciassciari, per imitare la mia pronuncia. Già allora avevo un bel caratterino e queste prese in giro non erano certo sufficienti a compromettere la mia autostima, tuttavia erano abbastanza per rendermi poco gradevole quell'ambiente, anche perché nessuno tra gli educatori o i ragazzi più grandi, si era mai preso la briga di farle cessare, e questo mi faceva pensare che a nessuno, lì, importasse nulla di me. 
Dopo la cresima, completato il ciclo del catechismo obbligatorio, il cappellano mi propose di entrare a far parte di uno dei gruppi giovanili della parrocchia. Naturalmente rifiutai. 

Presi le distanze da quel contesto a cui non sentivo di appartenere, e l'anno successivo, quando iniziai a giocare a pallavolo con la prima squadra, feci amicizia con numerose ragazze e ragazzi provenienti da un'altra parrocchia. Iniziai a frequentare quel gruppo e ci rimasi fino all’ultimo anno di liceo. 


Nella chiesa di don Domenico, le messe erano animate con canti  vivaci e coinvolgenti, accompagnati dal suono delle chitarre e dal ritmo della batteria. Nel giro di un paio d’anni avevo imparato a suonare la chitarra abbastanza bene da potermi unire al gruppo dei musicisti, cantavo nel coro dei giovani, suonavo per il coro dei bambini, partecipavo ai campi estivi in montagna, collaboravo all'organizzazione del grest e di altre attività dell’oratorio. 

Quell’esperienza, insieme allo sport di squadra, è stata fondamentale per farmi diventare quella che sono. 
Mi ha fatto uscire dal mio guscio solitario di figlia unica e scoprire il senso di comunità, mi ha insegnato la gioia - e la fatica - della condivisione, mi ha aperto gli occhi sul mondo del volontariato, mi ha insegnato tanto su me stessa e sugli altri.
Ho conosciuto persone che sono state importantissime per me, alcune solo per qualche anno, altre ancora oggi. Ho vissuto esperienze indimenticabili.
È durata cinque anni, il tempo del liceo, poi una crisi spirituale mi ha allontanato prima dalla Chiesa e poi dalla religione, senza però incrinare la struttura di valori morali e sociali su cui avevo costruito quell'esperienza: ho perso la fede, ma ho conservato intatta l’etica. 

Non rimpiango nemmeno un giorno di quel periodo, li ricordo anzi con nostalgia. 
Le giornate del grest, che iniziavano al mattino presto e finivano alla sera dopo cena, per programmare con gli altri animatori le attività del giorno dopo. Le veglie di preghiera nella cripta. Le settimane a Sauris, i bagni nell'acqua gelida del lago, le passeggiate alla diga, i turni in cucina, le partite a Risiko, le canzoni sotto il portico della chiesetta e le notti tempestate di stelle. 


I primi amori, quasi tutti rigorosamente non ricambiati. La grande casa di Fusine. La perpetua brontolona, che però bastava prenderla per il verso giusto. Gli accordi delle canzoni da imparare. Le sere tutti insieme in gelateria. Le confidenze, i pettegolezzi e le gelosie. Le gite in bicicletta fino al Tagliamento a Pasquetta e San Marco. Le prove strumentali che finivano sempre per scivolare nel rock. Le famiglie accoglienti, di cui invidiavo la normalità. Disegnare i cartelloni per il teatro e le scenografie per i concerti. Le domeniche al mare. Le partite di calcio femminile. La messa della notte di Natale. Le partite a tennis nel campo dell'oratorio, a luglio, sotto il sole di mezzogiorno. La sensazione di essere, finalmente, parte di qualcosa. 

È stata un’opportunità straordinaria, che forse non avrei mai avuto, se non ci fosse stato quel ragazzo che mi prendeva in giro per la mia S.

sabato 26 dicembre 2020

Fine di un viaggio

Il tuo cammino, quello che mai avrei voluto che tu percorressi e che hai affrontato fino in fondo con coraggio e dignità, è giunto al termine la mattina di Natale. 

Una vita di lavoro, famiglia e volontariato, quello vero, fatto in silenzio, che non cerca la luce dei riflettori ma porta tanta luce nel mondo. 
Anni di impegno in AVIS e AIDO, ore e ore ogni mese davanti al computer, in un angolo del magazzino o nella taverna di casa tua, ad aggiornare gli archivi, a preparare le cartoline di chiamata per i donatori, gli elenchi per le benemerenze, le convocazioni di assemblea. Mi piace pensare di esserti stata d'aiuto, in questo.

Spero che prima di addormentarti per l'ultima volta, tu ti sia voltato a guardare indietro, alla tua vita, e abbia visto quanto è stata buona e ricca.
Sei stato un grande dono per tutti noi; ora riposa, caro amico mio.



lunedì 9 dicembre 2013

Il compagno luminoso e la sua stella

Sapevo che il compagno luminoso di Anna-Wide doveva essere per forza una persona speciale, lo sapevo anche prima di conoscerlo di persona; lo si capiva dalle parole di Anna, quando raccontava di come percorrevano insieme quel cammino così difficile che riuscivano, nonostante tutto, a riempire anche di felicità. Solo un uomo straordinario avrebbe potuto camminare al fianco di una donna così straordinaria.
Ne ho avuto abbondanti e ripetute conferme, soprattutto in queste ultime settimane. Dalle parole splendide e strazianti che ha pronunciato al funerale, in cui ha saputo mettere tutta la gioia di averla avuta vicina, senza nascondere nulla della fatica della malattia e del dolore della separazione. Dai visi di Sara e Lea, le cui espressioni raccontavano al di là di ogni parola il grande, meraviglioso e sicuramente difficilissimo lavoro che lui e Anna hanno compiuto perché la vita delle loro bambine fosse - e sia ancora - il più possibile serena.
Dal post di ieri, in cui ha voluto ricordare che dietro alle parole di Anna, sempre piene di saggezza, di ironia e di luce, in questi sei anni di convivenza con la malattia c'è stata anche tanta fatica, c'è stato anche tanto dolore. Perché forse qualcuno, leggendo il blog di Wide, potrebbe pensare che quelle parole spesso lievi raccontassero un cammino altrettanto lieve, ma non è così.
Dalla risposta che ha dato alla domanda su come ricordare Anna. Avrebbe potuto indicare qualche ente o associazione a cui destinare donazioni alla memoria, sarebbe stato sicuramente più facile, per lui e per noi: uno o due nomi, un bonifico e la coscienza è a posto.
Angelo invece ha voluto raccogliere l'eredità di Anna in modo vero e profondo e ha chiesto ad ognuno di noi un progetto, un impegno da portare avanti nel tempo, qualcosa attraverso cui prenderci cura di noi stessi e/o di altri.
Ci sto pensando, molto seriamente. Ci sono alcune cose che dovrei o vorrei fare per me stessa, per il mio benessere fisico e psicologico. Ci sono cose che potrei fare per gli altri e nelle quali esito ad impegnarmi. Forse questa è l'occasione giusta per raccogliere questi fili di idee, per vincere la pigrizia e iniziare a trasformarne almeno uno in qualcosa di vero.

Nel suo post, Angelo ci ha regalato anche la foto di Anna che era esposta vicino alla bara durante il funerale, questa foto.
L'avevo notata subito, appena entrata all'Aranciera di San Sisto, e mi aveva colpito perché mi era parsa insolita, priva di quella punta di ironia birichina che ho sempre associato allo sguardo di Anna. Ma poi ho pensato a quando parlava delle sue bimbe e di suo marito e allora mi sono detta sì, anche questa donna fatta di assoluta dolcezza è Anna, la mamma e moglie che ha amato immensamente la sua famiglia.

giovedì 21 novembre 2013

Addio Wide



Addio dolce amica dagli occhi belli e dal cuore grande.
La tua vita è stata un sentiero troppo breve, ma così pieno di luce da illuminare il mondo.

Addio grande donna, che hai saputo trovare un senso ad ogni tuo giorno e riempirlo di vita.
Grazie per averci permesso di camminare al tuo fianco, per aver condiviso con noi tanta saggezza, tanti sorrisi, tanta speranza e tanto amore.

Addio Anna, rosa d'inverno.
Ogni parola che mi hai lasciato rimane nel mio cuore come un tesoro prezioso, ogni ricordo di te è un dono per il quale posso soltanto dirti


grazie




mercoledì 27 febbraio 2013

Ancora una e dopo basta

Come al solito, parto da lontano e la prendo larga. Ma davvero larga, quindi se volete sapere dove andrò a parare, armatevi di pazienza.

Pur non essendo credente, non ho nulla contro le suore, anzi di solito le trovo simpatiche.
Sarà che ne ho una in famiglia che è un eccellente esempio di carattere equilibrato ed efficienza professionale, sarà che la maggior parte di quelle che ho conosciuto sono persone gradevoli e serene e non di rado dotate di apertura mentale e tolleranza ben superiori a quelle di tanti intellettuali "illuminati", tanto ingabbiati dalle loro ideologie anticlericali quanto lo sono certi fondamentalisti religiosi.
Da ragazzina sono rimasta molto perplessa nello scoprire che diversi coetanei ritenevano le suore portatrici di sfortuna, tanto che dalle nostre parti era prassi comune - vedendone una - cercare di scaricare la presunta iella sulla persona più vicina, toccandole una spalla e pronunciando la formula scaramantica "Suora tua!". Ho sempre accettato di buon grado di essere vittima di questi rituali antisfiga, che per me non avevano alcun valore, ma servivano evidentemente agli altri per sentirsi meglio.

Sicuramente la mia opinione positiva sulle suore è stata influenzata dalle esperienze infantili e per ricostruirne l'origine bisogna andare indietro di una quarantina d'anni e spostarsi a Battaglia Terme, alle pendici dei Colli Euganei, nello stabilimento termale INPS in cui mia madre, la Maria, ha lavorato per molti anni.

Era uno stabilimento enorme, degno antenato dei moderni resort, dotato di tutti i servizi e in grado di ospitare parecchie centinaia di assistiti, che si avvicendavano durante tutto l'anno, ad eccezione del periodo natalizio, con turni di due settimane interamente a carico dell'INPS, che rimborsava anche le spese di trasporto, arrivando persino a fornire il "cestino" con il pranzo al sacco per il viaggio di ritorno (capite ora che non c'è da stupirsi se poi l'INPS si è trovato con i conti in rosso...).

Naturalmente c'era il reparto cure S. Elena, con vasche di fanghi termali alimentate da una sorgente di acqua calda, una straordinaria grotta naturale, postazioni per bagni e inalazioni.

La struttura residenziale comprendeva camere da letto e bagni, la sala da pranzo, due grandi sale comuni con televisore e tavolini, il bar di Ilario con il bilardo, un piccolo bazar e addirittura una cappella, in cui l'anziano don Valente veniva ogni giorno a celebrare Messa.


Nel corpo centrale si trovavano anche gli ambulatori in cui la mamma svolgeva il suo lavoro insieme ai medici  e alle altre infermiere, gli uffici e addirittura un laboratorio di analisi e una piccola radiologia. Per il personale sanitario e amministrativo c'era una sala da pranzo separata con una piccola cucina; i pasti arrivavano con un montacarichi dalla cucina principale, ma Franco, l'addetto al servizio di sala, era sempre disponibile per preparare uno spuntino fuori orario quando le esigenze di servizio impedivano a qualcuno di sedersi a tavola all'orario consueto. Figuriamoci se la Maria non si infilava ogni tanto in cucina a preparare qualche manicaretto... E anche qualche scherzo: ricordo che una volta presentò ai colleghi pesche con la maionese, sostenendo, con perfetta faccia di bronzo, che si trattava di una specialità di alta cucina francese: le fecero anche i complimenti!
La gigantesca cucina principale era gestita con competenza e pugno di ferro dalla altrettanto gigantesca capo cuoca Armida, un donnone rubicondo con mani grandi come badili (chissà se era davvero così mastodontica oppure è solo il mio ricordo di bambina?).

All'epoca non c'erano cooperative o società di servizi esterni, quindi nel seminterrato dello stabilimento (che i dipendenti chiamavano "sotterranei"), oltre ai locali tecnici (caldaia, centrale elettrica), c'erano la lavanderia, la stireria, il guardaroba, il magazzino, la dispensa, l'officina dei manutentori e addirittura una piccola falegnameria.
Il giardino... no, non era un giardino, ma un vero e proprio parco, amorevolmente curato da un piccolo drappello di giardinieri, e comprendeva giardini all'italiana con aiole geometriche sempre piene di fiori colorati ed una fontana di acqua calda, zone alberate, un grande prato e un meraviglioso viale contornato da enormi magnolie.

Ho tanti ricordi di quello stabilimento: da bambina sono andata innumerevoli volte a trovare la mamma al lavoro e lì mi conoscevano tutti. Ho passato ore a giocare nel parco, a esplorare i sotterranei, a usare la macchina per scrivere in segreteria (ecco, ho scoperto l'altarino, ora sapete da dove è nata la mia velocità di battitura...), a "mettere in ordine" le confezioni dei farmaci nell'ambulatorio della mamma, ovviamente secondo criteri tutti miei, basati fondamentalmente su dimensione e colore delle scatole, a correre per i corridoi, approfittando dei pavimenti in marmo trattati a cera per "pattinare".
Ho voluto ricordare queste cose non solo per un accesso di nostalgia senile, ma anche perché di tutto questo non è rimasto niente. Lo stabilimento è chiuso dal 1993, abbandonato e ormai in rovina ed è davvero un peccato che una struttura così notevole non venga utilizzata in qualche modo. Cercando le foto per questo post, ho trovato un video su YouTube che ne descrive la desolazione e ci sono rimasta davvero male.

Che c'entrano le suore? Ora ci arrivo.
All'interno dello stabilimento, in un appartamento all'ultimo piano, risiedeva una piccola comunità di suore, appartenenti all'Ordine delle Figlie di San Giuseppe, che si occupavano con precisione e competenza di alcuni servizi: Suor Stefana amministrava con assoluto rigore la segreteria, Suor Gerolama - poi trasferita alla Casa Madre di Roma e sostituita da Suor Domenichina - era responsabile della dispensa e degli acquisti alimentari, Suor Ermelinda gestiva il magazzino, Suor Ida il guardaroba... Le suore mi erano affezionatissime (e io a loro); la mia condizione di "orfana di fatto" (mio padre era vivo, ma abitava dall'altra parte del mondo e non si è mai occupato di me) era per loro fonte di grande dispiacere e di incessanti preghiere.
Quando andavo a trovare la mamma, le suore dividevano con me il loro pasto. E finalmente arriviamo al punto: Suor Ernestina.
Avete presente il film Sister Act? Vi ricordate di Suor Maria Patrizia, quella grossa e sempre allegra e sorridente? Ecco, suor Ernestina era proprio così: una enorme, straripante inesauribile sorgente di buonumore.

A volte capitava che a tavola ci fosse qualche particolare leccornia, come le ciliegie o le patatine fritte. Le altre suore rinunciavano volentieri alla loro parte per lasciarne un po' di più per me.
Questi "fioretti" però erano troppo per il vorace appetito di Suor Ernestina: mettevamo il piatto in mezzo tra noi due e ci servivamo a turno. Ad ogni ciliegia - o patatina - Suor Ernestina doveva fare i conti con un pizzico di senso di colpa per non riuscire a resistere alle tentazioni della gola e diceva "Ancora una e dopo basta!"... e naturalmente il "basta" arrivava davvero solo quando il piatto era vuoto.

Quel modo di dire mi è tornato in mente qualche giorno fa, insieme a tutta l'ondata di ricordi che ho rovesciato su questa pagina, quando ho tirato fuori un vecchio pigiama che mi era stato regalato più o meno vent'anni fa, e ho deciso di utilizzarlo per l'ultima volta prima di buttarlo.
Ancora una e dopo basta.

giovedì 4 ottobre 2012

Grazie, ma basta!

Stamattina ho concluso il giro dei controlli semestrali con la visita dall'oncologo, praticamente una formalità, dato l'esito degli esami precedenti.
Quasi tre ore di attesa per una chiacchierata di un quarto d'ora, in cui ho infilato il resoconto di tutti gli eventi relativi alla mia salute degli ultimi sei mesi: le visite e gli esami di controllo, i problemi con la schiena, l'infezione, la palla... Robe che a sentirle da fuori uno si poteva figurare che in ambulatorio ci fosse una novantenne evasa da una casa di riposo.
Ma ho riferito anche buone notizie: che sto bene, innanzitutto. E che gli effetti della radioterapia sui nervi della gamba destra si sono ulteriormente attenuati, in barba alle previsioni del chirurgo che aveva stimato circa un anno di tempo per i miglioramenti, dopodiché la situazione si sarebbe stabilizzata.
Un rifornimento di impegnative per la prossima volta e l'appuntamento esattamente tra sei mesi.
Arrivederci e grazie: sono ufficialmente in libera uscita!

Sono certa che qualcuno di voi in questi giorni ha pensato a me molto intensamente, che mi ha trasmesso vibrazioni positive eccetera, eccetera...
Ecco, io vi sono molto grata di tutti questi pensieri, sinceramente. Però adesso, per favore, rivolgeteli altrove. Non vorrei sembrare scortese, ma mi fischiano le orecchie.


No, non è un modo di dire: si chiama acufene, ne soffro in modo più o meno discontinuo da quasi un anno (ne avevo parlato qui) e da ieri pomeriggio si è riacutizzato in modo fastidiosissimo, pare di avere una pentola a pressione nell'orecchio.
Quindi, siate gentili, ora pensate ad altro.

Per esempio, pensate a lei.

mercoledì 15 febbraio 2012

Fortune


Il post di Wide mi ha fatto tornare alla mente tanti ricordi di quando anch'io ho fatto la radioterapia.
Ho ripensato a quelle maschere che mi facevano un po' impressione, tutte in fila sullo scaffale. Mi chiedevo sempre come ci si sentisse con il muso grigliato e pensavo di essere fortunata a non averne bisogno.
A distanza di quattro anni, mi rendo conto di quante altre fortune ho avuto.

Niente ustioni per me, almeno all'esterno. Perché in reparto non usavano le cremine alla vitamina E, che magari faranno bene per le rughe, ma usarle contro le radiazioni è come proteggersi dal gelo con una camicia di cotone: meglio che niente, certo, ma non basta. Mi hanno dato una crema al cortisone da spalmare ogni santo giorno su tutta la zona trattata, da una settimana prima dell'inizio fino a tre settimane dopo la fine delle terapie. Quella proteggeva sul serio, infatti gli unici problemi li ho avuti nelle zone in cui non era materialmente possibile spalmarla... no, non chiedetemi quali: fate uno sforzo d'immaginazione!

In reparto poi erano tutti carinissimi: le infermiere del day hospital, i tecnici della radioterapia... Anche adesso, quando vado a fare i controlli e passo a salutarli, mi fanno un sacco di feste.
Con gli altri pazienti non ho avuto molti contatti, perché la chemio l'ho fatta praticamente a casa, con il serbatoio sempre attaccato, andavo in day hospital solo una volta alla settimana per farmelo sostituire. Anche in sala d'attesa non ho avuto molte occasioni di socializzare con altri pazienti, perché c'era sempre qualcuno con me.

Sono andata da sola a fare soltanto le ultime due sedute, e ho quasi dovuto litigare per impedire che mi accompagnassero, perché finalmente mi sentivo abbastanza bene da guidare per i 50 km che ci sono tra casa mia e il centro oncologico ed era una piccola vittoria potercela fare senza aiuto, anche solo per quelle due volte.
Già, perché le precedenti 28 volte quei 50 km ad andare e 50 km a tornare, al volante se li era sempre sciroppati qualcun altro: amiche, amici, zie, zii, cugine e Renato. A turno, un giorno alla settimana per ciascuno, per un mese e mezzo.
A parte la settimana in cui la zia Carla, di Monza, si è presa ferie per venire a darmi una mano e mi ha accompagnata lei, tutti i giorni. Mi commuovo ancora a ricordarlo. Si è beccata anche i giorni più sfortunati, gli ultimi di chemioterapia, quando stavo malissimo e mi sono dovuta fermare in day hospital per qualche ora, anziché i soliti 15/20 minuti, per fare le flebo di cortisone e antiemetico. Lei restava ad aspettarmi in sala d'attesa, su quelle sedie di legno scomode, fino al pomeriggio, quando ormai nella stanza delle infusioni non c'erano più altri pazienti e allora la lasciavano entrare  a sedersi vicino a me, su una sedia altrettanto scomoda. Non si è lamentata mai, anzi, quasi piangeva a vedere come stavo male in quei giorni.
E poi l'ha rifatto, sapete? Quando sono stata operata si è presa un'altra settimana di ferie per scarrozzare su e giù la mamma, che ormai non guidava più da anni e aveva lasciato scadere la patente, e per portarmi ogni mattina il thermos di tè verde al gelsomino. Così le infermiere, quando entravano in camera, annusavano l'aria come cani da tartufo, perché quel profumo non era proprio da ospedale, era profumo di casa, di famiglia, di persone che si prendevano cura di me.

Sono fortune grandi, sapete? Davvero.

venerdì 13 gennaio 2012

Imbarazzanti retaggi infantili

I messaggi che i genitori ci trasmettono nei primi anni di vita possono rimanere scolpiti per sempre nella nostra psiche.
Fin dalla mia più tenera infanzia, mia madre mi ha ripetuto innumerevoli volte una cosa che aveva a sua volta sentito dire da suo nonno quando era bambina: se le scarpe scricchiolano, significa che non sono state pagate.
Lo so che non è vero, ma da qualche parte dentro di me c'è ancora qualcosa di quella bambina che, come tutti i bambini, credeva incondizionatamente a tutto quello che diceva la mamma.

Ieri ho approfittato dei saldi per comprare un bel paio di scarponcini pesanti, quelli da taglialegna con la suola in gomma spessa, comodi e caldi, per sostituire quelli che si erano irrimediabilmente rotti l'anno scorso.
Li ho pagati, giuro, ho lo scontrino per dimostrarlo.
Ma non vi dico che imbarazzo a sentirli scricchiolare... 

venerdì 23 dicembre 2011

Ricorrenze

Detesto le feste comandate, gli anniversari, le ricorrenze... Non mi piace l'idea che ci siano giorni particolari per fare qualcosa o per ricordare qualcuno.
Sono così poco sensibile agli anniversari, che quello mio e di Renato di solito viene "celebrato" qualche giorno dopo, con uno scambio di battute simile a questo:
- Uh, che giorno è oggi?
- Martedì?
- No, non il giorno della settimana, il numero.
- Boh... 28? 29?
- Ah, ecco, ce ne siamo dimenticati anche quest'anno. 

Ecco perché oggi non c'è stato un post dedicato alla Maria: non ho bisogno di guardare il calendario per ricordarla, è nei miei pensieri ogni giorno. E mi piace ricordare la sua vita, non la sua morte.

Però ringrazio di cuore chi oggi ha voluto essermi particolarmente vicina.

venerdì 21 ottobre 2011

Malinconia e fantasia

Oggi mi aspettava (finalmente!) un pomeriggio da passare a casa. La giornata era probabilmente la prima della stagione a potersi definire autunnale: pioveva a dirotto, l'aria era fredda e umida. E non so se sia per via della menopausa, della chemio o semplicemente dell'età che avanza, ma da quattro anni a questa parte il freddo io lo patisco proprio tanto.
I termosifoni in casa sono ancora spenti, oggi mi sono rassegnata di malavoglia a riaccendere la caldaia, ma solo per scaldare l'acqua per la doccia, dopo sei mesi in cui ci avevano pensato egregiamente da soli i pannelli solari. Stamattina ho messo i jeans pesanti, un maglione di pile e i calzettoni, ma all'ora di pranzo ero già surgelata e per il pomeriggio avevo programmi più interessanti che tremare e battere i denti. C'era una sola scelta possibile: accendere il caminetto.
Subito dopo pranzo ho affrontato l'impresa, munita di accendino, legnetti e dell'ultima barretta accendifuoco rimasta dall'anno scorso. All'inizio sembrava che il fuoco avesse preso, avevo messo un paio di pezzi di legna più sottili che iniziavano già a consumarsi e le fiamme avevano attaccato il ciocco più grosso, ma dopo qualche minuto si è spento.

Il senso di perdita può saltare fuori nei momenti e nei modi più impensati.
Quando sono andata a prendere un'altra manciata di legnetti e un paio di fogli di giornale per riaccendere il fuoco, ho ricordato che la Maria non aveva mai avuto bisogno di barrette accendifuoco né di carta. Lei sistemava nel focolare un paio di stecche più sottili e due pezzi grossi, li accendeva con uno stuzzicadenti e via, il fuoco prendeva subito e non si spegneva più. E lei ci prendeva sempre in giro perché a noi invece servivano almeno un paio di tentativi e diverse barrette prima di riuscirci.
Mi è presa un po' di malinconia...

Alla fine però sono riuscita ad accendere il fuoco e dopo un po' in casa si è diffuso un delizioso tepore. Il Ciccio si è piazzato sul pouf vicino al caminetto, girandosi spesso da una parte e dall'altra per rosolarsi in modo uniforme, mentre io mi sono sistemata a lavorare sul divano, con il PC sulle ginocchia, in modo da tenere la gamba destra sollevata per aiutare la caviglia a sgonfiarsi.
E a proposito della caviglia, apprezzo molto l'idea lanciata de Romina e appoggiata da Wolkerina, di paragonarmi ad ghepardo zoppicante però, ragazze, siamo realiste: per vedere qualche somiglianza  tra me e un animale così snello e agile ci vuole tanta, ma tanta fantasia!

Forse c'è andato più vicino qualcun altro, che di Fantasia se ne intendeva parecchio...

giovedì 10 marzo 2011

Cimenti gastronomici

Uno degli aspetti pratici con cui mi sono dovuta confrontare dopo la morte della mamma è la cucina.
Intendiamoci, non è che abbia dovuto improvvisamente imparare a preparare una pastasciutta, la mia abilità culinaria è più che discreta e da sempre mi occupo dei menu quando abbiamo ospiti, soltanto che negli ultimi anni avevo rinunciato alla gestione quotidiana dei fornelli, pressoché monopolizzati dalla Maria.
E già, perché la Maria qui mica faceva la pacchia! Lei lavava, stirava, faceva la spesa e, soprattutto, cucinava. E ha spignattato fino alla fine: il giorno prima dell'ultimo ricovero, quando mi sono alzata l'ho trovata ai fornelli, alle prese con una zuppa, anche se ormai stare in piedi le era difficile a causa del gonfiore.
Preparare da mangiare e nutrire chiunque le capitasse a tiro era la sua missione nella vita, la cosa in cui metteva maggiore passione e a cui dedicava la maggior parte del suo tempo, e lo sanno bene tutti quelli che si sono trovati a passare, anche occasionalmente, dalla nostra casa.

Anche a me è sempre piaciuto cucinare e mi diverto a sperimentare nuove ricette, ma ci sono alcuni piatti con cui non mi ero mai confrontata, semplicemente perché lei li preparava così bene che... beh, erano "suoi".
Zuppa di ceci, pasta e fagioli, riso e lenticchie, carciofi alla romana, baccalà alla vicentina, uova al funghetto, riso e patate, vitello tonnato... piatti della tradizione, spesso presenti sulla nostra tavola, che ho sempre mangiato volentieri ma che non avevo mai cucinato.
Ci sono anche questi tra le mille cose che non avremo più occasione di fare insieme e decidere di imparare a prepararli forse è anche un modo per dare continuità alla sua passione, per raccogliere la sua eredità.
Così li sto affrontando, uno per volta, immergendomi nei suoi libri di cucina, pieni di segnalibri in corrispondenza delle pagine che consultava più spesso. Confronto le ricette, scavando nella memoria per identificare quella che utilizzava lei e le varianti che apportava, cerco gli ingredienti, provando, aggiustando le dosi per cercare di ricreare quei sapori che sono così ben radicati nella mia memoria.
E un po' per volta li riporto sulla tavola, sempre più simili agli originali, sempre caldi di ricordi.

Ma attingere al passato non significa rinunciare al futuro e la cucina è un contesto in cui amo dare sfogo alla mia creatività, quindi provo nuove ricette, sperimento, invento con quello che trovo in frigo, azzardo nuovi accostamenti. Di solito ne vengono fuori cose buone. A volte ottime. Ogni tanto, davvero speciali.

Per la prima volta nella mia vita, ieri mi sono lasciata trascinare ad una cena "tra donne" per l'8 marzo. Intendiamoci, non ho niente contro i momenti conviviali, ma non ho mai sentito la necessità di affermare la mia femminilità in questo modo (e poi diciamola tutta: se proprio vogliamo festeggiare, perché privarsi della compagnia maschile?) e, soprattutto, non ho bisogno dell'8 marzo né per ricordarmi di essere una donna, né per fare qualcosa di speciale.
Non avrei proprio retto una serata in qualche locale strapieno di signore e signorine convinte che la festa della donna sia l'occasione per sfogare frustrazioni e desideri più o meno trasgressivi, ma si trattava di una cena in casa (in casa di un uomo, per la precisione), in cui ognuno era invitato a contribuire al menù e allora ho colto l'occasione per un esperimento culinario che mi tentava da mesi: le decorazioni in pasta di zucchero.
Una spedizione in un negozio specializzato mi ha fornito gli ingredienti e l'attrezzatura necessaria (gentile omaggio dell'uomo di cui al precedente post, sempre a proposito di cose che non hanno prezzo...), finalmente ho trovato la ricetta giusta per un pan di spagna alto e soffice, l'ho spalmato di bagna alla vaniglia e poi farcito di crema chantilly, ho ricoperto il tutto di panna montata e rivestito con la pasta di zucchero bianca, ho colorato di giallo e di verde quella che rimaneva, ho lavorato un po' di fantasia e parecchio di pazienza... ed ecco il risultato!